martedì 23 luglio 2024

Abbracciati dal tuo silenzio - Vale in the sky with the bretzels


Passo di fianco alla mensola dei libri di serie B, dei trofei caduti in prescrizione, delle bottiglie vuote che non so più dove mettere, e ritrovo il tuo sguardo.

Ok bello l'inizio del post, in realtà mi sei tornata in mente e sono tornato nello studiolo a riguardare la tua foto, probabilmente anche un po' impolverata, ma nel dubbio evito di passarci un dito sopra.

Con quel sorriso lì, di una che sta per mettersi a ridere.

Chissà dov'è stata scattata quella foto - sembra quasi un matrimonio, o giù di lì - ma anche poi chi cazzo se ne frega. Potrei scoprirlo chiedendolo a qualcuno, o con una ricerca negli anfratti di Facebook, ma la verità è che non me ne frega niente, perché non cambia la sostanza.

Magari era un matrimonio, magari c'ero pure io, magari ci sono anche delle foto di me dove ho sicuramente uno sguardo meno lucido.

Non so se è di te che vorrei parlare - ne ho poi diritto? Ho diritto a rispolverare sentimenti, gioie, dolori, pensieri, legati a te? Te che non ci sei più, che non hai più diritto di replica.

Forse sbaglierò, ma solo chi non fa un cazzo non sbaglia mai: quindi rischiando di sbagliare, andrò avanti lo stesso, pensando che forse tu stessa mi avresti detto "mo sè valà di bèn che vadano a spendere, fossero questi i problemi"... o qualcosa del genere, nel tuo pragmatismo renazzese, farcito di forme dialettali.

Chiedo quindi scusa in anticipo se qualcuno si sentisse offeso da quello che sto scrivendo, ovviamente non è questo lo scopo... ma tendenzialmente perché non c'ho voglia, non c'ho voglia di fare un cazzo di mio, figurati se ho anche il tempo e la voglia di mettermi a scrivere per offendere qualcuno.

Neanche se mi pagano, ma tanto non mi pagano.

Alla fine, scrivo, e ho sempre scritto, per me, in primis: se poi i miei gusti personali riguardo me stesso, hanno coinciso con quelli di altri, tanto di guadagnato.

Per me, per voi: per voi, per me.

Ad occhio sono più di cinque anni, che non sei più tra noi. Le frasi fatte sulla morte sono forse una cosa delle più divertenti, mi ricordano tanto quell'universo di frasi fatte e di circostanza che circonda un certo mondo giornalistico (ed in particolare quello sportivo).

La morte fa parte della vita, prima o poi ne facciamo tutti esperienza in modo più o meno forte.

Sono rimasto orfano di madre abbastanza giovane, quindi è logico che possa venire da pensare che ho fatto una sorta di vaccino contro certe cose... o che magari abbia un chiodo più grande ancora da scacciare.

Eh amici, purtroppo no: non funziona esattamente così. Per fortuna o purtroppo, ma non è così: perlomeno non per me.

Ma non voglio perdermi in un discorso più grande (perlomeno più grande di me) e mi fermo alla conclusione: la tua partenza, a me, non è ancora andata giù del tutto.

Bella forza, a chi è che può andare giù la scomparsa di una amica, madre e moglie 34enne? Penso a nessuno, anche ragionandoci con razionalità.

Però, in tante altre situazioni una ragione, un senso anche quando un senso non ce l'ha, me lo sono dato.

Qui, fatico ancora, e l'unica banale e semplice conclusione che mi sono dato, è che qui la quadra tocca trovarla a chi è restato.

D'altronde, tu il tuo l'hai già fatto: e ti immagino lamentarti di tutti contributi INPS versati senza mai andare in pensione, con la presa per il culo finale che la reversibilità, se poi c'è, non te la prendi nemmeno te.

Neanche puoi andare a prenderti una bella borsa o un paio di scarpe. Tutte quelle ore di collegio docenti...

Che inculata, la vita, eh?

Ah, avessimo alternative, allora poi.

Mi piacerebbe ancora ritrovarti da Cucco, magari di nuovo con un passeggino, o con tutti i mezzi e gadget che il capitalismo unito alla genitorialità possono spingerti a spingere in giro... e invece ogni tanto ritrovo parte della tua famiglia, in cui qualcuno ha il mio stesso nome di battesimo.

Infatti qualche volta mi sono anche voltato con stupore, che di solito con il nome di battesimo mi chiamano i familiari quando sono incazzati.

Ma è tutto nella mia testa, ora.
E in questo assordante silenzio, mi torna in mente Piero Ciampi, con quella "assenza" che è un "assedio", ripreso da Vasco Brondi quando ancora sotto le Luci della sua Montedison Elettrica diceva che siamo "assediati dal quello che manca".

Non credo ti sarebbe piaciuta questa terminologia bellica, forse avresti detto che non sei né Putin né Israele: e hai ragione tu, è tutto un film che ci stiamo facendo noi.

E allora in questo caso suona meglio - e sono d'accordo preferiresti anche tu questa forma - dire che siamo abbracciati dal tuo silenzio, ed è una bella consolazione, di questi tempi, credimi (ma hai visto quanto costa adesso al supermercato il caffè Pellini? Quello per la macchina, che io faccio colazione da solo e non faccio la moka... Signora mia e "nonna" nostra, dove andremo a finire?)

E mi viene anche in mente il buon Vasco (Rossi) senile, quello del "eh già siamo ancora qua". E' poi facile per lui, che effettivamente riempie ancora gli stadi.

Fa più effetto pensare a te, che invece, sei comunque ancora qua. Quasi in smartworking. Va mo là.

E allora niente, qua il senso che ci sia o non ci sia ce lo diamo noi, tu il tuo l'hai già fatto: noi testa bassa e pedalare.

C'è solo una cosa, che non mi torna, senza voler scomodare religioni e misticismo, ma nemmeno un Lele Adani ubriaco di garra charrua: è che spesso si dice "sconfitta da un brutto male", "ha perso la battaglia con la malattia", ecc. ecc.

A quale sport stiamo giocando?

Perché se è uno sport di squadra (e forse lo è?) allora il risultato finale si guarda alla fine.

E io, boh, io non sono così sicuro che il risultato finale di questa partita sia una sconfitta. Mi sa che ci sia qualcuno ancora dietro a giocarla.


Magari puzzando di patatine fritte, come quelli che sono ancora lì a fare il Woodstock.

Dove ancora mi aspetto di vederti con un cestino di bretzel in mano anche se ci sono 32 gradi, dove poi forse ti vedo tutti gli anni.


Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta: non c'è assenza nel cuore di chi ama.


(o qualcosa del genere, magari andate a trovare una frase migliore su ChatGPT - ok Vale lo so che non la sai usare l'intelligenza artificiale - adesso ti cerco io una bella frase e te la mando su WhatsApp - tu portami un bretzel e già che ci sei una Augustiner media, grazie)


P.S. Un silenzioso abbraccio, questa volta terreno, a chi continua a giocare la partita anche per la Valentina.

martedì 16 aprile 2024

Quaranta sono troppi - Aspettative e disillusioni da un mercato di riparazione


Milano, gennaio 1998.

Paulo Manuel Carvalho de Sousa, noto ai più semplicemente come Paulo Sousa, è un calciatore portoghese in cerca di riscatto.
27 anni, centrocampista, presenza fissa della nazionale del suo paese (con la quale ha disputato la fase finale del mitologico Euro '96 in Inghilterra), con la quale si è laureato campione del mondo under-20 nel 1989.
A livello di club ha già conquistato 10 trofei, tra cui due Champions League consecutive (con la Juventus nel 1996 e l'anno successivo con il Borussia Dortmund) e un scudetto (sempre con la Juve, nel 94/95).
Il biennio a Torino lo ha consacrato tra i migliori mediani della scena internazionale, anche se soffre spesso di problemi alle ginocchia, che ne stanno condizionando sempre di più il rendimento.

Il suo arrivo a Milano, sponda Inter, nel gennaio 1998, rappresenta per lui una nuova sfida: con il suo ritorno nello stivale punta allo Scudetto (che manca ai nerazzurri da 9 anni).
Il suo manager è lo stesso di Ronaldo (il Fenomeno, quello vero) e questo gli ha dato modo di parlare con lui e farsi convincere.
C’era il migliore al mondo in quel momento, ovvero Ronaldo. Loro condividevano la mia mentalità, perché volevano vincere tutte le partite avrà modo di dire diversi anni dopo.

In effetti l'Inter è in corsa anche per la Coppa Uefa: ma Paulo Sousa, avendo già giocato in Champions League per il Borussia, non può entrare nelle liste Uefa dei nerazzurri.

L'Inter, guidata da Mister Simoni, ha avviato da pochi anni il grande periodo morattiano: acquisti di giocatori a spron battuto, tra grandiosi intuizioni (Roberto Carlos, Javier Zanetti, Ivan Zamorano, Djorkaeff, Recoba, Simeone) e clamorosi bidoni (Rambert, Caio, Sforza) ed inspiegabili cessioni (quella di Robert Carlos su tutte). L'acquisto senza dubbio più importante è però quello di Luiz Nazario da Lima, detto Ronaldo, poi noto come "il Fenomeno".
Dopo un paio di annate incolori, la stagione 97-98 sembra quella buona, e guidata da Ronaldo, appunto, l'Inter sogna di riportare sulla maglia lo scudetto che manca ormai da 10 anni.

Il mercato di riparazione è sostanzioso, proprio in vista di una seconda parte di stagione dove l'Inter vuole lottare su tre fronti (anche se a gennaio uscirà malamente ai quarti della Coppa Italia contro i cugini del Milan, che rifileranno un sonorissimo 5-0 già all'andata).
Escono Massimo Tarantino, Nicolino Berti, Massimo Paganin, Branca e Ganz: arrivano Colonnese, Martin Rivas, Mauro Milanese e lui, Paulo Sousa.

Da poche stagioni l'Italia, così come il resto d'Europa, si è adeguata alla numerazione fissa sulle maglie, con tanto di nome, e le società ancora bene o male assegnano i numeri preferendo la scelta dei numeri al di sotto del 30. Numeri che, ancora, non sono sostituibili (come invece accade oggi).
Ad esempio, il numero 3 di Tarantino, anche se mai utilizzato in campionato, al momento della sua partenza per Bologna non può essere utilizzato dal nuovo arrivato Colonnese, che opta per il 33.

Appena due anni prima il Bel Paese aveva commentato con disappunto il numero 30 di Vieira, arrivato a gennaio al Milan, e quando Paulo Sousa è costretto a scegliere il numero 40, scoppia il finimondo.
40.
Quaranta.


Siamo a gennaio, e l'Inter ha già avuto in rosa 40 giocatori. In campo ne vanno 11: vero è che la panchina da questa stagione è salita a 7, ma al netto delle cessioni, ne resta sempre almeno il doppio in tribuna.

Questo porterà ad una innumerevole serie di gag e battute, che si protrarranno per anni, anche a causa del proseguirsi di insuccessi sulla sponda nerazzurra di Milano.
Ad esempio, gli interisti Ficarra e Picone costruiranno proprio uno sketch sulla famosa "panchina lunga".


Come va a finire questa storia? Il big match tra Inter e Juve, lo scontro di Ronaldo contro Iuliano, il rigore che c'era e che non c'era, la Juve che vince lo scudetto, l'Inter che (senza Paulo Sousa) vince la Coppa Uefa.
Il nostro portoghese resterà poi a Milano per un'altra stagione e mezza, cominciando la sua parabola discendente, senza più nessun trofeo, e tra infortuni e problemi fisici vari sarà costretto al ritiro a soli 32 anni, dopo essere passato anche dal Parma (in piena epoca Tanzi).

Oggi Paulo Sousa è un allenatore, e in ordine sparso, è tornato in Italia con esperienze non molto convincenti con Fiorentina e Salernitana, ha guidato la nazionale polacca ad Euro 2020, il Flamengo, e vinto due campionati (quello svizzero con il Basilea e quello isrealiano con il Maccabi Haifa), oltre a due Supercoppe e una Coppa di Lega in Ungheria, con il Videoton.
Una onestissima carriera, anche se sicuramente ancora non all'altezza di quella che ha avuto in campo.

E ora che quel lungo capello castano si è accorciato, lasciando spazio ad un capello bianco con una acconciatura più simile all'odierno Ligabue, ci resta quest'ultimo momento di rilievo del Paulo Sousa calciatore.
Quando ancora quello Scudetto poteva essere interista.
Quando ancora Paulo poteva tornare sulla cresta dell'onda del calcio, calcandone i palcoscenici più prestigiosi, da protagonista.
Quando ancora si diceva che quaranta fossero troppi.

E invece.


lunedì 22 gennaio 2024

Sono tornato solo per controllare se avevo staccato il gas


Freddo, prevalentemente e principalmente freddo, nelle luci di chi non ha problemi con i limiti dei 30 km/h delle metropoli.

Mura e palazzi orfani delle parole di Vasco Brondi, in una provincia che cambia e non cambia, sempre pronta al lento ma progressivo ricambio generazionale dei bar.

Un passo alla volta, sui marciapiedi sconnessi, laddove i pedoni sono sempre l'ultimo pensiero di ogni cantiere e lavori in corso.

Una leggera ebrezza, quel senso di equilibrio di chi continua gioca a fare il Pippo Inzaghi con l'etilometro, perennemente sul filo del fuorigioco della patente.

Alla fine sei passato al Campari, giusto perché l'Aperol ti ha rotto il cazzo: c'è voluta una vita, ma ce l'hai fatta.

E un'altra Ford che passa, senza nessuna storia, senza nessuna possibilità di entrare mai nel registro delle auto storiche, col suo carico di seggiolini a norma.

Vorresti sbloccare il risultato - ora - ma sarebbe troppo presto. Le partite durano 90 minuti, e a volte anche 180, ma questo è un campionato difficile.

Non segneresti, non segnerai.

Alla fine, avevi ragione, alla fine non è nemmeno un brutto posto in cui vivere. C'è voluta una vita, ma l'hai capito: ce l'hai fatta.

E intanto i bar aprono e chiudono, le macchine passano, le lampadine si fulminano, i marciapiedi si sgretolano, davanti agli assessori comunali e alle tessere elettorali che si riempiono di timbri.

Anche Wilshere ha smesso di giocare, sembra siate rimasti solo tu, Fernando Alonso e Carlos Sainz (senior) a non volersi rassegnare al tempo che passa. Eppure non sei loro, né tantomeno il Kazu Miura, il tempo passa comunque e anche su di te lascia i suoi segni. Inesorabili.

Quanto - è lontana - la pace?

Quanta guerra - ancora - per chi non l'hai mai vissuta - davvero?



domenica 21 agosto 2022

Being There 25 Years Ago

Oasis - Be Here Now


Quando è finito il britpop?

L'argomento è ampiamente dibattuto. Una diffusa scuola di pensiero indica come fine di quell'epoca il momento in cui Gareth Southgate sbagliò il sesto rigore nella semifinale degli europei di calcio del 1996, consegnando la vittoria e l'accesso alla finale agli acerrimi nemici tedeschi.

(noi quell'anno uscimmo al primo turno)

Per chi non fosse abbastanza appassionato di cultura pop britannica, il rigore di Southgate è pesato parecchio ai nostri amici d'albione, tanto che quasi un quarto di secolo dopo se ne trovano a chiacchierare il principe William con lo stesso Southgate.


(vi immaginate Mattarella che chiacchiera con Roby Baggio del rigore di Pasadena?)

Per cancellare quest'onta... o perlomeno, per andarci sopra, servirà la finale di Euro 2020, giocata nel 2021, quando invece saranno gli errori di Rashford, Sancho e Saka a dare una nuova delusione (e pure più grossa) di quella precedente. Ma questa, come ben sapete, è un'altra storia. (Anche se Southgate ne è comunque tra i protagonisti, stavolta in veste di C.T. dell'Inghilterra).

Torniamo a noi: il britpop finì davvero a Wembley, con quel rigore, il 26 giugno 1996?

Di Euro 96 ne parla spesso anche l'Ultimo Uomo (ad esempio qui) e la stessa domanda se la anche il The Guardian (qui): se sul legame tra calcio e musica d'oltremanica si è universalmente concordi, le opinioni si fanno meno uniformi sulla linea da tracciare per identificare la fine di quell'epoca.

Se il buon Gareth non ha delimitato il termine di quei fasti gloriosi, di quella fine ne ha comunque segnato l'inizio.

Anche Wikipedia, a spanne, indica la fine del britpop nel 1997: anno in cui uscì Blur, l'omonimo album della band londinese contenente Song 2 (che di britpop non ha nulla) e Be Here Now, che usciva proprio il 21 agosto di venticinque anni fa.

È forse la fine del britpop? Non saprei: se questo genere fosse un film, Be Here Now ne sarebbe probabilmente l'ultima malinconica scena.


Elicotteri, fumogeni, parka, guerriglia di periferia: dite che è abbastanza per aprire il terzo album?

Concepito a fine 1996 dai fratelli Gallagher, tra nuvole di cocaina e altri eccessi di ogni tipo, la critica lo osanna all'indomani dell'uscita, per poi fare marcia indietro e ritrattare nei mesi seguenti.

Noel lo giudica il peggior album della band, e farà in modo di ignorarlo nel doppio best of Stop The Clocks: Liam non ne è così dispiaciuto, ma è opinione comune che l'album non sia assolutamente all'altezza delle due gemme precedenti, Definitely Maybe e What's the Story Morning Glory.

Nel giudizio pesano una sovra produzione eccessiva, sonorità macchinose e ridondanti, chitarre registrate fino a 10 volte una sopra l'altra, code strumentali eterne (con introduzioni altrettanto lunghe) per un totale di 71 minuti.

Intendiamoci: le hit non mancano, a partire da Stand By Me fino a Don't Go Away, senza disdegnare D'You Know What I Mean e All Around The World.

Infatti Noel ne curerà nel 2016 una special edition, con tanto di demo, live, e un riarrangiamento di D'You Know What I Mean (chiamato "NG rethink") , che ripulita della "sovraproduzione" del tempo forse è più incisiva e lascia respiro ad un arrangiamento più radiofonico, ma perde quella sporca patina britpop che tanto contraddistingueva appunto la band all'epoca.

(a voi così piace? a me no)

Comunque, va detto, altre band lancerebbero la propria carriera con questo album: eppure, gli Oasis erano già diventati "bigger than Jesus" o "more important than God" che dir si voglia. Per dirlo con parole mie: il mito degli Oasis era ormai più grande di loro, non avrebbero mai potuto produrre più niente che potesse tenere testa alla loro fama.

A mio avviso, nonostante tutto, resta più debole il successivo Standing on the Shoulder of Giants, sia nei pezzi che nella produzione.

Be Here Now resta una sorta di epitaffio, una sorta di ultimo tentativo, un po' come quando vai in discoteca e ti accorgi che ormai sei troppo vecchio per fare questa cosa e ti resta questo ricordo sfuocato e annacquato dall'alcol di un estremo ultimo tentativo fuori tempo massimo.

Cioè una cosa che non ho ancora provato.

Ed è per questo che comunque a me quest'album piace un sacco lo stesso.

Anche perché fu uno dei primi album che mi regalarono. Ed era in cassetta! O come diremmo correttamente oggi, in musicassetta.

In 25 anni, ne cambiano di cose. Eppure...



lunedì 19 luglio 2021

BOMBAY (ovvero il film "Yesterday" ma girato in Italia)

 ATTENZIONE: quello che state per leggere contiene inevitabilmente spoiler sul film "Yesterday" (Regno Unito 2019, regia di Danny Boyle, con Himesh Patel e Lily James).
Quindi, se ancora non l'avete visto, prima di leggere il post andate a recuperarlo (ora ad esempio lo trovate su Prime Video).

trailer di Yesterday


State per leggere la versione italiana di Yesterday: ovvero, cosa succederebbe se in Italia tutti ci dimenticassimo di CALCUTTA?


BOMBAY

(Italia, 2022)

Soggetto di Paolo Plinio Albera ( @myspiace )

Regia di Sydney Sibilia

Sceneggiatura di Enrico Atti, Joao Pez Lazzaroni e Nicholas Pettersauber


Italia, 2021. In un mondo che fatica ad uscire dalla pandemia, l'Italia fa ancora più fatica degli altri paesi. Paolo (interpretato da uno straordinario Edoardo Leo) è un giovane ma non più giovanissimo copywriter freelance, alle prese con i 600 euro, i mancati incassi, i mancati lavori, la mancata mutua, le mancate ferie, le mancate tutele: insomma, le mancanze.

Tra queste mancanze, non ultima, la musica: in gioventù ebbe un discreto successo locale con una band indie-rock (gli -Smog!), ma ora passa le sue tristi serate a cercare di scrivere il pezzo per sfondare, e finalmente, coronare il suo sogno: pagare l'affitto facendo il cantautore, proprio come Calcutta.

I pochi brani caricati sul soundcloud incontrano solo l'approvazione della sua migliore amica Sara (una irreprensibile Michela Giraud), con la quale vive un rapporto di "forse ci sta, forse no" da troppi anni. Lei gli promette che prima o poi riuscirà a organizzargli qualche data in giro: eppure, alla fin della fiera, lei non gliel'ha mai data. La data. E nemmeno quell'altra cosa.

Un bel giorno, mentre Paolo torna sconsolato dall'ennesima serata in cui ha fatto sentire i suoi pezzi a Sara, l'Italia è preda di un blackout nazionale. Proprio in quel momento un tram manca la frenata di emergenza e si stampa sul bel faccione di Paolo, che passa 24 ore in coma farmacologico prima di risvegliarsi senza alcun danno permanente.

Alle sue dimissioni dall'ospedale, i medici consigliano molto riposo e un po' di Paracetamolo, in caso si riacutizzino dolori o sintomi influenzali.

"Mi hanno dato una Tachipirina 500, ma se ne prendo due, diventano 1000!" scherza a casa di Sara.
"Si vabbè Paolo, ho capito che hai picchiato la testa, ma non è che questo può sdoganare tutte le tue battute di merda."
"Ma come Sara, dai, è Paracetamolo, la canzone di Calcutta."
"Chi?"
"Dai!"
E così imbraccia la chitarra (quella classica, lo scassone con cui imparò a suonare vent'anni prima, che la chitarra buona è finita sotto le ruote del tram e nessuno c'ha i soldi per regalargliene una nuova) e suona Paracetamolo.

Sara lo guarda strabiliata.
"Paolo! Sai che... fa cagare, ma funziona? Sempre un po' una roba di Rino Gaetano in hangover. Quando l'hai scritta?"

Paolo intuisce che qualcosa non funziona, e così scopre la verità: nel blackout in cui si è scontrato con il tram, l'Italia ha incredibilmente dimenticato Calcutta.
E non solo lui: Gazzelle, Galeffi, i Viito, Fulminacci... tutti scomparsi. Coez fa rap, Carl Brave e Franco 126 fanno trap, i Thegiornalisti non si sono mai sciolti ma dopo l'insuccesso di "Completamente Soli" ora faticano a riempire i locali.
Anche Sanremo, è radicalmente diverso: l'ultima edizione ha visto sul palco dell'Ariston gente tipo Biagio Antonacci, Iva Zanicchi, la reunion dei Pooh, Valeria Rossi e Marco Carta.
Dell'it pop, nessuna traccia. L'indie italiano è ancora intaccato, uno sparuto raduno sotterraneo di rockers alternativi, sfigati, e radical chic di bassa lega, che vagano per locali e circoli Arci tra Milano, Roma e Bologna.

E qui, Paolo, ha l'illuminazione: usare i pezzi di Calcutta per diventare famoso, come lo diventò lui.

Così registra i primi demo, li carica su Soundcloud, mette qualche video su Vimeo, e spero che il pubblico si accorga di lui.
Purtroppo, non succede niente, fino a che un giorno gli scrive su Instagram un certo Mattia Bolognesi (interprato da un molto convicente Guglielmo Scilla) , produttore della Goikoetxea Dischi. "Mi piacciono i tuoi demo, voglio farti fare un EP! Però Paolo è un nome un po' di merda... non hai un nome d'arte?"
"Boh..."
"Boh?"
"Boh... Bombay!"
"Bello! Che mi cita anche gli Afterhours, favoloso!"

E così Paolo, aka Bombay, parte alla volta di Bologna, e registra le prime canzoni.

"Cosa mi manchi a fare", "Paracetamolo" e "Frosinone", ma anche "Oroscopo", stavolta però con il featuring imposto con Lo Stato Sociale, e "Hubner" che diventa "Chiesa" (con riferimento al Campione d'Europa, Federico).
"
Io certe volte dovrei fare come Fede Chiesa
e non lasciarti a casa mai senza far la spesa"

Paolo, riluttante, deve accettare queste imposizioni: l'Italia che trova ora è diversa da quella che trovò Calcutta a metà degli anni '10.

A quel punto però, il successo è travolgente: il boom di clic su Spotify, le ospitate a Radio Deejay, i concerti, la chiamata come ospite a Quelli che il Calcio, e finalmente il sogno che si avvera: la ricchezza? Assolutamente no, ma la possibilità di pagare l'affitto con la musica si concretizza.

Il rapporto con Sara però si incrina, la ragazza finalmente gliela dà in preda all'alcol ma la mattina dopo se ne pente, dicendo di aver rovinato tutto, che forse è meglio se la finiscono lì, eccetera eccetera.
Paolo è dispiaciuto, ma alla fine poi ha scoperto che con la musica di successo si guzza in giro anche da altre parti, e per recuperare l'amicizia con Sara ci sarà poi tempo.

Anche perché nel mentre è arrivata la chiamata di Claudio Cecchetto (interpretato da Cecchetto stesso), che vuole fare di lui il nuovo Gianni Morandi: Paolo non può fare altro che accettare, anche se all'orizzonte si pone un problema: cosa fare quando i pezzi di Calcutta finiranno?

Inoltre, un losco stalker continua a perseguitarlo su Instagram, aprendo ogni volta account diversi: e un giorno se lo trova davanti, sotto ai portici di Via Indipendenza.
"Ammerda! Te cercavo, merda! Sono l'autista del tram... cazzo se lo sapevo acceleravo! Porcatroia, c'eravamo liberati delle canzoni di sto stronzo, beh arrivi te, e ce le ricanti? Mavvaffanculo!"
Il soggetto è l'unico, che oltre a Paolo, ricorda dell'esistenza del vero Calcutta. Per fortuna viene fermato dai passanti, e arrestato dai Carabinieri, ricevendo un TSO. Nessuno ovviamente crede alle sue parole, viene preso per matto, e così la carriera di Paolo così è salva.
Eppure, preso dal rimorso, Paolo decide di cercare il vero Calcutta, Edoardo D'Erme: l'autista del tram, prima di essere ammanettato, gli ha confidato che si trova lì a Bologna.

Così, dopo giorni e notti di ricerche, finalmente lo trova: Calcutta è sotto i portici di piazza Verdi, con un bellissimo cagnolone e una Heineken da 66 cl.
"Ce l'hai un euro? Che devo prendere il biglietto del treno e sono senza..."
"Ti do 20 euro, così ti prendi un biglietto intero. Ma prima dimmi, Edoardo, ti ricordi di quando hai scritto Paracetamolo? Pesto? Frosinone?"
"Come fai a sapere come mi chiamo? Senti... io non so di che cazzo stai parlando, se vuoi darmi dei soldi bene sennò fa la stesso. Se sei della DIGOS non c'ho niente, te lo digos fin da subito."

Paolo resta amareggiato e contrariato, così lascia i 20 euro a Calcutta e se ne torna a casa.
Che fare? Ormai la pressione dei media è alta, viene fermato per fare selfie e instagram stories, i giovanissimi cantano le sue canzoni su Tik Tok, e Paolo ormai non riesce più a dormire, sentendosi un impostore.
Decide così di rivelare tutto, in diretta su RTL 102.5 radiotelevisione, nella serata finale del tour all'Arena di Verona.
Terminata la versione orchestrale di "Gaetano", con alla tastiera Giovanni Allevi, Paolo si avvicina al microfono, tremante.
"Ragazzi, è tanto che ho pensato a questo momento. Io, ora, devo dirvi la verità. Queste canzoni... non le ho scritte io. Le ha scritte..."
E si blocca. E ripensa alle rate della macchina, alle birre Splugen, ai soldi chiesti in prestito ai genitori, ai sacchi a pelo in aeroporto, ai Flixbus, alla lavastoviglie rotta, e a tutta la sua vita che fu prima del blackout e dell'incidente.
"...queste canzoni le ha scritte DIO!"

Paolo decide quindi di continuare la carriera sfruttando i pezzi di Coez, Tommaso Paradiso, e tanti altri artisti it pop che l'Italia non ha avuto modo di conoscere.

E così arrivano il terzo posto a Sanremo (con vittoria nelle classifiche di streaming), l'udienza dal Papa, il concertone a San Siro, la candidatura agli Oscar come miglior colonna Sonora per "La vita davanti a ", e la festa all'Arena Parco Nord per festeggiare la vittoria della Coppa Italia del Bologna del 2022.

E Sara?
Ma sì, alla fine, finché dura, trova il modo anche di portare avanti una scopamicizia, che alla fine due botte gliele avrebbe sempre voluto dare.
Titoli di coda.



EDIT: Mi ha scritto BOMBAY, quello vero (sì ne esiste uno vero, del quale avevo un vago ricordo, anche se poi evidentemente ne avevo rimosso la percezione), che ha quasi creduto che fosse uscito un film su di lui senza il suo consenso. Poi si è rinsavito, si è fatto una risata e mi ha scritto.
Diamo a Bombay quel che è di Bombay: qui trovate il suo Bandcamp https://bombaymusicstore.bandcamp.com/

....forse siamo davvero in una realtà parallela in cui avete tutti rimosso Bombay, o solo io?

sabato 20 febbraio 2021

Più o meno, un anno fa: da un anno

Io e la mia mascherina stiamo bene insieme.
(la mia prima mascherina chirurgica "usa e getta": usata per due mesi, e poi gettata)

Febbraio 2020

C'è un nuovo virus, pericolosissimo, che è uscito fuori in Cina, si diffonde con molta facilità, è come una banale influenza ma per chi soffre di altre patologie può risultare letale.
Come la SARS, come la suina, come tante altre. Sì, vabbè.
Questa cosa prende piede in Cina, capirai, in Cina c'è un miliardo di persone di cui 900 milioni in condizioni di povertà, in Cina non ci sono i diritti civili, in Cina hanno chiuso tutti in casa, c'è un maratoneta che si allena correndo in 27 metri quadri, c'è da impazzire.

Ma qui ci sono i controlli, qui hanno bloccato i voli dalla Cina, che il virus si diffonda qui è altamente improbabile.

Nel dubbio la gente smette di andare al ristorante cinese, e anche dai giapponesi che in Italia sono gestiti dai cinesi, io ci vado e noto è mezzo vuoto anche se è venerdì sera. Avrebbe dovuto trasferirsi un mese fa, ma è ancora lì, forse per il periodo. (Sarà l'ultima volta che entrerò a mangiare in quel locale: recentemente ha riaperto, nella nuova sede, ma devo ancora mangiarci dentro.)

C'è qualche caso, qualcuno a Roma, qualcuno rientrato da trasferta in Cina, uno che è entrato in con qualcun altro. Ma è tutto sotto controllo.

E poi.

Arriva.

Lui.

Il "paziente uno". Il primo paziente che preso il virus in Italia. E in poco tempo, due. Quattro. Sedici. Principalmente in Lombardia.

E' il 21 febbraio, venerdì pomeriggio, e la sensazione, a quel punto, è netta. E' arrivato il "coronavirus". In Italia. E poi a breve in Europa, e poi in tutto il mondo.

I pensieri sono due.
Il primo è cercare di assicurarmi per poter ricevere denaro e lavorare anche durante in un ipotetico contagio.
Il secondo è trovare il modo su come fare i soldi sulla isteria collettiva, al netto di chi purtroppo invece soffrirà o addirittura ci lascerà le penne.

Entrambe le intuizioni sono ciniche, ma razionali e corrette. Non basta l'intuizione, però. Non basta la visione del gioco: ci vuole il piede buono per saper fare il lancio lungo.

Alzai lo sguardo, ed ebbi la visione: mancò il piede.

Comunque, mi immagino come andrà a finire: mi attivo subito per predisporre un servizio di riprese in streaming delle partite per la Benedetto XIV (che al momento, in Serie B, non era previsto). Avevo già immaginato le porte chiuse. Porte chiuse che poi tutti scongiureranno, e rifiuteranno, salvo poi arrendersi all'evidenza del "o così o niente".

Alla sera esco, con alcuni amici: deve raggiungermi mia moglie, all'epoca morosa. Mi telefona: tarderà, è stata tamponata. Per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Stavolta niente di grave, solo un piccolo graffio sul paraurti.
La cosa che fa ridere, a un anno di distanza, è diventata abitudine per me farmi tamponare al venerdì, 48 ore prima dei match della Benedetto XIV, per motivi di protocollo FIP.

Andiamo a cena, a mangiare una pizza. Arriva. Arriva la pizza, arriva la Maja. Ceniamo. Sarà il penultimo pasto consumato fuori casa, ma non posso saperlo.

Apro il telefono: la partita di serie di B di basket della Bakery Piacenza è stata rinviata. Scrivono erroneamente "sospesa". Johnson Righeira (sì, lui, quello dei Righeira) commenta la notizia su Instagram con "Azzz...".

Tutto vero: il post è ancora qui https://www.instagram.com/p/B81z4WlIlmT/


Il giorno dopo, si gioca la partita della Benedetto XIV. Si tratta di un anticipo al sabato sera per non accavallarsi con il Carnevale di Cento del giorno dopo.
Pur giocandosi a 45 minuti da Cento, al PalaSavena di San Lazzaro, il pubblico è più o meno lo stesso. E quanto giochi da due stagioni a 80 km A/R da casa, cerco di evitare tutto quello che può andare a ridurre ulteriormente il pubblico di aficionados.

C'è un clima un po' surreale, e non è per il ritorno al sabato sera (che era tradizione fino a metà degli anni '10): c'è la netta percezione che stia avvenendo qualcosa, qualcosa al di fuori del basket, ma ancora non si capirà quanto influirà tutto questo. La partita è un turning point stagionale, la Benedetto XIV vince il match contro Fabriano con un canestro a pochi secondi dalla fine di Yan Moreno: Cento così aggancia la rivale, e in virtù del 2-0 negli scontri diretti la sorpassa e di fatto agguanta la testa del girone.

Sì: abbiamo chiuso con una bella vittoria.


Tra gli addetti ai lavori si parla già di porte chiuse, e ci si chiede se effettivamente ci si vedrà lì, di nuovo tra un paio di settimane. Non sarà così, con molti ci si rivedrà anche 7-8 mesi. Qualcuno non lo vedo da allora.

Finiamo tardi, e a me e ai colleghi non resta che tornare a Cento, dopo aver cercato un paninaro aperto che da mezzanotte in poi sembrava già introvabile. Coprifuoco era ancora un modo dire.
Una birra, una piadina. Questo sarà il mio ultimo pasto fuori casa, per parecchi mesi a venire.

E' appena iniziata domenica 23 febbraio.

Qualche ora di sonno, e ben vestito, sono di nuovo al lavoro: c'è il Carnevale di Cento. Si è discusso sull'annullare la giornata di sfilate o meno, ma alla fine nessuno se l'è sentita. Giusto? Sbagliato?
Se da un lato è giusto parlare di prudenza e buon senso, dall'altra dobbiamo parlare di responsabilità verso turisti e addetti ai lavori.
Onestamente, non so proprio cosa avrei scelto io: ma non devo prendermi la briga di decidere, io ci lavoro, mi vesto e vado.
Tuttavia ormai la faccenda è nazionale, si invoca da più parti la sospensione di tutto, la chiusura di ogni evento fonte di assembramento.

Sbucano le prime mascherine, chirurgiche, indossate da turisti molto timorosi che pensano di proteggere loro stessi, quando in realtà proteggono gli altri. D'altronde, a quella data, è facile immaginare che quelle mascherine fossero il meglio reperibile in commercio.

E' una bella giornata di sole ma non c'è un clima di festa, da casa sono diversi gli insulti che riceviamo sulle pagine Facebook. "Avrete dei morti sulla coscienza". No, non si sono poi registrati contagi avvenuti durante il Carnevale o a seguito di contatti avvenuti in quella giornata. Forse ci sono stati, forse no: di certo il tracciamento nelle prime giornate riusciva ancora spesso a delineare le possibili zone di contagio, e il Carnevale di Cento non fu una di queste.
Sfilano i carri, volano i coriandoli, sul palco del Carnevale sale "la velina russa" Vera Atyushkina (vi ho sbloccato un ricordo, lo so), ma non è una completa giornata di festa.

Comunque, era nell'aria un'ordinanza di Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, per "chiudere tutto".
Il carnevale, nonostante la splendida giornata di sole, si svolge velocissimo, quasi ad anticipare ogni ordinanza. Che potrebbe anche avere effetto immediato, per quel che ne sappiamo in quel momento.

E poi arriva, l'ordinanza. Tutto chiuso in Emilia-Romagna. Scuole, eventi, aggregamenti. Per almeno 7 giorni. Ma già sappiamo che i giorni dovranno essere almeno 14, se non 21, per avere effetto.
Saranno oltre 70, in realtà, e per le scuole persino di più: l'anno scolastico, per lo meno quello in presenza, si chiuderà qui.
Quindi, il Carnevale di Cento finirà lì, quel 23 febbraio 2020.

Ridendo e scherzando, pensiamo che bisognerebbe passare dai supermercati per fare scorta. E ci giunge voce che qualcuno si sta già attivando in questo senso: chi in maniera ponderata, chi in maniera folle.
Bevo una birra in un bicchiere di plastica, con i colleghi, e torno a casa.

I primi giorni proseguono quasi normali, nel clima del #iononmifermo e nel nome di un distanziamento molto teorico e poco pratico. Le mascherine ancora non esistono. I casi fioccano, uno dopo l'altro. Centinaia, poi migliaia.

Mi capita persino di ammalarmi. Prevalentemente una brutta infiammazione alla gola, ma la tosse e il mal di gola durano solo un giorno. Per il resto stanchezza, spossatezza, sensazioni febbrili. Insomma, ce n'è abbastanza per recarmi dal medico e mettermi in mutua.
Vado dal dottore, stiamo tutti distanti. E' fine febbraio ma le finestre restano aperte. A suo dire, non si tratta di corona virus. A distanza di parecchi mesi, un test sierologico confermerà la sua idea: non era covid19.

No: non era febbre. E forse non c'era nemmeno battito.

Le partite di basket iniziano ad essere rinviate un po' ovunque, così come anche gli eventi sportivi. Non più solo in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I casi fioccano come funghi in tutta Italia. E in tutta Europa. E' solo l'inizio, nel giro di poche settimane verranno sospesi prima gli interi campionati, e poi annullati.

C'è tempo poi per fare una ultima cena, con alcuni miei amici, il 5 marzo 2020. Con un po' di timore, crescente, con un po' di distanziamento appena accennato. Nel mentre, arrivano le prime bozze di DPCM, dove si parla di province "zone rosse". Alcuni amici si chiedono se riusciranno a tornare a casa.
Questa rimarrà l'ultima cena con loro, per diversi mesi.

E poi pochi giorni dopo , una sera, appare Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio, in TV. Sto ancora lavorando, mentre torno a casa mi fermo a fare il pieno alla macchina.
Da un lato, era necessario: ero in riserva. Dall'altro, fossi riuscito ad aspettare qualche giorno in più, avrei goduto di un costo veramente basso per il diesel. Ma tant'è. Passeranno mesi prima che torni ad avvicinarmi ad una stazione di servizio.

Torno a casa. Conte ha parlato. E' uscito un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, poi amichevolmente noto come DPCM.
E' lockdown. Nazionale. Anche se poi sarò costretto ad andare fisicamente in ufficio ancora per una settimana, prima che venga attivato il cosiddetto "lavoro agile".

La chiameremo tutti "quarantena", erroneamente, perché quel termine sarebbe più indicato per l'isolamento domiciliare. Ma c'è ancora parecchio caos, soprattutto nei nomi. Si parla ancora di "coronavirus", dopo un po' di settimane prenderà piede la parola "covid", diminutivo di covid-19.

E poi il resto lo sapete, è storia recente, anzi, ancora purtroppo presente.

lunedì 15 giugno 2020

Andrà abbastanza bene.


Abbiamo il tramonto sulle distese di grano, le birre da Cucco, le risate alle battute in dialetto di Castoro.
I treni economici con le loro avventure cariche di coincidenze mancate e ritardi annunciati, e i treni veloci con le loro prese elettriche. Riceviamo le notifiche del livescore con scritto "GOOOOOOOL!" per sapere dei risultati anche nelle baite più sperdute, e abbiamo gli streaming piratati di Atdhe e Rojadirecta per vedere il calcio inglese che più ci interessa.
Ci sono le uscite in bicicletta compatibili con l'etilometro, e i lunghi viaggi a GPL con le rustichelle delle nostre autostrade.
Si va ai concerti gratuiti con dei gazebopenguins o chi per loro che ti stagedivingano sulla testa, e gli eventoni in cui paghi volentieri il biglietto per sentire qualcuno che sa davvero suonare come si deve.
Abbiamo chat, messaggi, social, selfie, e tutto quello che serve per condividere emozioni e sensazioni, e il tasto nascondi per cancellare le stronzate di tutti gli altri. C'è il profumo della pioggia in giugno, gli odori della montagna la mattina presto, il vento fresco che odora di alghe che sale dai lidi. E gli aerei low-cost per salutare tutte le europe(e) che conosciamo o che vogliamo (dis)conoscere. Un buon piatto di tortellini, e rotoli e piade per le fami chimiche.
Abbiamo la droga leggere e la droga scrivere, abbiamo ore di filmati su youtube, abbiamo i nasi per sanguinare, per starnutire, per annusare i profumi, per tirare su la menta da fiuto o altro a discrezione dell'utente. Abbiamo le belle persone che fanno delle belle cose, abbiamo delle belle cose che ci fanno conoscere altre persone. Ci sono i portici che raccontano secoli di storia e mesi di idiozie, e palazzi che non hanno paura dei terremoti.
Le nuvole coprono, scoprono e ricoprono orizzonti sempre uguali e sempre diversi, che pare ogni angolo del mondo possa essere complementare con questo spicchio di sotto-Po, visto da dietro i nostri occhiali da sole. E/o da soli.
Finisce un'altra piccola giornata, e se poi si scopasse un po' di più, ci sarebbe anche più poesia.
Ma così, in generale. Dietro la collina.

(Enrico Atti, post su Facebook, 15 giugno 2014)


mercoledì 22 aprile 2020

I tempi del coronavirus ai tempi del "ai tempi del Coronavirus"




Ah, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.
Da quando Senna non corre più, o ancora meglio, da quando la Tramec non gioca più, non è più domenica.
La domenica va ricercata in cose diverse, come il programma della Rebe su Radio Nebbia. Che poi mi perdo perché lavoravo. Che cerco in differita. Non trovo. Poi trovo. E comunque devo ancora ascoltare.

Una volta la domenica era il caffè, la grappa, Netflix, il silenzio assoluto.
O la felpona nera di BBox, lo zaino, la macchina, l'A14, la Benedetto.

Adesso la domenica te la devi costruire tu sennò non c'è, sennò non c'è niente.

Bevo il caffè, vado sul balcone, guardo lontano per tenere allenato l'occhio sennò la miopia peggiora. Me ne sono già accorto in uno dei miei pochi tragitti in auto.
Guardo lontano, la visuale è coperta dalle fronde degli alberi in primavera, riesco ad intravedere quello che penso sia un appartamento di polacchi.
Oltre al mio.
Cioè so che è in quel condominio c'è una famiglia polacca, l'altro giorno buttando il vetro mi è parso di sentire qualcosa di simile ad una disco-polo sparata a busso alle 18.00 (alla faccia dei vostri flash mob con Cutugno).
Se c'è, cerco di prendere il sole.
Mi correggo: di espormi al sole, così, giusto per, metti che mi faccia bene alla salute. Tanto non mi abbronzo, mai. Certe cose non cambiano.

Poi preparo una puntata radio. Una delle ultime. Troppo casino sulla scrivania, troppo poco tempo, troppa poca preparazione, troppo pochi gli ascolti, e troppa poca la voglia.
La verità è che sto ancora lavorando normalmente, quindi anche nel weekend, a volte anche alla sera, come prima del coronavirus.

Metto insieme tante canzoni, le spiego, parlo di Londra, di quello che ha significato per me, con aneddoti, racconti. Un punto di vista diverso.
Riascolto quelle canzoni e sono passati quasi 10 anni, e mi riguardo un po' con quello sguardo da "Il crollo del santo" di Dino Buzzati.
E mi chiedo io quale santo sia.
Il tempo ci consegna i ricordi in una maniera filtrata, quasi distillata, diventa sempre tutto un po' più bello, come se ci fosse sopra un filtro seppia di Instagram a fare un effetto vintage del tipo "si stava meglio quando si stava peggio".
L'altro aspetto che emerge è che sicuramente ho fatto quello che volevo, con risultati certamente opinabili, ma comunque "facendo le cose".

Sta passando "Use Somebody" dei Kings of Leon, quel pezzo dove le tipe londinesi, quelle che prendevano quasi 2mila pound a differenza dei mille miei (ottenuti con oltre 40 ore settimanali), quelle tipe di età 25-35, con una buona percentuale inglesi, che quasi sempre poi si accompagnavano a quelli vestiti con la camicia bianca e la cravatta slacciata nello zainetto del lavoro (o comunque "professionals") cantavano a squarciagola la canzone, dopo almeno un paio di birre e un paio di shottini.

Quando la serata saliva, per loro come per me, in un binario parallelo che ci vedono semplicemente condividere lo scenario situato nella Central London.
Quando avevo ancora tutti i capelli del mio colore (a parte quattro capelli bianchi, e sapevo esattamente dove erano). Quando pesavo meno di 60 chili. Quando portavo la S. Ed ero nei vent'anni, per quel che vuol dire. Cosa vuoi che siano.

Ecco, finisce quel pezzo e cade la diretta radio. E allora tutto finisce lì. Non c'è tempo per passare Closing Time dei Semisonic, che invece è il brano del "ragazzi la campanella è già suonata, l'ultima birra l'avete già ordinata, adesso è tempo di uscire e levarvi dal cazzo che siamo stanchi e abbiamo voglia di smettere di lavorare anche noi".

Cade la diretta radio per una storia di diritti di copyright, annoso problema del web sul quale non voglio stare a disquisire.
Da un lato è vero che le cose non devono essere tutte gratis, dall'altro va detto che ci vuole il giusto prezzo e la giusta modalità di fruizione.
Non giustifico criminalità e pirateria: ma dico che la criminalità e la pirateria nascono sempre dove ci sono piccole e grandi ingiustizie.
E prevenire è sempre meglio che curare.

Allora finisce tutto, e allora stacco il mixer, stacco il microfono, stacco i cavi, stacco questo scenario di caos che calendario alla mano mi ha tenuto compagnia proprio per quaranta giorni, come quelli di Gesù nel deserto, come quelli che una volta si facevano fare agli appestati, e che adesso sono stati ridotti a 15 giorni. Per chi li fa veramente.
Noi la chiamiamo quarantena ma in realtà quarantena vera non è.
E durerà comunque più di quaranta giorni.
Io praticamente sono già a due mesi, ad esempio.

Mettere via queste cose mi ricorda un po' la fine delle vacanze, quando si rifà la valigia per tornare a casa il giorno. E' sempre un po' triste e un po' malinconico. Anche questo periodo ha delle cose belle che finiranno.
Ma anche dalle vacanze più belle c'è sempre un minimo di voglia di tornare, di tornare alla normalità. Quando capisci che è finita, allora vuoi tornare.

Ecco, ora la sensazione diventa questa, in questa personalissima fase due.
Tornare a cosa? Tornare a casa?

Non sarà la stessa cosa, no. Non sarà la stessa casa.

Ma comunque in qualche modo ce la faremo, ci sarà un nuovo equilibrio, difficile, che creeremo. La vita è fatta di rischi, e comunque prima o poi si muore.
Dobbiamo, come abbiamo sempre fatto, trovare i migliori compromessi per tenere un rischio basso, e accettabile.

E allora, sì, in un modo o nell'altro, ce la faremo.


giovedì 2 aprile 2020

Cosa resterà di questo coronavirus



Nuovi panorami.

Cosa succederà, dopo il coronavirus? 
Ce lo stiamo chiedendo tutti, e dopo settimane di letture ed aver chiesto pareri autorevoli e non, ora ho una risposta.
Della quale non sono sicuro, chiaramente: nessuno può avere certezze, ora. Ma posso raccontarvi uno scenario verosimile.


I PROSSIMI 30 GIORNI
Rinvio dopo rinvio, la scadenza che attualmente è fissata al 13 aprile, arriverà al 4 maggio. Ma ve lo immaginate un 25 aprile al Pratello, ora come ora? Un Primo Maggio a Roma? Arriveremo a lunedì 4 maggio, almeno.
Nel mentre, calerà il numero di contagi giornalieri, si svuoteranno le terapie intensive e gli ospedali, e il coronavirus si circoscriverà a pochi casi giornalieri legati a singole aree, che probabilmente resteranno zona rossa più a lungo.
Attenzione, però: il coronavirus non sparirà. Né in Italia, né tantomeno all’estero, dove anzi in alcuni paesi sarà in fase di espansione.
Quindi lockdown fino al 4 maggio?
Più o meno sì, ma qualche timida riapertura ci sarà: utile al tessuto della PMI, e utile al nostro morale. Le ultime cose che ci hanno tolto, saranno le prime a tornare. Il jogging, le passeggiate, forse qualche piccolo parco (ma stavolta magari sarà vietata la sosta). E poi piccoli artigiani, parrucchieri e barbieri, anche piccoli negozi nei quali entrare uno alla volta, e sempre rispettando il metro di distanza.
Forse anche qualche attività di ristorazione, da asporto.
Difficile, ma magari anche qualche bar, sempre con l'obbligo di chiusura per le ore 18:00, e con i tavoli distanziati e igienizzati.


DAL 4 MAGGIO (o altra data successiva)
E poi, tutto come prima?
NO.
Ecco, mettiamoci subito in testa che non sarà tutto prima. Almeno per qualche anno.
Sì, è brutto da dire ma sarà così.

Cosa cambierà?
Potremmo dividere in due fasi, in linea di massima: l'estate-autunno 2020, e i prossimi anni. Ma si assomiglieranno molto, quindi le narrerò nella stessa suggestione che mi appresto a pennellare, come se fossi un pittore scadente che adesso dipinge un casino nella speranza che qualcuno prima o poi torni a comprare le sue croste, pur a prezzo ribassato e inflazionato.

Ecco, vi ricordate gli eventi dal vivo?
Scordateveli, almeno fino alla fine di settembre. E forse anche dopo.
Scordatevi le estati folli in riviera romagnola in mezzo a migliaia di sconosciuti, sudati e sputazzanti, a limonare cassonetti di dubbia provenienza.
(Chiaro: potrete ancora limonare bidoni a caso, ma l’approccio ricorderà più un dialogo preso da una vignetta di ZeroCalcare e sceneggiato da Charlie Brooker, quello di Black Mirror).
Ci toccherà abituarci allo sport a porte chiuse, da guardare in TV o in streaming via internet. O con i cinema con i seggiolini a un metro l’uno dall’altro. Per i concerti aspetteremo ancora parecchio. Torneranno di moda i concerti nei teatri, limitati a poche centinaia di persone. Cesare Cremonini farà un tour accompagnato da una piccola orchestra con biglietti a 68 euro a persona. E così via tanti altri.
I grandi eventi (concerti e festival in primis) saranno sempre eventi a rischio: a rischio contagio, a rischio cancellazione. In tanti non se la sentiranno più di investire in situazioni del genere.
In generale... avete presente quanto ci hanno rotto il cazzo le limitazioni nei luoghi pubblici legate al terrorismo? Dovete immaginarvele al cubo.
Il Coronavirus riuscirà dove l'Isis ha fallito.

E ci vorrà ancora parecchio prima di viaggiare serenamente all’estero. Ci saranno tanti controlli. Gli aerei saranno più costosi. O forse semplicemente costeranno uguale, ma voi avrete meno soldi.
E vi fiderete dei paesi all'estero?

La fiducia: molte persone sceglieranno sempre di più di restare in casa. Svilupperanno una sorta di ipocondria, di rifiuto verso tutte le situazioni di possibile contagio. Cioè tutte le situazioni di socialità.
Qualcuno diventerà una sorta di hikikomori, in un certo senso.

E preparatevi. Ai lockdown. Torneranno, ciclici, come fossero scosse di assestamento. In Italia, o all’estero, o in tutta Europa nello stesso momento. Potranno riguardare una città, una regione, intere nazioni o l'intera Europa geografica, appunto.
Potrebbero durare 14, 21, 28 giorni, o di nuovo mesi.

Fino a quando? Fino a quando forse non ci sarà un vaccino (ancora un anno? Due anni?) o fino a quando non avremo cure efficaci, per trasformare il coronavirus in una malattia meno letale e curabile in tempi più brevi, senza rendere necessario il ricovero. O forse quando avremo test per rilevare la positività prima di poter andare in giro ad infettare tutti gli altri… questo non lo so, ma quel che è all’orizzonte, è che per almeno un paio d’anni non avremo molti mezzi per fronteggiare tutto questo.

A livello lavorativo, avremo tutti (o quasi tutti) meno soldi in tasca. Salteranno un sacco di aziende, un sacco di posti chiuderanno. Cambierà il nostro modo di vivere e bisognerà reinventarsi in maniera diversa.
Dovremo cambiare lavoro, o inventarcelo.
Come? E’ ancora difficile. Di certo sarà sempre più importante la presenza online, con tutto quel che ne consegue. E non lo dico solo perché lavoro per JustoMezzo, per quanto, chiaramente, all’epoca decisi di aprire una realtà che voleva stare al passo con i tempi e riuscire sempre a dare una risposta adeguata. Ce la faremo? Io credo di sì. Ma sarà durissima anche per noi. E lo è già.

Comunque, si viaggerà meno anche per lavoro. Meno incontri, meeting, fiere. Molte più videoconferenze e videochiamate. Si starà a distanza, e si stringerà la mano con diffidenza.
In generale, ci toccherà stare molto più tempo sul computer con corsi online, lezioni online. E se non abbiamo dimestichezza è ora di imparare, sennò sarà facile restare a casa disoccupati. E non ci saranno più soldi per redditi di cittadinanza a cazzo di cane, temo.

Avremo alcuni aspetti fortemente negativi.
La disoccupazione salirà a dismisura. E se non ci diamo una mossa a migliorare il nostro CV e competenze non troveremo mai più alcun tipo di lavoro.
Ci sarà tanta depressione. Suicidi. Tensioni sociali.
Vedremo spesso in giro guanti e mascherine. Saremo un po’ come i giapponesi.
Il razzismo nord-sud probabilmente crescerà.
Non saremo più uniti, anzi.
Questi aspetti negativi li vedo un po' come fasi a termine, probabilmente nel giro di 4-5 anni si assesterà tutto e anche queste cose si attenueranno.



COSA FARE, QUINDI, NEL FUTURO?

E quindi?
E quindi bisogna prepararsi.
A stare in casa. Sistemate la vostra casa, comprate un divano comodo, una scrivania più grande, e rendetela un posto accogliente e funzionale. Trasformatela in un bunker, o pensate a soluzioni che possano renderla all'occorrenza un luogo adatto al telelavoro e ad una vita di quarantena per voi e per i vostri figli, nonni, animali, ecc.
Se avete la casa piccola, convertite la cantina e la tavernetta, magari comprando una stufetta. Oppure chiudete il balcone.
Acquistate subito un condizionatore, un pinguino De Longhi, quel che potete, se non ce l’avete: il lockdown potrebbe avvenire anche d’estate con 40 gradi. E ovviamente, la fibra ottica, se nella vostra città c'è. Schede SIM piene di gigabyte in 4G. E tutti i mezzi tecnologici che potrebbero rendersi necessari. Cuffiette, microfoni, webcam, scanner,s stampanti…
Allestite una zona con uno bello sfondo per videochiamate. Ne avrete bisogno.
Chiedete e pretendete il telelavoro, attivabile all'occorrenza, ma già pronto a portata di click.
E a prescindere... dematerializzare tutto e metterlo in cloud. Documenti di ogni tipo, foto, ecc... tutto su piattaforme sicuro. Ci sarà da pagare qualcosa, qualche euro al mese. Ma ne vale la pena.
E chi ha un cortile... beato lui! Lo allestisca al meglio, varrà oro nei tempi buoi. Chi è appassionato di giardinaggio/orto, tenga sempre pronto tutto il necessario.
Gli appassionati di running e ciclismo, valutino l'investimento di un tapis roulant / cyclette / rulli per bicicletta. 

Ricordate: l'Italia (in particolare l'Emilia) è territorio soggetti ad alluvioni, frane, terremoti. Molti degli accorgimenti qui sopra vi saranno utili anche nel caso, purtroppo non impossibile, si verifichino queste disgrazie.

E in linea di massima... non puntate troppo sul futuro prossimo: life is now, direbbe Totti. La vostra vacanza programmata da 18 mesi potrebbe essere cancellata un minuto prima.
Meglio poche cose, un po’ per volta.
Grandi eventi non saranno possibili a lungo tempo.
Dovremo stare sempre attenti a lavarci le mani, a metterci le mascherine, e dovremo evitare di stringere mani di sconosciuti a costo di fare brutta figura. Pulire bene dopo che ospitiamo persone in casa.
Fare molta attenzione con genitori e parenti anziani. E con bambini. E tenere conto che i virus sono mutevoli.
E quindi tutto potrà cambiare in 10-15 giorni.

E’ uno scenario negativo, distopico, apocalittico? Forse sì, forse è solo uno scenario verosimile.
Non è così terribile, cercate di vedere le cose positive.
Potremo comunque andare in giro a rimorchiare*, uscire con amici e parenti, goderci ristoranti, fare viaggi e vacanze e tornare a fare la maggior parte delle cose che facevamo prima.
Può anche essere l'occasione per cambiare lavoro, casa, città, vita e resettare alcune cose che non ci piacciono, e ricrearne di nuove. 

La razza umana è in grado di adattarsi: e lo faremo.

Non siate affamati e non siate folli: siate coscienziosi. E previdenti.



* a meno di essere sposati o fidanzati o accompagnati, chiaro. 

lunedì 16 dicembre 2019

Cinque squadre che ho portato allo scudetto (davanti ad una tastiera)


Chi come me ha passato l'infanzia e l'adolescenza (anche) davanti a un PC, ha tanti ricordi indelebili e dolcissimi di avventure avvenute nel raggio di 70 cm, in cui gravitavano un giovane player1 sfigato e speranzoso, tastiere con le lettere A S D consumate, mouse PS/2 con il filo e la pallina da pulire regolarmente sennò si intoppava, e monitor 15" con tubo catodico.

Ognuno ha i propri, di questi ricordi: e io oggi voglio condividere con voi quelli legati ai giochi di calcio, in particolare ad alcune "partite" (meglio dire: stagioni) che mi sono rimaste nel cuore.






Videogioco: Sensible Soccer 1.1
Squadra: Udinese 1996/97

Sensible Soccer era ed è un videogioco lontanissimo dalla simulazione reale del calcio, ricorda molto di più un gioco arcade. Se conoscete il mitico SWOS (sigla con cui si identificano le versioni successive) potete tranquillamente immaginarvelo come un gioco di pallamano e sono sicuro che lo apprezzereste uguale.
Ma era un gioco di calcio, e la possibilità di editare le rose (formate esclusivamente da 16 giocatori nelle prime versioni) lo ha reso immortale, giocato (e venduto) fino ad oggi.
Era perfettamente normale quindi che nel 1996 giocassi ad un gioco vecchio di qualche anno, a maggior ragione trattandosi di un evergreen.
E visto che con il gioco "me la cavavo" ormai abbastanza bene, decisi di tentare la conquista dello Scudetto con la modesta Udinese.
Udinese che avevo inserito io, chiaramente. Il videogioco aveva 7-8 squadre italiane, tra cui non erano presenti i friulani.
Le squadre più forti potevano contare alcune "stelle", cioè giocatori con qualità superiori alla media. L'Udinese che avevo inserito io, ovviamente no: quindi anche se nella Serie A reale quell'anno i friulani arrivarono quinti, nel mio gioco erano una squadra di bassa classifica come le altre.
Turci, Helveg, CaloriKozminski, Gargo, Giannichedda, Desideri, Locatelli, Bierhoff, Poggi, Hazem Emam, Marcio Amoroso... nomi che hanno fatto sognare (e qualcuno anche impallidire) lo stadio Friuli e lo studio di casa mia.
Arrivai alla penultima giornata secondo: scontro diretto con la capolista, il Milan, sotto di 2 punti.
2 a 1 per il sottoscritto, sorpasso, e con una ulteriore vittoria all'ultima giornata mi assicurai lo scudetto segnando 100 gol tondi tondi.
Quella volta scesi della sedia ed esultai sul pavimento.
Se non avete giocato non potete capire, ma sudare 34 partite di campionato dentro Sensible Soccer con Emam (detto "il Baggio delle Piramidi") in attacco, e vincere pure lo scudetto, è uno sforzo titanico. 

Questa è storia. In senso letterale: nel National Football Museum di Manchester è presente un PC in cui poter giocare a Sensible Soccer.






Videogioco: FIFA 97
Squadra: Arsenal 1996/97

La serie FIFA ha stravolto il mondo dei videogiochi di calcio (oggi si direbbe "del gaming"), e l'edizione 97 (uscita il 30 ottobre 1996) fu forse quella che portò i cambiamenti più rivoluzionari confrontati con l'edizione precedente. Certo, quella che si ricorda di maggior successo fu quella successiva del 1998 "Road To World Cup" con le qualificazioni per i mondiali di Francia '98... ma non divaghiamo.
1997, arriva in casa mia questa copia masterizzata, a pagamento. All'epoca chi aveva un masterizzatore era in automatico un ricettatore, che masterizzava i giochi per gli amici facendo la cresta sul supporto informatico (già parecchio costoso) anche raddoppiandone il costo. (Sì, Orsi, sto parlando di te.)
Così si usava, comunque: e così arrivò a casa mia Fifa 97. (Forse regalatomi per il mio compleanno? Sì, all'epoca si usava anche questo. Sì, Orsi, sto sempre parlando di te. Comunque grazie, anche a distanza di anni.)
All'epoca in quasi tutti i videogiochi era possibile giocare 1 vs. 1 contro un amico, ma Fifa utilizzava tutta la tastiera: oltre ai tasti direzionali le lettere Q W E A S D erano funzionali al gioco. Quindi, per giocare in 2 serviva una seconda periferica (joystick / joypad) che a casa mia non c'era.
Io e mio fratello decidemmo così di disputare un campionato con due squadre, dove negli scontri diretti avrebbe giocato solo la squadra di casa quella in trasferta sarebbe stata guidata dalla "intelligenza artificiale" della CPU. Il computer, per intenderci.
Se non erro mio fratello scelse il Newcastle di Shearer, io l'Arsenal, due squadre di alta classifica ma di certo non forti come il Manchester United (che quell'anno vinse la Premier League).
Entrambi vincemmo quasi tutte le partite. Lo stile di gioco era ancora poco realistico, ricordo di aver segnato la maggior parte dei gol in contropiede di Ian Wright.
Gli scontri diretti furono vinti sempre dal giocatore umano, ma il campionato si decise in una delle partite minori: da qualche parte fece una sconfitta di troppo, e così alla fine vinsi io, di un solo punto, con 36 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta.
Di certo non si può essere che ero Invincible, ma un Arsenal così Wenger non l'ha mai visto.

Ok, la intro di Fifa 97 fa un po' cagare e non rende giustizia alla rivoluzione che portò il videogioco. Il "culto" delle intro fighe nacque con il suo successore, il '98 Road To World Cup.




Videogioco: PC Calcio 5.0
Squadra: Salernitana 1996/97

Come potete intuire, non è che studiassi così tanto alle scuole medie. E ripensandoci, forse iniziò proprio qui il tracollo che mi portò da essere uno dei migliori della seconda media ad arrivare alla maturità con tre materie sotto (quando ancora si poteva).
Ma andiamo con ordine: PC Calcio fu uno dei primi giochi di calcio manageriali, ed era tutto italiano, un piccolo orgoglio tricolore in un'epoca di software house prevalentemente british (dico bene? chi lo sapeva da dove venivano...).
In realtà era la versione italiana di PC Futbol, di Dinamic Multimedia (software house spagnola). Ma in un periodo in cui si trovava a fatica una traduzione in lingua italiana dei videogiochi, avere un gioco completamente in italiano, che addirittura si comprava in edicola (a sole 35.000 lire!) dava un tocca che oggi potremmo definire... "sovranista".
La versione 5 portò tante rivoluzioni, tra cui la gestione manageriale della società e l'invecchiamento e ritiro dei giocatori. In questa maniera, unito ai giovani che uscivano dalle cantere, si poteva giocare potenzialmente in maniera perpetua (anche se mi pare il gioco fissasse un limite a 20 anni, quindi fino al 2017. Un futuro lontanissimo per l'epoca).
Presi la Salernitana, dalla Serie B, e la portai in Serie A prima, e poi in Champions League. Con quella squadra vinsi TUTTO: Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa Italiana, Champions League, Supercoppa Europea e pure la Coppa Intercontinentale, centrando pure l'en-plein di tutti e 6 i trofei nella stessa stagione.
Poi mi fece una offerta la Lazio, e passai ad allenare in biancoceleste.
Ma ricordo con piacere quella squadra con Chimenti, Del Grosso, Dell'Anno, Tudisco, Phil Masinga, ArtisticoSpinelli, al quale si aggiunse il giovanissimo canterano Jordi Ferron, un fortissimo difensore centrale spagnolo, inventato dal videogioco, che divenne perno della mia difesa a 4, e curiosamente omonimo di quello che poi ebbe una discreta carriera nella Liga.

P.S. dettaglio importante: PC Calcio dava la possibilità di giocare in prima persona le partite, ma il gameplay delle partite faceva abbastanza cagare, motivo per cui mi limitavo alla parte manageriale (che era la vera anima del gioco).

PC Calcio non aveva una vera e propria intro, ho trovato video con la colonna sonora ma onestamente faceva abbastanza cagare, motivo per cui la toglievo e giocavo ascoltando la musica che pareva a me. Qui c'è un video di game play in cui casualmente c'è proprio la mia Salernitana, e potete verificare come il "giocare le partite" facesse abbastanza schifo, e di come invece la parte manageriale fosse parecchio dettagliata per essere nel 1997. Mancava solo il tasto per fare il falso in bilancio.





Videogioco: FIFA 99
Squadra: Perugia 1998/1999

Come avete notato, nessuna squadra di Fifa 98. Curioso? In verità ho bellissimi ricordi con il Crystal Palace (nel quale acquistai Marco Negri, che insieme a Lombardo e Padovano mi diede "il Crystal Palace degli italiani), di mondiali vinti con Burundi e Isole Maldive, di campionati italiani con Sampdoria e Bologna... ma fu un gioco talmente bello, e al quale giocai talmente tanto, che non riesco a legarlo ad una squadra in particolare.
A differenza del successore, FIFA 99, che fece qualche passo avanti sul piano della giocabilità, ma al tempo stesso indietro... insomma ricordo che si segnava un casino su calcio d'angolo e da palle ferme, ma poco su azione.
Feci un bellissimo campionato con il Perugia del vulcanico Gaucci, dove allenatori e giocatori entravano come una porta girevole. Io giocai caricando gli aggiornamenti del mercato invernale, quindi mi ritrovai Mazzantini, Kaviedes, Mezzano, oltre a Bucchi, RapajicCappioli, Nakata, Olive e Pagotto.
Questo Perugia nel campionato reale lottava per salvarsi, e confermo che l'andamento della mia stagione fu molto simile. Poi però, come si usa dire, trovai la quadra e cominciai a vincere: purtroppo ormai avevo lasciato troppi punti per strada, e mi fermai ad un terzo posto.
Ok, vi ho mentito: qui non vinsi lo scudetto... ma comunque il terzo posto Gaucci se l'è sempre sognato.

Intro figosa ma dal finale vagamente insulso (quella pseudo citazione finale a Rocky IV non me la spiego) ma con Fatboy Slim come colonna sonora puoi fare quello che vuoi.




Videogioco: FIFA 2001
Squadra: Atalanta 2000/2001

Questa è la squadra che ricordo con maggior piacere. L'Atalanta all'epoca aveva allestito una buona rosa, tanto da arrivare settima in quella stagione.
Io la presi in mano, ed acquistai un giocatore per rinforzarla. Francesco Coco. COCO. Per rinforzarla.
Nel 2001 il giocatore venne ceduto in prestito dal Milan al Barcellona (sì, COCO ha giocato nel Barcellona) ed era al suo apice della forma, che gli permise di essere convocato per i disastrosi Mondiali del 2002 (sì, abbiamo mandato Coco ai mondiali).
Non so perché, e me lo chiedo ancora oggi, in Fifa 2001 fosse indicato come libero invece che terzino.
Comunque, a me serviva un libero, lui era forte e giocava libero, e così lo comprai. In quella squadra c'erano anche Pelizzoli, Siviglia, i due Zenoni, Doni, e in attacco Ganz, che divenne il mio principale terminale di riferimento, segnando numerosi reti in rovesciata, ormai marchio di fabbrica.
Vinsi lo scudetto, e l'anno dopo arrivai in semifinale di Champions League.
Non so contro chi giocai, ricordo solo che erano nettamente più forti della mia Atalanta. E in effetti all'andata, in trasferta, persi 3 a 1.
Al ritorno, in casa, avrei dovuto vincere 2-0... le cose andarono diversamente, fu una battaglia epica, e vinsi 5-3: tuttavia, per la regola dei gol in trasferta, non bastò, e fui eliminato, spegnendo così le speranze di una inspiegabile finale di Champions League.
Ogni tanto ripenso ancora a quei giorni, e oltre a chiedermi come fosse possibile di avere Coco come perno della mia difesa, ripenso a cosa sarebbe potuto succedere se avessi segnato un gol in più in quella semifinale.
Forse avrei preso la sufficienza in matematica, forse la tipa avrebbe voluto uscire con me, forse avrei segnato un gol incredibile al campetto, e da lì avrei aperto una serie di sliding doors... che mi avrebbero portato dritto nella bancarotta e/o nella tossicodipendenza.
Che ne sai, a volte forse le cose è bene che vadano così.
Non c'è sconfitta nel cuore di chi lotta, anche se lotti "solamente" su una tastiera.

La sigla di Fifa 2001. Lo so, a guardarla con gli occhi di oggi fa sorridere, ma al di là del pezzo fighissimo (Bodyrock di Moby è tanta roba) cercate di immaginarvi come se questa fosse la miglior simulazione di calcio mai uscita e che voi siate appena riusciti a farvene masterizzare una copia.