Freddo, prevalentemente e principalmente freddo, nelle luci di chi non ha problemi con i limiti dei 30 km/h delle metropoli.
Mura e palazzi orfani delle parole di Vasco Brondi, in una provincia che cambia e non cambia, sempre pronta al lento ma progressivo ricambio generazionale dei bar.
Un passo alla volta, sui marciapiedi sconnessi, laddove i pedoni sono sempre l'ultimo pensiero di ogni cantiere e lavori in corso.
Una leggera ebrezza, quel senso di equilibrio di chi continua gioca a fare il Pippo Inzaghi con l'etilometro, perennemente sul filo del fuorigioco della patente.
Alla fine sei passato al Campari, giusto perché l'Aperol ti ha rotto il cazzo: c'è voluta una vita, ma ce l'hai fatta.
E un'altra Ford che passa, senza nessuna storia, senza nessuna possibilità di entrare mai nel registro delle auto storiche, col suo carico di seggiolini a norma.
Vorresti sbloccare il risultato - ora - ma sarebbe troppo presto. Le partite durano 90 minuti, e a volte anche 180, ma questo è un campionato difficile.
Non segneresti, non segnerai.
Alla fine, avevi ragione, alla fine non è nemmeno un brutto posto in cui vivere. C'è voluta una vita, ma l'hai capito: ce l'hai fatta.
E intanto i bar aprono e chiudono, le macchine passano, le lampadine si fulminano, i marciapiedi si sgretolano, davanti agli assessori comunali e alle tessere elettorali che si riempiono di timbri.
Anche Wilshere ha smesso di giocare, sembra siate rimasti solo tu, Fernando Alonso e Carlos Sainz (senior) a non volersi rassegnare al tempo che passa. Eppure non sei loro, né tantomeno il Kazu Miura, il tempo passa comunque e anche su di te lascia i suoi segni. Inesorabili.
Quanto - è lontana - la pace?
Quanta guerra - ancora - per chi non l'hai mai vissuta - davvero?
Io e la mia mascherina stiamo bene insieme. (la mia prima mascherina chirurgica "usa e getta": usata per due mesi, e poi gettata)
Febbraio 2020
C'è un nuovo virus, pericolosissimo, che è uscito fuori in Cina, si diffonde con molta facilità, è come una banale influenza ma per chi soffre di altre patologie può risultare letale. Come la SARS, come la suina, come tante altre. Sì, vabbè. Questa cosa prende piede in Cina, capirai, in Cina c'è un miliardo di persone di cui 900 milioni in condizioni di povertà, in Cina non ci sono i diritti civili, in Cina hanno chiuso tutti in casa, c'è un maratoneta che si allena correndo in 27 metri quadri, c'è da impazzire.
Ma qui ci sono i controlli, qui hanno bloccato i voli dalla Cina, che il virus si diffonda qui è altamente improbabile.
Nel dubbio la gente smette di andare al ristorante cinese, e anche dai giapponesi che in Italia sono gestiti dai cinesi, io ci vado e noto è mezzo vuoto anche se è venerdì sera. Avrebbe dovuto trasferirsi un mese fa, ma è ancora lì, forse per il periodo. (Sarà l'ultima volta che entrerò a mangiare in quel locale: recentemente ha riaperto, nella nuova sede, ma devo ancora mangiarci dentro.)
C'è qualche caso, qualcuno a Roma, qualcuno rientrato da trasferta in Cina, uno che è entrato in con qualcun altro. Ma è tutto sotto controllo.
E poi.
Arriva.
Lui.
Il "paziente uno". Il primo paziente che preso il virus in Italia. E in poco tempo, due. Quattro. Sedici. Principalmente in Lombardia.
E' il 21 febbraio, venerdì pomeriggio, e la sensazione, a quel punto, è netta. E' arrivato il "coronavirus". In Italia. E poi a breve in Europa, e poi in tutto il mondo.
I pensieri sono due. Il primo è cercare di assicurarmi per poter ricevere denaro e lavorare anche durante in un ipotetico contagio. Il secondo è trovare il modo su come fare i soldi sulla isteria collettiva, al netto di chi purtroppo invece soffrirà o addirittura ci lascerà le penne.
Entrambe le intuizioni sono ciniche, ma razionali e corrette. Non basta l'intuizione, però. Non basta la visione del gioco: ci vuole il piede buono per saper fare il lancio lungo.
Alzai lo sguardo, ed ebbi la visione: mancò il piede.
Comunque, mi immagino come andrà a finire: mi attivo subito per predisporre un servizio di riprese in streaming delle partite per la Benedetto XIV (che al momento, in Serie B, non era previsto). Avevo già immaginato le porte chiuse. Porte chiuse che poi tutti scongiureranno, e rifiuteranno, salvo poi arrendersi all'evidenza del "o così o niente".
Alla sera esco, con alcuni amici: deve raggiungermi mia moglie, all'epoca morosa. Mi telefona: tarderà, è stata tamponata. Per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Stavolta niente di grave, solo un piccolo graffio sul paraurti. La cosa che fa ridere, a un anno di distanza, è diventata abitudine per me farmi tamponare al venerdì, 48 ore prima dei match della Benedetto XIV, per motivi di protocollo FIP.
Andiamo a cena, a mangiare una pizza. Arriva. Arriva la pizza, arriva la Maja. Ceniamo. Sarà il penultimo pasto consumato fuori casa, ma non posso saperlo.
Apro il telefono: la partita di serie di B di basket della Bakery Piacenza è stata rinviata. Scrivono erroneamente "sospesa". Johnson Righeira (sì, lui, quello dei Righeira) commenta la notizia su Instagram con "Azzz...".
Il giorno dopo, si gioca la partita della Benedetto XIV. Si tratta di un anticipo al sabato sera per non accavallarsi con il Carnevale di Cento del giorno dopo. Pur giocandosi a 45 minuti da Cento, al PalaSavena di San Lazzaro, il pubblico è più o meno lo stesso. E quanto giochi da due stagioni a 80 km A/R da casa, cerco di evitare tutto quello che può andare a ridurre ulteriormente il pubblico di aficionados.
C'è un clima un po' surreale, e non è per il ritorno al sabato sera (che era tradizione fino a metà degli anni '10): c'è la netta percezione che stia avvenendo qualcosa, qualcosa al di fuori del basket, ma ancora non si capirà quanto influirà tutto questo. La partita è un turning point stagionale, la Benedetto XIV vince il match contro Fabriano con un canestro a pochi secondi dalla fine di Yan Moreno: Cento così aggancia la rivale, e in virtù del 2-0 negli scontri diretti la sorpassa e di fatto agguanta la testa del girone.
Sì: abbiamo chiuso con una bella vittoria.
Tra gli addetti ai lavori si parla già di porte chiuse, e ci si chiede se effettivamente ci si vedrà lì, di nuovo tra un paio di settimane. Non sarà così, con molti ci si rivedrà anche 7-8 mesi. Qualcuno non lo vedo da allora.
Finiamo tardi, e a me e ai colleghi non resta che tornare a Cento, dopo aver cercato un paninaro aperto che da mezzanotte in poi sembrava già introvabile. Coprifuoco era ancora un modo dire. Una birra, una piadina. Questo sarà il mio ultimo pasto fuori casa, per parecchi mesi a venire.
E' appena iniziata domenica 23 febbraio.
Qualche ora di sonno, e ben vestito, sono di nuovo al lavoro: c'è il Carnevale di Cento. Si è discusso sull'annullare la giornata di sfilate o meno, ma alla fine nessuno se l'è sentita. Giusto? Sbagliato? Se da un lato è giusto parlare di prudenza e buon senso, dall'altra dobbiamo parlare di responsabilità verso turisti e addetti ai lavori. Onestamente, non so proprio cosa avrei scelto io: ma non devo prendermi la briga di decidere, io ci lavoro, mi vesto e vado. Tuttavia ormai la faccenda è nazionale, si invoca da più parti la sospensione di tutto, la chiusura di ogni evento fonte di assembramento.
Sbucano le prime mascherine, chirurgiche, indossate da turisti molto timorosi che pensano di proteggere loro stessi, quando in realtà proteggono gli altri. D'altronde, a quella data, è facile immaginare che quelle mascherine fossero il meglio reperibile in commercio.
E' una bella giornata di sole ma non c'è un clima di festa, da casa sono diversi gli insulti che riceviamo sulle pagine Facebook. "Avrete dei morti sulla coscienza". No, non si sono poi registrati contagi avvenuti durante il Carnevale o a seguito di contatti avvenuti in quella giornata. Forse ci sono stati, forse no: di certo il tracciamento nelle prime giornate riusciva ancora spesso a delineare le possibili zone di contagio, e il Carnevale di Cento non fu una di queste. Sfilano i carri, volano i coriandoli, sul palco del Carnevale sale "la velina russa"Vera Atyushkina (vi ho sbloccato un ricordo, lo so), ma non è una completa giornata di festa.
Comunque, era nell'aria un'ordinanza di Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, per "chiudere tutto". Il carnevale, nonostante la splendida giornata di sole, si svolge velocissimo, quasi ad anticipare ogni ordinanza. Che potrebbe anche avere effetto immediato, per quel che ne sappiamo in quel momento.
E poi arriva, l'ordinanza. Tutto chiuso in Emilia-Romagna. Scuole, eventi, aggregamenti. Per almeno 7 giorni. Ma già sappiamo che i giorni dovranno essere almeno 14, se non 21, per avere effetto. Saranno oltre 70, in realtà, e per le scuole persino di più: l'anno scolastico, per lo meno quello in presenza, si chiuderà qui. Quindi, il Carnevale di Cento finirà lì, quel 23 febbraio 2020.
Ridendo e scherzando, pensiamo che bisognerebbe passare dai supermercati per fare scorta. E ci giunge voce che qualcuno si sta già attivando in questo senso: chi in maniera ponderata, chi in maniera folle. Bevo una birra in un bicchiere di plastica, con i colleghi, e torno a casa.
I primi giorni proseguono quasi normali, nel clima del #iononmifermo e nel nome di un distanziamento molto teorico e poco pratico. Le mascherine ancora non esistono. I casi fioccano, uno dopo l'altro. Centinaia, poi migliaia.
Mi capita persino di ammalarmi. Prevalentemente una brutta infiammazione alla gola, ma la tosse e il mal di gola durano solo un giorno. Per il resto stanchezza, spossatezza, sensazioni febbrili. Insomma, ce n'è abbastanza per recarmi dal medico e mettermi in mutua. Vado dal dottore, stiamo tutti distanti. E' fine febbraio ma le finestre restano aperte. A suo dire, non si tratta di corona virus. A distanza di parecchi mesi, un test sierologico confermerà la sua idea: non era covid19.
No: non era febbre. E forse non c'era nemmeno battito.
Le partite di basket iniziano ad essere rinviate un po' ovunque, così come anche gli eventi sportivi. Non più solo in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I casi fioccano come funghi in tutta Italia. E in tutta Europa. E' solo l'inizio, nel giro di poche settimane verranno sospesi prima gli interi campionati, e poi annullati.
C'è tempo poi per fare una ultima cena, con alcuni miei amici, il 5 marzo 2020. Con un po' di timore, crescente, con un po' di distanziamento appena accennato. Nel mentre, arrivano le prime bozze di DPCM, dove si parla di province "zone rosse". Alcuni amici si chiedono se riusciranno a tornare a casa. Questa rimarrà l'ultima cena con loro, per diversi mesi.
E poi pochi giorni dopo , una sera, appare Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio, in TV. Sto ancora lavorando, mentre torno a casa mi fermo a fare il pieno alla macchina. Da un lato, era necessario: ero in riserva. Dall'altro, fossi riuscito ad aspettare qualche giorno in più, avrei goduto di un costo veramente basso per il diesel. Ma tant'è. Passeranno mesi prima che torni ad avvicinarmi ad una stazione di servizio.
Torno a casa. Conte ha parlato. E' uscito un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, poi amichevolmente noto come DPCM. E' lockdown. Nazionale. Anche se poi sarò costretto ad andare fisicamente in ufficio ancora per una settimana, prima che venga attivato il cosiddetto "lavoro agile".
La chiameremo tutti "quarantena", erroneamente, perché quel termine sarebbe più indicato per l'isolamento domiciliare. Ma c'è ancora parecchio caos, soprattutto nei nomi. Si parla ancora di "coronavirus", dopo un po' di settimane prenderà piede la parola "covid", diminutivo di covid-19.
E poi il resto lo sapete, è storia recente, anzi, ancora purtroppo presente.
E' passata una settimana dalla fine della stagione della Benedetto XIV.
Un anno fa, più o meno, mi ritrovai a scrivere della storica promozione in A2.
E ora, a distanza di appena 11 mesi, sono a scrivere della retrocessione.
A suo modo, anch'essa storica: se escludiamo quella del 1996 dalla B1 alla B2, dove venne disputata la stagione con i juniores causa fallimento economico, e quindi la retrocessione maturò in banca più che sul parquet... la precedente discesa di categoria è datata 1983.
36 anni fa.
Di tutto il roster biancorosso, nel 1983 solo White era già al mondo.
Nel 1983, quando ancora si giocava alla Giovannina e dalla C1 si scese in C2.
Tutta un'altra epoca. E 36 anni di distanza, per una società che ne ha 55, sono veramente un sacco di anni. Dentro ci passa di tutto.
Otto giorni fa ero lì al tavolo stampa, Ferri (numero 10 di Legnano) lancia una di quelle cose che ci provi e che non vanno mai, quando le lanci all'ultimo secondo.
E invece entra.
E invece, come a noi capita spesso, all'ultimo secondo le cose agli altri entrano, e ci fanno perdere.
Fino a pochi secondi prima ero pronto a filmare l'esultanza per la finale playout, e mi sono ritrovato a scrivere "la Baltur Cento retrocede in Serie B."
Punto.
Fine del post, fine della stagione.
E poi a chiedermi, prima di schiacciare Pubblica... "ma è vero? ma siamo sicuri? ma siamo veramente in B? Ma è proprio così? Non è meglio mandare una mail alla Lega Pallacanestro e chiedere chiarimenti?".
Penso sia stata una reazione di riflesso, il rifiuto della cosa.
Sono l'addetto stampa: molte volte la mia voce nella stagione è stata sostituita, o ha coinciso, con quella della società.
Ho scritto poco, di basket.
Ho cercato di fare del mio meglio, professionalmente parlando.
Ma si vince e si perde insieme, da chi infila la bomba decisiva all'under che fa il 12esimo e porta le borracce, dal coach all'aiuto fisioterapista, dal Presidente all'ultimo dei bigliettai.
Un anno fa abbiamo vinto tutti: la settimana scorsa, abbiamo perso tutti.
Abbiamo perso all'ultimo tiro? Negli ultimi 7 secondi? All'ultimo possesso?
La verità è che la stagione si vince o si perde in 30 partite, 35 con i playout, in questo caso.
Questo è tutto quello che siamo riusciti a fare, nel bene o nel male, con le cose buoni e con gli errori. E non è bastato.
Sono dati di fatto, c'è poco da girarci intorno.
Questo non intacca assolutamente il valore della prestazione di ognuna delle persone che hanno contribuito in questa stagione della Benedetto XIV. Ognuna di loro ci ha messo il proprio, ognuna alla sua maniera.
Non spetta a me dare giudizi o fare pagelloni.
Mi limiterò ad analizzare il mio lavoro e quello del team comunicazione messo in piedi da JustoMezzo, con l'unico obiettivo di migliorarci professionalmente ed essere pronti per una nuova stagione.
Perché non bisogna mai dimenticarsi che non è "solo sport": ci sono persone che ci lavorano, fuori dal parquet. I famosi "addetti ai lavori".
Persone cui una retrocessione a volte significa anche la perdita del lavoro.
E chi lavora in A2 è ancora una persona "normale"... di quelle con il mutuo, l'affitto, le bollette, le rate... e se e quando si guadagna "qualcosina" in più, quella serve a compensare l'incertezza di licenziamenti, retrocessioni, fallimenti.
E in ogni modo, il fatto che non si sia centrato l'obiettivo minimo della stagione, non significa che la stagione sia stata un completo fallimento: allo stesso modo in cui la stagione precedente non fu perfetta.
Smontando la stagione a pezzetti, elemento per elemento, meccanismo per meccanismo, ci sono tante cose da salvare, che hanno funzionato. Molte magari da migliorare lo stesso, certo, ma non da eliminare.
Non si deve mai ripartire da zero: vorrebbe dire cancellare tutta l'esperienza maturata.
Si riparte da dove si è arrivati. Con i propri errori, con le proprie scelte fatte, andando a valutare quali sono state giuste e quali sbagliate, e si impara. E si riparte.
Sicuramente questo è un discorso "da addetto ai lavori", ma è quello che sono, ed è quello di cui le società hanno bisogno.
Le cose a bordocampo appaiono un po' diverse, probabilmente da quelle che si vedono dagli spalti: sono anche io tifoso, però. E probabilmente, è proprio nella gioia e nel dispiacere che ci si arriva ad unire.
Non ho molto da dire come vedete, né molto da aggiungere. Ho conosciuto tante belle persone in questa stagione, ho fatto una esperienza molto bella, sia dal lato umano che dal lato professionale, nonostante la grande fatica e le grandi difficoltà. Molte le ho già ringraziate personalmente, molte le ringrazierò. Perché è importante vedere il bello anche dove le cose sono brutte, perché qualcosa di bello c'è sempre.
Sono in Piazza Guercino, sotto al portico del bar Uno Più, insieme a mezza Cento, a guardare Ovito Scafati - Baltur Cento, finale playoff di B, valevole per la Serie A2 di basket.
Io ho 16 anni, indosso una polo rossa, non griffata Benedetto XIV... intorno a me qualche maglia dei tifosi (la vecchia Fossa dei Leoni biancorossa), ma più che altro gente in borghese... in serie B non va ancora molto il merchandising e la vendita di abbigliamento griffato, ed è troppo caldo per le sciarpe.
Il Comune di Cento ha allestito un maxischermo in cui viene proiettata la partita, trasmessa da Rai Sport... siamo a pochi secondi dalla fine e stiamo vincendo di tre.
I secondi passano... il cronometro sta per segnare zero no? Abbiamo vinto, no? Adesso uno tira ma va fuori, no?
No.
Rossi, numero 8 di Scafati, mette una tripla. Parità. Supplementari.
Ma come ti riprendi da una botta così? Sei a pochi decimi di secondo dalla A2. E bum, ti si allontana, così.
E ovviamente ai supplementari abbiamo perso.
E dire che i ragazzi si erano ossigenati i capelli come andava di moda all'epoca, come avevano fatto anche i calciatori della Romania, per esultare per essere nei playoff invece che nei playout.
E invece, da numero 8 avevamo buttato fuori gli storici rivali di Ferrara, che arrivò prima nella regular season, vincendo a casa loro, con una bomba di Carchia a due secondi dalla fine. Che notte quella notte.
Dopo un cammino così, da outsider, devi andare su.
Addirittura un pullman di 51 impavidi era andato fino a Scafati. Scafati è in là, eh... poi con i pullman che si sceglieva la Fossa...
...insomma, era una favola, a cui all'ultimo secondo è mancato il lieto fine.
"Se non è successo quest'anno, non succede più..." mormoravano i vecchi in piazza, tra una bestemmia e l'altra.
Da 00'22" , l'azione che ci ha tolto l'A2.
Quando ripenso a quel giorno, di solito mi viene da pensare a tutto quello che c'è stato dopo... ma oggi mi viene da pensare anche a tutte quelle cose che ci sono stati prima.
Si, si parte ovviamente da Mons. Baviera e dall'oratorio di San Biagio... da sempre acerrima "nemica di campanile", per me che sono penzalino, ma a cui va dato questo merito. E anche dall'altrettanto indimenticato Don Bruno.
E poi ci hanno già fatto un libro sui 54 anni che ci dividono dal 1964 e dalla fondazione della Benedetto XIV, quindi non ha senso andare ad aprirlo per leggere tutti i nomi.
(Ma lo farò lo stesso per evitare di fare errori ed essere poi corretto e cazziato da Maretti, come se fosse Antani, per due).
La mia storia con la Benedetto comincia prima che io nascessi, praticamente fin dall'inizio, perché mio padre l'ha seguita da sempre... come tifoso, collaboratore, bigliettaio, e... manovale, quando nell'81 c'era da ristrutturare in fretta e furia la Palestra della Giovannina perché la palestra delle medie non era pronta per la serie C.
(Mi ricorda qualcosa... la storia si ripete.)
(La Palestra della Giovannina è più o meno la stessa dal 1981).
E insomma, non ricordo la prima volta che andai al Palazzetto, ma i primi ricordi sono di me da bimbo che scorrazzavo per il bordo campo insieme ai figli degli altri tifosi genitori... esattamente come accade ancora oggi.
I primi ricordi che ho sono quelli di Pol Bodetto, che per me era una cosa mitologica, al pari di un Roby Baggio... e della prima promozione in B, che poi era B2, ma B2 è B, no? (Anche questo mi ricorda qualcosa... qualcosA.)
La società regalò come gadget il portachiavi rettangolare smussato biancorosso tagliato a metà, che se lo giravi... diventava un cuore. Un cuore biancorosso.
Poi ce ne sono stati tanti, di giocatori. Da Bobicchio fino a Di Monte, passando da Carchia e Masieri (entrambi miei vicini di casa... potrei raccontare tanti aneddoti sul cane di Carchia e su come parcheggiava Masieri, ma sono cose che serbo morbosamente nel mio cuore), Moffa e Binelli... ma anche Rorato, Binetti, Beghelli... o gente come Raggi,Bossi, o i fratelli Bretta, Frenchu Malaguti... ognuno di quelli che è entrato in campo, anche se per pochi secondi, fa parte di una squadra, e di una storia.
Quindi penso anche al 2011, quando ero ancora a Londra, e qualcuno si mise in testa di rimettere in piedi tutta questa baracca. Allora c'era un certo Michele Manni, e c'è anche oggi. Perché non ci sono solo quelli in campo... a metttere il loro mattoncino, ci sono anche quelli fuori dal parquet.
(Anche se Manni tecnicamente è spesso sopra il parquet, seppur seduto.)
Tutti i volontari a vario titolo, tutti i collaboratori, tutti quelli che molte volte gratuitamente, hanno dato qualcosa, per questa squadra.
Io e mio fratello abbiamo giocato nelle giovanili (in realtà io mi sono fermato con risultati scarsissimi al mini-basket), per poi diventare collaboratori... mio nipote si è dedicato al baby-basket, per un po'. E sono già tre generazioni... come la mia famiglia ce ne sono tante altre, a Cento, che hanno un sangue biancorosso.
Ci sono poi i tifosi, quelli come mio fratello e tanti altri... come diceva Maretti, quelli che si sono sempre fatti un sacco di trasferte lontanissimo, in palasport che più che altro erano palestre con tribune, in posti dove i piccioni cagavano dentro (tutto vero), trasferte "inutili" che non contavano nulla per la classifica, ma se le sono fatte... in pullman, in auto, in aereo, anche migliaia di chilometri in giornata... mentre morose, mogli, amici, colleghi erano dietro a chiedere "ma chi te lo fa fare?".
(Uh, anche morosi, mariti, amiche, colleghe... c'è anche una bella quota rosa, in curva).
Ma loro, c'erano.
Io non ci sono sempre stato, ho avuto le mie fasi, diciamo, legate ad età, impegni, lavori... e anche spostamenti. Ma l'ho sempre seguita. Anche quando ero a Londra, e dopo il terremoto, siamo saliti dalla C alla B.
C'ero a mio modo, se vogliamo dirla così.
Sabato, a Montecatini non erano i 10 (che poi ormai sono diventati 12) del referto.
Non era 100, intesa come città.
Non erano i 1000 e più tifosi.
Era un'onda lunga, di decine di migliaia di persone... e tante non ci sono nemmeno più. Se credi nel paradiso, o nell'inferno, puoi immaginartele lì, a sporgersi dalla balaustra di nuvole dal terzo anello del PalaTerme, a cantare, battere le mani, lanciare fulmini agli arbitri e applaudire i giocatori... non so, a me piace pensare a Zimmer che guarda il presidente Gianni Fava, mentre circondato dai giocatori festanti, batte le mani al ritmo di "E ieri sera" (!!!) ... chi l'avrebbe mai detto?
9 giugno 2018, Cento
Ci sono voluti 18 anni, ora ne ho 34... e sono seduto nello stesso portico di diciotto anni fa, sempre con una maglia rossa indosso, stanco, spossato e sudato... ma stavolta felice. L'abbiamo vendicata, abbiamo stroncato una maledizione.
Se potessimo tornare indietro, chi vorrebbe fare entrare quella tripla di Rossi? Nessuno, credo.
Ma se non fosse entrata... questa promozione, sarebbe stata vissuta con la stessa sofferenza? Avremmo avuto la stessa gioia all'ultima sirena? Non credo.
Le sconfitte possono insegnarti a vincere. A noi ne sono servite molte. Si ironizza sempre sulle finali perse dalla Juve in Champions, ma... conoscete tutte quelle perse dalla Benedetto? Nel 2009, ai tempi della fase "Pallacanestro Cento", ci si fece addirittura una maglietta.
Siamo quello che siamo per tutto quello che ci ha costruiti, per il tutto il passato che ci ha temprati, forgiati, appassionati. Per tutte le delusioni che "no basta, non ci vengo più al palazzo" e invece a settembre si era lì a rifare l'abbonamento.
Perché c'è una passione prima di tutto, perché una canotta non è una roba sintetica che puzza di sudore, è qualcosa di più.
Anche per me, che non ne capisco un cazzo di basket, e che so a malapena palleggiare.
E allora perché? Chi ce l'ha fatto fare?
Perché si vive anche per cercare di realizzare i sogni.
Perché era un sogno, e ogni tanto, qualche sogno, si avverA.
Nove anni fa.
Un amico era preoccupato per la sua ex che affrontava il primo viaggio senza di lui. A distanza di anni, non posso dargli torto. Cioé, ce l'aveva, aveva torto... ma non posso darglielo lo stesso.
A me, ripensandoci, per quel che mi posso ricordare con il mio cervello che perde pesantemente MB e MB di cluster di memoria... mancavano solo i suoi messaggi. "Solo".
Prima dell'epoca di whatsapp, prima degli smartphone, nell'epoca delle offerte dei 100 sms al mese, andare all'estero era una sorta di condanna a 160 caratteri al giorno, o poco più. Più o meno, una sorta di comunicato stampa al giorno, più o meno dettagliato ed efficace a seconda della persona che avevi di fronte. E con di fronte, intendo una fronte che spaziava anche di 800 km.
E a me, mancavano i suoi sms. Cioè lei.
A distanza di nove anni ricordo quei viaggi da Cento a Ferrara, ancora ignaro di quanto sarebbero stati pesanti anche dolorosi i due anni successivi, anche se ora non mi pesano così tanto. Sarà che pesa più il futuro, sempre.
Ma allora averti lontano senza poterti sentire pesava parecchio, e mi sorprendeva anche un po'.
So che non mi stai leggendo. Questi post del cacchio li leggono si e no 30 persone, le vedo le statistiche. E tu non sei tra quei 30.
Se stai leggendo, vuol dire che non sto parlando di te.
D'altronde... prendi Saviano: in quanti hanno LETTO "Zero zero zero", ad esempio? La gente che scrive è così: magari ti conoscono di nome, di fama, magari hanno letto qualcosa di te... ma l'ultima stronzata che hai scritto non se la incula nessuno. Grazie a Dio, mi è restata una vita sociale, potrei anche andare a puttane se volessi. (no, non l'ho ancora fatto, nonostante quello che si può pensare in giro... sembra strano, ma ancora no. pensa te! si può apprezzare l'est europa anche per altri motivi)
E niente, di quei viaggi di 32 km che non si inculava nessuno, e nemmeno io in fondo, non è rimasto niente, nulla, neanche questo post. Solo quel sentimento di futuro che faceva paura ma stimolava.
Faceva paura ma stimolava. Sentivo che stavo crescendo, invecchiando, maturando, e potevo chiamarlo come volevo, ma era importante e necessario.
E ora è tutto diverso, e uguale, o uguale, o diverso, o vaffanculo.
Bastava un tuo sms, una volta.
Ora di cosa abbiamo bisogno?
E' solo questione di tempo, e il tempo non va misurato in 24 ore.
E poi dove vivo, una città dormitorio dalla quale scrivo
in un paese di ciechi e di sordi - che speri
si rivelino
più cechi e più Sordi quello che credi,
o di quello che vedi
in città dormitorio dove nemmeno trovi da parcheggiare
eppure ci vivi - ci credi?
in quelle tre vie triangolari dove ogni sonno si sembra fermare.
Saranno i gatti che voglion morire
- ma no -
ma la tua vita si svolge su strade molto più lontane,
da dire, da fare
come neanche potessi sentire
il rumore del mare, o una farfalla volare
o semplicemente un treno merci partire.
Che esempi di merda, poi, mica viviamo nelle città Lego
eppure qui l'ego
che nemmeno lego
ci porterà altrove, su ali fatate, o semplicemente datate
a rincorrere eterne chimere
qui, 40 km dalla ciminiere
che luci della centrale elettrica non sono
e non saranno mai
ognuno a rincorrere i suoi guai,
oppure non ci incontreremo mai, ma saremo comunque pronti
anche a non essere amici di Vasco, né Rossi, né Brondi.
Ma le strade davvero qui vanno lontano,
molto oltre questa mano
in un sogno che passa per ogni distributore
nel giorno, nella notte, nell'amore
di chi, di cosa, di che, oh
è passato un cartello, guarda te
come si cambia in fretta provincia, regione, credo e religione
pur di trovare una sola ragione.
Che si vive per raccontare tutto a 40, 30, 20 persone
o anche forse solo una
che i momenti per cui vale la pena vivere non sono quelli in cui respiri
ma quelli che il fiato te lo tolgono
però devi respirare subito dopo, e te lo devi ricordare
sennò è un momento indimenticabile - si ma perché è un infarto
e allora su certe cose non ci dobbiamo scherzare.
Non si scherza sui morti, sui santi, sui fanti,
sugli alfieri e sui re, guai a chiedere perché, su questa scacchiera
e intanto si fa sera
sulle nostre case in affitto, sui sogni emiliani pagati con rate di mutui
e con cartellini quotidiani.
La mia sera giunge al termine, ma non
mai e poi mai
la mia voglia di credere che possiamo
e dobbiamo
arrivare a qualcosa di diverso
perché in fondo lo possiamo avere, un finale migliore
se non altro per trovare un cazzo di parcheggio più vicino a casa.
Probabilmente, posso essere a pochi metri da voi, ed essere in un posto che non conoscete. (non so, tipo, uno sgabuzzino riservato al personale, ecco, dev'essere una cosa del genere).
Non avrei mai pensato questo: anzi, si. Eccome. Una lunghissima linea, tipo la Piccadilly Line, che dopo Piccadilly Circus scende giù, velocemente, passando da Acton Town, e poi per Legoland, Hockenheim, Monaco di Baviera, Dobbiaco, Brennero (?), Verona, e infine Cento. The next station is Cento. Please mind the gap between the train and the members of Città di Cento. VAI IN M***! E poi uscire dal treno, essere invasi da uno stuolo di marucas, mamme con il passeggino, impiegati di banca, e uscire. In un posto del cazzo tipo dietro la Pandurera.
E poi a piedi fino al lavoro.
"Milano non è l'America." cantavano i Timoria. Ma Cento non è Milano, dico io. Chi vuoi che lo dica, se non io. E' talmente ovvio che non c'è bisogno di dirlo.
Però se una ragazza può ancora sedersi per terra in un marciapiede a piangere oppure no, davanti ad una macchina di merda che potrebbe essere guasta ma non lo è e sembra un carrozzone uscito da un video degli Arctic Monkeys anche se non è la sua, e magari sta solo fumando, come se fosse a Londra, allora può anche essere che ci sia una qualche speranza, che ci sia un inverno pieno di opportunità, che Cento non sia Londra ma possa essere l'ultimo avanposto di civiltà accettabile prima del baratro sociale che abbiamo proprio lì, di fianco a dove siete voi, o dove sono io. Tipo lo sgabuzzino.
Questo post non è bello, probabilmente non lo capirete, probabilmente di senso non ne ha così come Vasco in stile Jannacci venuto male, però è qui lo stesso perché questo è il mio blog e ci scrivo quel che cazzo mi pare, senza filtri nè censure nè obiettivi di gradimento o letture. Cerco di fare delle belle cose, sensate, e gradevoli, quando spesso ne ho voglia, e comunque vivo con l'arroganza e la presunzione che queste poche righe possano valere più di tanti articoletti scritti male con la presunzione di voler dire chissà che cosa.
"Ma che infamia finire la guerra, e non avanzare vino" (Lo Stato Sociale - Abbiamo vinto la guerra)
Lo so che è parecchio che non scrivo, o che scrivo poco, ma sto seguendo altre cose, facendo altra roba, e ci sono tante forme per esprimere tanti stati emotivi.
Vabbè era un modo carino per dire che da stasera alle 21 comincio Doherty-Sanchez, il mio nuovo programma radio, sulla web radio Diabolico (www.diabolico.eu). Alla regia Saccolo, e tanti ospiti diversi ogni puntata.
Utilizzo anche questo blog in maniera personale... d'altronde questo non si tratta di un servizio pubblico.
Nelle puntate precedenti...
Mi ero trasferito a Londra.
Lì avevo trovato lavoro in un ostello.
Ho ricevuto una proposta lavorativa interessante e al tempo stesso un po' avventurosa di cui parlerò prima o poi. In Italia.
Ho lasciato l'ostello. Ho lasciato Londra.
Sono tornato in Italia. A Cento.
Ed entro la fine dell'anno pubblicherò il mio primo romanzo, con Tempo al Libro (che già mi aveva pubblicato un racconto nella Giovane Antologia Faentina).
Se vi interessa... seguitemi da qualche parte (tipo qui), vi saprò aggiornare.
Ecco, poi ci sarebbero tante tante altre cose da raccontare, o narrare, di questo agosto. Che mi ha strappato da una triste scrivania per portarmi su un'altra scrivania (ma molto meno triste).
Un agosto che finalmente, in un qualche modo, sa di estate, anche senza Olimpiadi, che anche se è cominciata in ritardo, ha già il suo perché. O forse è cominciata quando doveva cominciare anche se ho fatto fatica ad accorgermene.
Il sole tramonta tutti i giorni, e tutti i giorni rinasce (a parte quando c'è molto nuvoloso e molta nebbia, e so che tornerà a succedere).
L'estate mi sorride furbescamente, anche se so che arriverà l'autunno e non sarà così cordiale.
E per una volta gli aerei e i treni non sono qui a mettere distanze, ma solamente a scandirmi le settimane.
Nella prossima puntata:
- che lavoro andrò a fare? - resterò a Cento? - quando uscirà il libro? - come si chiamerà? - di cosa parlerà? (parlerà di Giulio, ndr)
- e poi?
...ma forse non proprio proprio nella prossima. ma tanto cosa avete da fare di meglio?
Credo nelle rovesciate di Gattuso, e nei riff di Beppe Maniglia.
Credo nello sbrinamento del freezer, anche se effettuato da me stesso con la collaborazione inesistente di tre donne.
Credo che i soldi spesi si possano a tornare a guadagnare, mentre il tempo speso male non torna più indietro.
Credo nell'SMS del padrone di casa, che ogni due settimane mi ricorda di pagargli l'affitto.
Credo che si possa trovare lavoro. Sempre e comunque.
Credo che le capacità di una persona prima o poi da qualche parte devono venire fuori.
E credo che se questo alla fine non debba succedere, non abbia nemmeno più di tanto senso vivere.
NON E' UN PAESE NORMALE - 6 giugno
E' come se mi avessero tolto qualcosa.
Non so "chi" e "cosa"...
potrebbe essere comodo uscirsene con un "loro mi hanno tolto il
sorriso" ma poi bisognerebbe specificare chi sono "loro" e quand'è che
effettivamente mi hanno tolto questo presunto "sorriso".
Certo, non è stato il terremoto.
Certo,
non può essere colpa di un terremoto, che per quanto abbia segnato un
territorio, ha colpito solo parzialmente la mia città, distruggendo
veramente poco.
Certo, ci sono un sacco di danni.
Molti dei quali riparabili.
In un paese normale.
E sta qui il problema: non c'è più un paese normale. Non lo è più l'Italia, non lo è più Cento, se mai lo è stato. E se mai c'è Stato.
ANIDRIDE CARBONICA - 16 giugno
"Messi è il più grande giocatore di sempre, ha il calcio nella testa."
Mavvaffanculo.
Non so cos'è peggio, se la la rappresentativa del Portogallo che ho nei dintorni.. o me stesso.
L'ubriaco attacca bottone, la tipa da corda, l'altra tipa risponde, il tipo viene svegliato per confermare un'improbabile verità su qualcosa di vagamente calcistico. L'altra tipa dorme, e si sveglia per telefonare ad un'amico fintogay a cui raccontare la serata.
Io sono già sveglio e ascolto Le Luci della Centrale Elettrica.
E si schianteranno in volo ancora su di noi le freccie tricolori come quella sera, anche se tu tipa numero uno ti volti e l'aumento di volume ti impaurisce delle mie cuffiette ti impaurisce, quasi.
E' stato quasi come avere ventanni ancora, ma invecchiamo sempre di più, se c'era una campanella è già suonata, e questi sono solo tempi supplementari insperati...
HOT TEA - 20 giugno
Il giorno che riuscirai a trasformare insuccessi e fallimenti in successi e realizzazioni, otterrai successo e realizzazione... o forse no.
(Una volta queste frasi le pensavo alla sesta birra, adesso mi basta un the caldo. Sto invecchiando...)
Ho appena realizzato un collage di interventi: non c'è qualcosa che voglio dire di specifico, è che mi da fastidio buttare via tutta questa roba, un po' come mi da fastidio buttare via la roba dal frigo... sono come un maiale, non butto via niente.
Voi direte "ma no il detto è: del maiale non si butta via niente" e vi dico "ma perché avete mai visto un maiale buttare via qualcosa? ah si? e che cosa? e ditemi, fa anche la differenziata? e paga la TARSU anche?"
Che poi già questo fa parte del collage di vecchi interventi ma è nuovo. Quindi... dove voglio arrivare?
Non ci avevo mai pensato, ma Leo Messi all'Emirates Stadium sarebbe bello da vedere.
Riccardo Ferri, classe 1963, ex difensore di Inter e Sampdoria, nazionale italiano ai mondiali di Italia 90. Dopo un'intera carriera a fare gli autogol in serie A, e a farsi citare da Ligabue in catastrofistiche cover dei REM, è finito sulla mia libreria IKEA con le ante in vetro.
Li, plastificato, altezza 9 cm, con la maglia dell'Italia numero 5, con sopra scritto Ferri. Una cosa che non è mai esistita, nè il nome Ferri sulla maglia dell'Italia, nè lui con il numero 5, se non al Mondiale Under 20 del 1981. E ringraziamo Wikipedia per tutte queste informazioni.
Comunque lui è li, fiero, eretto, appoggiato sul piede sinistro, mentre con il destro a girare ha appena spazzato fuori area un pallone spiovente mancato da Van Basten. O da Stefano Borgonovo.
Ma non sto assolutissimamente pensando a tutto questo, soprattutto in questo momento, alle 4.03 di una qualunque notte di maggio, che poi qualunque non è perché ho scelto questo weekend per tornare a casa dai miei cari e dai miei cani, dai miei amici e dai miei mici.
Sono le 4.03, e nella vita uno raramente si rende conto delle 4.03, di solito sono altri gli orari che ci restano impressi, tipo le 8.30 di mattina, le ore 18.00 di sera, al limite le 20.45... le 4.03 non se le caga nessuno, e nemmeno io, in quel momento.
E poi, le 4.03, o 4.04 a seconda della interpretazione, si nobilitano. E diventano un orario storico, da restare impresso sugli orologi. Specialmente quelli dei campanili della provincia. Il rumore è violentissimo, sa di legno, mura, terra, plastica, e praticamente è come se un furgoncino dell'Ikea impattasse in un fosso. (questo spiegherebbe un po' anche il fango a San Carlo, peraltro)
E Ferri, cade. E' la prima cosa che cade, mentre dietro di lui tutti i libri di Fabio Volo, oltre agli altri della libreria, si accasciano di lato.
(Dovevo aspettare ad estrarre l'autobiografia di Perry McCarthy e l'ultimo di Palanhiuk. Il vuoto di cultura è stato fatale all'equilibrio del ripiano.)
Magnitudo 5.9. Venti secondi, hanno detto. A me sono sembrati due. Alla faccia di chi "sono sembrati interminabili"... si vede che non avevate un cazzo da fare, io in quei venti secondi ho fatto un casino di roba, e per me sono volati.
E poi si ferma tutto. La scena è al limite tra il pacchiano, il ridicolo e il surreale, perché sono le 4.04 del 20 maggio 2012, ed è in fondo una sceneggiatura talmente banale che non la vedreste mai in nessun film. A meno che.
Fuori i cani abbaiano, tranne il mio. Gli antifurti delle macchine e delle case suonano, tranne i miei. La gente scende in strada. Tranne me.
- Ok ho fatto una perizia a usta dell'entità del terremoto, forse l'ho un po' sottovalutato, d'altronde ero impegnato, e credo che gli effetti alcolici del matrimonio al quale ero stato invitato si siano stati prolungati, c'erano anche altre priorità di sicurezza, e in ogni modo non ero solo in casa, e credo che sarei stato avvertito se una crepa avesse minacciato una qualche trave portante e/o importante -
Iniziano le scosse di assestamento. Perché il terremoto è così, neanche il tempo di arrivare e già si deve sistemare. Noi invece restiamo scossi molto più a lungo. E per assestarci ci mettiamo molto di più.
O forse no, o forse si, o forse non importa, a un certo punto arriva anche "la seconda", che non è forte come la prima, ma è forte come la prima. Cioè non è esattamente forte come la prima, ma è dello stesso raggruppamento di intensità. In che senso? Insomma non mi sembra il caso di litigare a magnitudo 4.9. Forse non è il caso di fare nemmeno altre robe, ma vabbè.
Non pare nemmeno il caso di uscire di casa un'altra volta.
Nel mentre mio padre aveva raccolto i cocci di non si sa che cosa, penso a quella bellissima ed enorme lampada spenta da una vita. O forse un quadretto.
Poi finisce tutto, e tutto continua, proprio come un romanzo, probabilmente in uscita nel 2012, ma questa è un'altra storia.
Apro il mobiletto delle grappe, dove erano state spostate di recente per essere messe in salvo dal cane: ha funzionato benissimo, solo una grappa della Val D'Aosta è crollata di lato, ma è rimasta all'interno. Intatta. Mobiletto pensato per proteggerle dalle (dis)grazie del cane, ma utile contro il terremoto: sempre natura era.
La prevenzione ha vinto sulla natura: e per ultimo, l'alcolismo potrà tornare a trionfare su tutti noi.
A proposito, il mio cane dorme beato, e viene svegliato con violenza (e qui mi chiedo se sa essere più violenta la natura o l'uomo) per essere portato in giro per Cento, mentre io mi mangio beatamente i miei biscotti al cioccolato inglesi osservando come la città si sia già animata così presto. Cioè a dir la verità son nemmeno le 7 di mattina e in giro non c'è ancora un cane, a parte il mio, ma già andando verso piazza c'è un sacco di... un sacco di pezzi di intonaco sotto i portici, dai quali scelgo di deviare. In piazza è tutto un proliferare di protezione civili e sanbiagini, a volte addirittura contemporaneamente nello stesso corpo.
E di cani.
Nel mentre il mio cellulare è un incasinatissimo bollettino di guerra, si rincorrono notizie di chiese e campanili crollati, persino roba che non ho idea che fosse esistita prima. Pare persino che i cocci buttati via da mio padre fossero di un angioletto. Quando mai un angioletto si è fermato a casa mia?
Oh, davvero tanti "angioletti" ci hanno gravitato, forse anche si sono fermati per qualche momento, di solito prima di essere etichettate "puttane di merda", quindi per quanto mi riguarda quell'angelo può solo essere piovuto dal cielo.
Eh, ma quanta negatività e odio! Che cazzo volete, sta pure piovendo, terzo giorno di Cento, e oltre ad un sisma, è il terzo giorno che becco la pioggia, e ho lasciato l'ombrello dove deve stare (a Londra). Mi pare che un po' d'incazzo sia giustificato.
No, per una volta non ce l'ho con delle donne, a parte Madre Natura, che è sempre incinta. Ho soltanto sonno, e sono stanco.
Poi viene anche ora di tornare a casa, io il mio dovere di cittadino l'ho fatto - cioè non ho rotto il cazzo a nessuno, ho lasciato che tutti facessero il loro lavoro, e ho informato il minimo indispensabile di parenti/amici che stavo bene in modo da lasciare libere le linee ad eventuali soccorsi.
Mia nonna sta bene, due o tre omaretti di legno dal Perù hanno diverse fratture alle gambe, e anche se forse potrebbero cavarsela, temo che per loro saranno fatali. Probabilmente saranno cestinati da mio zio, come cavalli infortunati soppressi da una pistolettata dopo il Palio di Siena. O di Ferrara. C'è anche del vetro per terra, e se per un attimo penso a come della fibra di vetro possa essersi infilata e poi sfilata in uno stabile degli anni 50, in breve realizzo che deve per forza venire da un oggetto.
Tra me e mia nonna abbiamo oltre cent'anni e pochi minuti di sonno, e sono le 7 di mattina: è durissima saltarci fuori, per fortuna lei ha gli apparecchi acustici e io un istinto minimo, e individuo un vasettino di vetro scheggiato. Uno più uno, il caso è risolto.
(Il mattino dopo scoprirà anche che le tazzine del caffè han cambiato posto tra di loro, ma li non si sa mai se sia il sisma o l'età).
Torno a casa mia, e risolvo anche il mistero dell'angioletto. Si trattava di un "putto" in ceramica (vedi che allora il binomio angioletto-puttana non era così blasfemo e così fuoriluogo?) alto una trentina di centimetri, che ora svetta dal cestino dei rifiuti.
Tutto sembra a posto: mi metto finalmente a letto e sono le 8 di mattina (per fortuna che ieri sera ho preso il caffè a mezzanotte), è una mattinata terribile, le scosse continuano e io le sento tutte, così come sento un terribile malditesta da hangover post-sbronza. Alle 11:13 arriva una magnitudo 4.2, una scossa da "top ten": a me basta per svegliarmi, e al mio sorrisone :asd: giallo in cartone, disegnato e attaccato sul muro per il carnevale delle grotte 2008, basta per staccarsi e infilarsi dietro il comodino.
Un'immagine simbolica, la caduta del sorrisone asd.
Ancora più simbolico è che non l'abbia raccolto, e sia rimasto lì, così come i libri piegati. (Ferri no, lui ho deciso di rialzarlo subito, era il simbolo della rinascita, del rialzarsi)
Da qui in poi è un calvario di ipersensibilità da secondo piano e da malditesta dell'hangover, da accorgersi di tutte ma proprio TUTTE le scosse (anche le magnitudo 2.0), e di una terribile e tristissima domenica, anche sotto la pioggia.
E in mezzo a tutte le voci, c'è gente che dice che è prevista una scossa tra le 19 e le 19.30 e quando realizzi che alle 19.37 arriva davvero, l'unica cosa che dici è...
"beh... però è in ritardo"
(però il mio ha la maglia dell'Italia, non dell'Inter)
"Yeah you bleed just to know you're alive" (Goo Goo Dolls - Iris)
"A heart that hurts, is a heart that works" (Placebo - Bright Lights)
"E' meglio una delusione vera di una gioia finta" (Neffa - Il mondo nuovo)
MI SONO ROTTO IL CAZZO
Mi sono rotto il cazzo delle indie-girl da pianerottolo, provinciali come la porchettata parrocchiale di Santostefanodistocazzo.
Mi sono rotto il cazzo delle ragazze che siamo amici il giorno che l'han stabilito loro, ma chi cazzo l'ha detto?
Mi sono rotto il cazzo di chi ha dimenticato che prima di essere me stesso sono un uomo e ho un cazzo tra le gambe, e prima di avere un cazzo tra le gambe, sono una persona.
Mi sono rotto il cazzo dei poteri antidemocratici di facebook.
Mi sono rotto il cazzo delle persone che hanno paura, paura di loro stesse prima di tutto, e sono le persone che sorridono sempre da tutte le parti e poi chiudono facebook e iniziano a piangere. Mi sono rotto il cazzo delle falsità, dei teatrini, del "è così che deve andare", del buonismo, del politically correct.
Mi sono rotto il cazzo di questo Paese. E anche di questo paese.
Mi sono rotto il cazzo degli artisti, o presunti tali, per i quali tutto è arte.
Mi sono rotto il cazzo delle polemiche sugli arbitri, delle polemiche sulla rubentus, della juventus e del milan. E soprattutto mi sono rotto il cazzo di quelli che le fanno.
Mi sono rotto il cazzo di Ed Sheeran ancora prima che inondi questo Paese.
Mi sono rotto il cazzo anche di essere ignorato da un paese e da un Paese.
BERLIN CALLING
- Berlin Calling è un film cult. Nel senso che non è un bel film, intendiamoci, ma è un film cult.
- Il protagonista è DJ Ickarus (Paul Kalkbrenner, famoso DJ tedesco, ancor più famoso dopo questo film), un silenzioso DJ a cui
piace indossare le magliette vintage delle nazionali di calcio,
accompagnato da una morosa-assistente che balla di fianco a lui dietro
la consolle. Già si intuisce dove saranno i problemi. Non nelle magliette, nella morosa.
- Il film è farcito da diverse paia di tette ignude (ne ho contate 5) (5 paia) e diversi rapporti sessuali (anche lesbo e a 3).
- Gira anche parecchia droga, ma va beh, quello era scontato.
- L'ambientazione berlinese è minima e minimal, tanto che il maggior punto che vi permette di identificarvi con la città è la stazione della metro di Alexanderplatz (la parte sotterranea, ovviamente).
- Tra le magliette di DJ Ickarus possano annoverare quelle di Germania, Argentina, Francia, Olanda, Inghilterra, Portogallo, Uruguay, Brasile, Hertha Berlino, Milan (sponsor Mediolanum), Juventus (sponsor Upim) e Inter (sponsor Misura). Inoltre possiede anche una felpa del Milan (bianca, sempre epoca Mediolanum).
- Mentre è nella metro (la U-Bahn), DJ Ickarus registra con il suo iPhone il cicalino di avvertimento di chiusura porte e poi decide di riprodurlo sulla tastiera per crearne una melodia in un suo pezzo. Il "jingle" è talmente semplice e famoso che non c'era alcun bisogno di registrarlo per ricordarselo, soprattutto per un berlinese (e lo dico io che dopo 3 giorni di vacanza l'ho imparato a memoria e ancora me lo ricordo).
- L'album che DJ Ickarus tenta di far pubblicare dovrebbe essere intitolato "Titten, techno e trumpeten" (Tette, techno e trombe), ma viene cambiato dalla casa discografica in "Berlin Calling".
- Era decisamente meglio Tette, techno e trombe. O al limite trombette.
Non si pianifica un viaggio se non si è abbastanza sani per farlo.
Non si cerca lavoro se non si è abbastanza sani per farlo. Non si fa un cazzo se non si è abbastanza sani per farlo, se è per questo, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare, finché non c'è qualcun altro a pensarci. E finché va così, non ci sarà mai un altro a pensarci. Mai.
Kate Nash. La polvere sulle cuffie che non funzionano più bene, e forse anche 5 anni fa non funzionavano più di tanto bene ma non ci facevo caso perché le attaccavo allo stereo invece che direttamente al macbook. E poco altro.
Discorsi di italiani che più che altro mi annoiano, persone in un supermercato che mi rendono comunista ancor prima di arrivare alla cassa. Incontri spiacevoli e/o sconvenienti in pochissimi scaffali. Non sono più fatto per tante cose, e il fatto di essere in un posto non implica più il fatto che tu l'abbia scelto.
Magari l'hai scelto prima, ma non ora.
Ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso. E chi non è causa del suo male pianga e basta. Al limite, si ascolti Kate Nash.
Era ora che raccontassi qualcosa di più divertente... si, sarebbe ora che lo facessi. Davvero, però.
16 novembre 2010 - Prima di scrivere
"Quello che lasci, perdi." (I Serpenti - Se lascio perdo)
Il Millennium Bridge l'hanno inaugurato in ritardo rispetto al 1 gennaio 2000, ma nonostante questo resta una splendida passerella tra il TATE Modern e la cattedrale di St. Paul. O giù di li. A sinistra mezza Londra, e a destra l'altra mezza, con lo skyline della city. Sotto di te il Tamigi. Sopra di te un cielo già buio alle 5 di pomeriggio, ma stranamente roseo. Rosa. Chissà che cazzo avrà da stare rosa. Le luci, sono sempre le luci, le luci, quelle che prendono e rapiscono. Che comunque le Luci della Centrale Elettrica una canzone sui camerieri l'aveva già fatta... si chiamava "Fare i camerieri". Parlava di fare i camerieri in giro per il mondo, si, ma non a Londra.
Ma non è che sia diverso.
I turisti a Londra sono una razza strana. Di giorno attaccano senza pietà ogni forma di elemento turistico. E alla sera sono stanchi. Si rinchiudono nei loro alberghi. Cenano, si lavano, e poi scopano. Poi forse si lavano di nuovo. Se sono giovani, invece, si rifugiano negli ostelli. A volte cenano, a volte si lavano, a volte vanno fuori a ballare, e a volte scopano. E se non trombi tu, scopa quello sopra di te nel letto a castello. In ogni modo, che sia tu a scopare o meno, non dormi tanto bene. Ma in ogni modo, gli elementi turistici di massa alla sera non se li caga nessuno. Specialmente se è freddo. Il Big Ben, e tutti i suoi parenti, restano li. Chiusi. Soli. Solitari, anche. Come se fossero un qualunque campanile di Renazzo, una qualunque chiesa di Penzale, o un qualunque Palazzo del Governatore di Cento, o statua del Guercino. Certo, passata la notte torneranno ad avere la loro gloria quotidiana. Ma li - in quel momento notturno - chi se li caga? Sono inerti ed inermi, come ognuno di noi nel sonno, come anche il premier Silvio Berlusconi, che quando dorme, è solamente uno che dorme. Dormirà quelle 3-4 ore per notte, no? Ecco. Il quelle 3-4 ore è un vecchio che dorme. Che se la russa. Che se La Russa fosse li, forse in fondo sarebbe concorde con me. Magari fa anche dei sogni, dei sogni banali, e infantili, perchè sono sogni, e quelli non li puoi controllare.
Qui sembra che Londra faccia cagare a tutti. Qui non c'è nessuno di normale. "Perchè sei nuovo" mi dicono "vedrai che cambi idea. Adesso ti piace perché è nuova." ...se devo iniziare a cambiare idea, mi chiedo quando inizierò a cambiarla. Son qui da quasi tre mesi è da quasi tre mesi che me lo dicono. Ed è quasi tre mesi che non cambio idea. Certo non nego il fatto che io stesso condivida buona parte dei motivi per cui non dovrebbe piacermi ma... mi piace. L'amore è irrazionale, forse. Boh. Non è certo un problema da aggiungere alla lista di cose da risolvere che già ho.
Più vado avanti più le cose si complicano. E più vado avanti, meno ho idea di come andranno avanti le cose a breve termine. Facciamo progressi, eh? Alla faccia dell'età, la maturità, il futuro. La verità è anche che più vado avanti più faccio fatica a spiegare le cose. Alla fine credo e spero saranno talmente evidenti e ovvie che non dovrò più spiegare niente a nessuno.
E spero anche che le persone che rimarranno sapranno capire senza bisogno di chiedere. Riceveranno e basta.
Ripasso davanti a tutti questi posti - già visti in momenti diversi tra il 2000, il 2001 e il 2009 - e mi soffermo su quando li vidi l'anno scorso. Quasi 18 mesi fa. Un anno e mezzo. Ho ripensato intensamente a questi 18 mesi e mi sono reso conto che se potessi prendere la De Lorean, e dispondendo di plutonio potessi raggiungere le 88 miglia orari e tornare indietro nel tempo e raccontarmeli tutti, sarei davvero sorpreso.
Ma mi verrebbe una gran voglia di viverli tutti.
Quindi, per estrapolazione, mi aspetto lo stesso dai prossimi 18 mesi. Per non parlare dei prossimi 36... nei prossimi 3 anni non ho la minima idea di cosa possa accadermi. Ma non che di fatto abbia molte certezze in più anche solo nei prossimi 3 mesi. This is London. This is me. Cosa vuoi farci, mi dovrò adeguare. Più viene freddo, più viene buio, più viene il cielo grigio, più la pioggia, più la nebbia e più l'umidità, più tutto questo mi piace. Non so perché, ma per fortuna è meglio così.
Ci sono giusto due o tre cose da sistemare. E in fondo non sono poche.
Si questo è uno di quegli interventi un po' banalotti e in fondo provincialissimi (nonostante sia scritto in una metropoli, ma forse il fatto è che sono provinciale io) che dice "oh quant'è figo stare a londra" il cui sottotitolo sottinteso è "si si ci rivediamo alla cassa del bennet tra qualche anno".
Ed è proprio così amici. Ci rivedremo alla cassa del Bennet.
Ma ancora non sapete come. (Nemmeno io ok, però un'idea, o se non altro una speranza, da qualche parte la conservo. Anche se non mi ricordo dove).
In fondo, non c'è nulla di nuovo. E' come se avessi già previsto tutto. Tutta la prima metà. Aspettiamo la seconda.
Non sta cominciando niente: volevo che tu lo sapessi. Oddio, con sta storia di questo "tu" generico ed immaginario sto diventando un po' patetico come Vasco Brondi. E anche citare Vasco Brondi è un po' patetico. Nemmeno lui lo farebbe.
Non sta cominciando niente: ma è già cominciato, se vuoi saperlo. No, non lo volevi sapere, ma va beh, te lo dico lo stesso. Poi neanche esisti, di cosa ti lamenti? Chi non esiste non ha diritti. Oddio, sembra lo slogan di un comitato per la tutela degli embrioni.
La verità è che non ne posso più di tutte le cose brutte e che non mi piacciono di questo mondo. E con questo mondo intendo il territorio nazionale nel quale vivo e risiedo attualmente.
Non che al di fuori sia un mondo migliore: è che al di fuori è anche un mondo migliore. Non ovunque, certo. Non in tutte le cose, certo.
Ripeto: il rumore dei maccheroni nel piatto non è lo stesso da nessun'altra parte (eh beh, il chilo di pasta Sainsbury's a 89p ha una densità differente) e poter uscire di casa in bicicletta senza mani e fermarti a parlare con 3-4 persone... beh quello non esiste da nessun'altra parte nel mondo se non qui.
Mmh, forse c'è una qualche isola croata che ha qualcosa di simile. Ma le mani, a meno che non te le abbia amputate un qualche turco stereotipato dipinto da un italiano ignorante, è meglio portartele dietro. Magari, in tasca.
Allora parlerò di cose belle. Delle cose belle. E ce ne sono, sapete? Non tante, magari. Ma ce ne sono.
...ma devo cominciare proprio oggi?
Continuo ancora a pensare che le cose migliori che scrivo siano necessariamente triste, o depresse, o malinconiche. Perché se fossi allegro e felice...
...ma andrei a correre nei prati, o me starei a contemplare il mondo fuori dalla finestra, ma ti pare che mi metterei a scrivere se fossi felice?
Verrà il giorno in cui qualcuno mi intervisterà...
"Perché ha cominciato a scrivere?"
"...perché non avevo da scopare! Ma ti pare che se avessi avuto da scopare mi sarei messo a scrivere?"
Che poi lo sai che non è la verità, però fa ridere, un po' tipo #daicazzo e #vadaabordocazzo e siamo tutti contenti.
Contenti, ma non felici. Verrà il giorno che scriverò anche con felicità di cose felici? Se si, cosa salterà fuori? Una Mocciata? O una roba più sul genere indie romantico? Ma esiste poi? O una roba più alla Baricco?
Non riesco a immaginarmi a scrivere cose felici: e forse non riesco ancora ad immaginarmi felice.
D'altronde non riesco nemmeno ad immaginarmi... che ne so, il 1 agosto 2012, eppure sono convinto che arriverà lo stesso. Così come l'album degli Afterhours. Che arriverà il 17 aprile.
Salvo guerre nucleari, arriverà tutto questo.
Magari arriverà anche la mia felicità. Salvo guerre nucleari.
Ovviamente è implicito che nel mentre io debba fare tutto il possibile per raggiungerla. Salvo guerre nucleari.
Oh ma non è poi che nel mentre stia poi così male eh... c'è un po' sta cosa che se uno non è felice, è per forza depresso. Si può anche stare relativamente bene senza per forza doversi dire felici...
C'è anche un po' sta cosa dello scrittore. Cioè, LO SCRITTORE.
La gente pensa che LO SCRITTORE sia questa figura un po' strana, intellettuale, un po' vintage e un po' retrò. Uno che si ascolta De Andrè e Tchaikovsky (si ho aperto Google per scriverlo giusto).
Uno che guarda i film di Pasolini. Uno che ama la bellezza. Uno che odia internet, le tecnologie e la mondanità. Uno che gira su una BMW serie 5 del 1989, quando non usa la bicicletta. Uno che si mette delle gran sciarpone, delle giacche, degli occhiali. Uno che ama la poesia. Una persona un po' disordinata, sognante e sognatrice. Uno che ama il vino e i liquori. Uno che fuma, un po'.
Che se vai nella sua stanza è piena di quadri, libri e di appunti, e dalla finestra vedi un panorama bellissimo. Uno un po' squattrinato che però si tratta bene. Un galantuomo che sa come amare le donne. Un uomo con il cuore perennemente spezzato. Un uomo dalla bella voce, lo sguardo intrigante, anche se però obiettivamente è un po' bruttino.
Sembra quasi l'identikit del mio amico Waco Guzman, che guardacaso è pure lui scrittore anche se non lo vuole dire. Ma non è proprio così: questo identikit è stereotipato. Oltre che, chiaramente, falso.
Per quanto esistano personaggi così (ad esempio Waco Guzman vi assomiglia parecchio, ma la differenza - basilare - è che Waco è un uomo vero, mentre molti altri esistono ma sono falsi) io, nel mio non essere scrittore, scrivo.
Che differenza c'è? Non lo so.
Io, si, sono un po' strano, questo si sa e si capisce, ma il mio essere intellettuale si riduce ad una cultura sopra la media: e questo perché è la media ad essere bassa. Il gusto per il vintage ed il retrò si limita alle magliettine indie e ad pochi altri elementi (forse la mia Micra del 1999, che ormai è già vintage).
Riguardo alla musica ascolto di tutto o quasi: De Andrè e "Ceicoschi" li stimo ma no, non li ascolto. Stimo anche Pasolini, ma preferisco di gran lunga Quentin Tarantino, Guy Ritchie, Michel Gondry e Wes Anderson. Uso la bicicletta, la sciarpa la uso solo 3 mesi d'inverno quando stiamo intorno agli zero gradi, e gli occhiali quando guido la notte fuori città. Non mi piace molto la poesia, tendo al disordine come tutto l'universo ma amo l'ordine ed è una battaglia che combatto con discreta costanza e che spesso vinco. Sono sognante e sognatore, ma ho sempre bene gli occhi aperti e so essere organizzatissimo nel mondo reale. Ho una memoria da nerd preoccupante, a volte. Mi piace il vino e i liquori, ma sono cresciuto a bere i peggiori superalcolici che anche nei peggior bar di Caracas avrebbero svuotato nel cesso: e non ho perso quest'abitudine. In camera mia in questo momento c'è anche un po' di casino, ci sono le impegnative per degli esami in ospedale, dei curriculum, fogli della banca, cavi, penne USB, tutta roba che uno scrittore non dovrebbe cagarsi nemmeno. Generalmente non fumo, e non amo nè le poesie nè i quadri. Non sono un galantuomo, non ho un gran successo con le donne, e anche se ho il cuore spezzato tendenzialmente restano cazzi miei. Non ho nemmeno una bella voce, nessuno sguardo intrigante, ho un naso che sembra un musetto della McLaren danneggiato da Hamilton in un tamponamento ai danni di Felipe Massa, e si, sono anche un po' bruttino, magari. Magari ho un fascino mio, ma non è certo quello DELLO SCRITTORE.
E per campare, vivo dei miei risparmi, non certo di un magnate che mi finanzia, di introiti di precedenti opere (e nemmeno successive, mi sa), o di una famiglia facoltosa che mi sostiene. Dei miei risparmi.
Però una BMW del 1989 mi piacerebbe. Solo che consuma un casino di benzina... magari la mettiamo a GPL.
...ma non è bellissimo, tutto questo?
La vita, la vita, (e ancora), la vita.
Che bel paese che è l'Italia.
Dev'essere stato fighissimo avere una ventina d'anni nel 2002, andare in giro a parlare di internet seriamente (mica come noi che ci limitavamo a fare i nerdacchioli con WinMX e le ricerche su Altervista) e ascoltare roba figa tipo i Royksopp.
E magari vivere a Milano e incontrare Massimo Coppola agli aperitivi.
Ma anche stare a Roma nel 2007, andare ai concerti dei Micecars e ascoltare per primi "Dividing Opinions" dei Giardini di Mirò, e capire che sarebbe stato un gran cazzo di disco.
Pensa che a me su Dividing Opinions mi ci hanno spaccato il naso.
Pensa in che paese di merda viviamo adesso: viene davvero voglia di comprarsi una roulotte e vivere del proprio orto. No aspetta: se hai una roulotte non hai l'orto. Eh no, nemmeno se hai un camper.
Si, McCandless aveva un autobus però aveva tutta l'Alaska. Vattela a prendere l'Alaska. C'hanno dei carceri che in confronto "Le ali della libertà" è la reggia di Vienna. Esiste una reggia a Vienna? Mi pare di si. O una villona che ci assomiglia.
E comunque era una scuolabus. Però provaci tu, a fare il contadino tutto il giorno. Dopo diventa davvero un vivere per mangiare.
A parte che mi sento già in carcere. E' come se già avessi le ore d'aria, autoimposte. Ed è come se i miei profili nei siti per la ricerca del lavoro (o simili) fossero già una sorta di schedatura. C'è la mia faccia, frontale, come se fossi in camicia di forza. Manca solo la mia impronta digitale.
Ed ho già una condanna. Fine pena mai.
Ma devo ancora capire il mio reato. Avrò sicuramente fatto qualcosa di molto brutto per tutto questo, eppure non me lo ricordo.
Credevo di aver già pagato abbastanza per tutti i miei errori, ed invece no - evidentemente no.
L'INDIE E' MORTO. E' finito il 31 dicembre 2009, o giù di li, e qualcosa si è trascinato fino al 2010. Ma è rimasto negli anni zero, con Vasco Brondi e tutto il resto.
E ora? Forse sono gli anni della dubstep. Forse sono i miei anni. Mah.
Volevamo riprendere Berlino (volevamo riprendere Berlino?) non volevamo riprendere Berlino. Perché poi non NAPOLI. Non diventa certo il momento di ascoltare i Notwist o i Travis solamente per questo: piuttosto Daniele Silvestri.
Dicono che le droghe e l'alcol non servono a risolvere a problemi, e nemmeno ad allontanarli. Peccato. Se fosse davvero così, sarei già drogato ed alcolizzato. Ma è vero: non servono. Sono solo spese. Voci all'interno di un bilancio che chiude sempre negativo.
Oggi mi è tornato in mente quella volta che sono andato in bagno all'Hamilton Hall e quando sono uscito tu eri già seduto ad un tavolo con due tipe e mi hai fatto una faccia del tipo "non è colpa mia: mi hanno rimorchiato loro". E io non ci credevo neanche per un cazzo... anche se era vero, per una volta.
E ovviamente mi sono dovuto sedere li anche io. Come se mi desse fastidio.
E alla fine ci hanno lasciato li come ci avevano trovato. Perché era troppo bello per essere vero. Ma era ovvio, erano solo le 7 di sera o giù di li, e lo sappiamo che le fughe che partono troppo presto non arrivano mai al traguardo.
Però ci siamo divertiti, quando abbiamo fatto credere al loro amico finocchissimo che in Italia sulla carta d'identità una volta scrivevano se eri gay oppure no. "Ma adesso non lo fanno più, ora siamo un paese civile".
Eh già. Che civiltà.
Certo che finchè i gay in italia sono Alfonso Signorini e l'altro busone di Real Time, certo resteremo un paese omofobo. Almeno la hanno Kele, Brian Molko e Morrissey. E sti cazzi.
Anche te, non te, ma te, lo so che mi leggi per sapere come sto. Come sto? Non sto male, seduto su una bella sedia e bevendo un buon nocino fatto in casa nel 2010. Non in casa mia. Ma una casa di cui mi fido. Si, magari sto male, ma mai troppo, e... fidati: sto meglio di te. Davvero. Ma verrà il momento in cui lo capirai... e sarà, come sempre, tardi. Ma ormai non me ne frega più un cazzo, talmente tanto che se ne dovessi fare una classifica delle 10 cose che sono gli ultimi dei miei problemi nemmeno ci entrerebbe.
...
alla numero 10) comprare le olive per fare le bruschette alla prossima cena della compagnia
9) il momento in cui capirai che non me ne frega più un cazzo (oh, è entrato in classifica... new entry)
8) la politica dei centesi (ndr, diverso da "la politica centese")
7) Willwoosh
6) il bollino blu
5) cosa fare per martedì grasso
4) dove andare in vacanza quest'estate
3) i video di WE TUBE di TIM
2) Indezent
1) i contributi INPS
Pensa quando una volta ci mettevo le mie ex, in queste classifiche. Che bello quando c'erano persone da inserire. Ma sono migliorato, no? E' un sacco che non litigo con la mia ragazza. - ma è un sacco che non hai la ragazza! -
E' colpa mia? Io intanto non ci litigo... voi italiani, sempre dietro a far polemica.
"I don't understand why you don't have a girlfriend"
Nemmeno io, mia cara, poi in realtà ci penso bene e capisco che è una scelta mia e di altre persone, ed è comunque spesso condivisa.
"Ma com'è possibile che uno come te non trovi un lavoro, li?"
Anche questo non la capisco, ma poi è la stessa questione di prima, se ci penso bene.
"Ma tu cosa ci fai qui? Perché sei tornato da Londra? Perché non torni a Londra?"
E questa è una lunga storia, ma mi sa che siamo vicini ad una soluzione.
Una volta ho anche sorriso sotto la pioggia, e ti giuro che non stavo piangendo.