lunedì 19 luglio 2021

BOMBAY (ovvero il film "Yesterday" ma girato in Italia)

 ATTENZIONE: quello che state per leggere contiene inevitabilmente spoiler sul film "Yesterday" (Regno Unito 2019, regia di Danny Boyle, con Himesh Patel e Lily James).
Quindi, se ancora non l'avete visto, prima di leggere il post andate a recuperarlo (ora ad esempio lo trovate su Prime Video).

trailer di Yesterday


State per leggere la versione italiana di Yesterday: ovvero, cosa succederebbe se in Italia tutti ci dimenticassimo di CALCUTTA?


BOMBAY

(Italia, 2022)

Soggetto di Paolo Plinio Albera ( @myspiace )

Regia di Sydney Sibilia

Sceneggiatura di Enrico Atti, Joao Pez Lazzaroni e Nicholas Pettersauber


Italia, 2021. In un mondo che fatica ad uscire dalla pandemia, l'Italia fa ancora più fatica degli altri paesi. Paolo (interpretato da uno straordinario Edoardo Leo) è un giovane ma non più giovanissimo copywriter freelance, alle prese con i 600 euro, i mancati incassi, i mancati lavori, la mancata mutua, le mancate ferie, le mancate tutele: insomma, le mancanze.

Tra queste mancanze, non ultima, la musica: in gioventù ebbe un discreto successo locale con una band indie-rock (gli -Smog!), ma ora passa le sue tristi serate a cercare di scrivere il pezzo per sfondare, e finalmente, coronare il suo sogno: pagare l'affitto facendo il cantautore, proprio come Calcutta.

I pochi brani caricati sul soundcloud incontrano solo l'approvazione della sua migliore amica Sara (una irreprensibile Michela Giraud), con la quale vive un rapporto di "forse ci sta, forse no" da troppi anni. Lei gli promette che prima o poi riuscirà a organizzargli qualche data in giro: eppure, alla fin della fiera, lei non gliel'ha mai data. La data. E nemmeno quell'altra cosa.

Un bel giorno, mentre Paolo torna sconsolato dall'ennesima serata in cui ha fatto sentire i suoi pezzi a Sara, l'Italia è preda di un blackout nazionale. Proprio in quel momento un tram manca la frenata di emergenza e si stampa sul bel faccione di Paolo, che passa 24 ore in coma farmacologico prima di risvegliarsi senza alcun danno permanente.

Alle sue dimissioni dall'ospedale, i medici consigliano molto riposo e un po' di Paracetamolo, in caso si riacutizzino dolori o sintomi influenzali.

"Mi hanno dato una Tachipirina 500, ma se ne prendo due, diventano 1000!" scherza a casa di Sara.
"Si vabbè Paolo, ho capito che hai picchiato la testa, ma non è che questo può sdoganare tutte le tue battute di merda."
"Ma come Sara, dai, è Paracetamolo, la canzone di Calcutta."
"Chi?"
"Dai!"
E così imbraccia la chitarra (quella classica, lo scassone con cui imparò a suonare vent'anni prima, che la chitarra buona è finita sotto le ruote del tram e nessuno c'ha i soldi per regalargliene una nuova) e suona Paracetamolo.

Sara lo guarda strabiliata.
"Paolo! Sai che... fa cagare, ma funziona? Sempre un po' una roba di Rino Gaetano in hangover. Quando l'hai scritta?"

Paolo intuisce che qualcosa non funziona, e così scopre la verità: nel blackout in cui si è scontrato con il tram, l'Italia ha incredibilmente dimenticato Calcutta.
E non solo lui: Gazzelle, Galeffi, i Viito, Fulminacci... tutti scomparsi. Coez fa rap, Carl Brave e Franco 126 fanno trap, i Thegiornalisti non si sono mai sciolti ma dopo l'insuccesso di "Completamente Soli" ora faticano a riempire i locali.
Anche Sanremo, è radicalmente diverso: l'ultima edizione ha visto sul palco dell'Ariston gente tipo Biagio Antonacci, Iva Zanicchi, la reunion dei Pooh, Valeria Rossi e Marco Carta.
Dell'it pop, nessuna traccia. L'indie italiano è ancora intaccato, uno sparuto raduno sotterraneo di rockers alternativi, sfigati, e radical chic di bassa lega, che vagano per locali e circoli Arci tra Milano, Roma e Bologna.

E qui, Paolo, ha l'illuminazione: usare i pezzi di Calcutta per diventare famoso, come lo diventò lui.

Così registra i primi demo, li carica su Soundcloud, mette qualche video su Vimeo, e spero che il pubblico si accorga di lui.
Purtroppo, non succede niente, fino a che un giorno gli scrive su Instagram un certo Mattia Bolognesi (interprato da un molto convicente Guglielmo Scilla) , produttore della Goikoetxea Dischi. "Mi piacciono i tuoi demo, voglio farti fare un EP! Però Paolo è un nome un po' di merda... non hai un nome d'arte?"
"Boh..."
"Boh?"
"Boh... Bombay!"
"Bello! Che mi cita anche gli Afterhours, favoloso!"

E così Paolo, aka Bombay, parte alla volta di Bologna, e registra le prime canzoni.

"Cosa mi manchi a fare", "Paracetamolo" e "Frosinone", ma anche "Oroscopo", stavolta però con il featuring imposto con Lo Stato Sociale, e "Hubner" che diventa "Chiesa" (con riferimento al Campione d'Europa, Federico).
"
Io certe volte dovrei fare come Fede Chiesa
e non lasciarti a casa mai senza far la spesa"

Paolo, riluttante, deve accettare queste imposizioni: l'Italia che trova ora è diversa da quella che trovò Calcutta a metà degli anni '10.

A quel punto però, il successo è travolgente: il boom di clic su Spotify, le ospitate a Radio Deejay, i concerti, la chiamata come ospite a Quelli che il Calcio, e finalmente il sogno che si avvera: la ricchezza? Assolutamente no, ma la possibilità di pagare l'affitto con la musica si concretizza.

Il rapporto con Sara però si incrina, la ragazza finalmente gliela dà in preda all'alcol ma la mattina dopo se ne pente, dicendo di aver rovinato tutto, che forse è meglio se la finiscono lì, eccetera eccetera.
Paolo è dispiaciuto, ma alla fine poi ha scoperto che con la musica di successo si guzza in giro anche da altre parti, e per recuperare l'amicizia con Sara ci sarà poi tempo.

Anche perché nel mentre è arrivata la chiamata di Claudio Cecchetto (interpretato da Cecchetto stesso), che vuole fare di lui il nuovo Gianni Morandi: Paolo non può fare altro che accettare, anche se all'orizzonte si pone un problema: cosa fare quando i pezzi di Calcutta finiranno?

Inoltre, un losco stalker continua a perseguitarlo su Instagram, aprendo ogni volta account diversi: e un giorno se lo trova davanti, sotto ai portici di Via Indipendenza.
"Ammerda! Te cercavo, merda! Sono l'autista del tram... cazzo se lo sapevo acceleravo! Porcatroia, c'eravamo liberati delle canzoni di sto stronzo, beh arrivi te, e ce le ricanti? Mavvaffanculo!"
Il soggetto è l'unico, che oltre a Paolo, ricorda dell'esistenza del vero Calcutta. Per fortuna viene fermato dai passanti, e arrestato dai Carabinieri, ricevendo un TSO. Nessuno ovviamente crede alle sue parole, viene preso per matto, e così la carriera di Paolo così è salva.
Eppure, preso dal rimorso, Paolo decide di cercare il vero Calcutta, Edoardo D'Erme: l'autista del tram, prima di essere ammanettato, gli ha confidato che si trova lì a Bologna.

Così, dopo giorni e notti di ricerche, finalmente lo trova: Calcutta è sotto i portici di piazza Verdi, con un bellissimo cagnolone e una Heineken da 66 cl.
"Ce l'hai un euro? Che devo prendere il biglietto del treno e sono senza..."
"Ti do 20 euro, così ti prendi un biglietto intero. Ma prima dimmi, Edoardo, ti ricordi di quando hai scritto Paracetamolo? Pesto? Frosinone?"
"Come fai a sapere come mi chiamo? Senti... io non so di che cazzo stai parlando, se vuoi darmi dei soldi bene sennò fa la stesso. Se sei della DIGOS non c'ho niente, te lo digos fin da subito."

Paolo resta amareggiato e contrariato, così lascia i 20 euro a Calcutta e se ne torna a casa.
Che fare? Ormai la pressione dei media è alta, viene fermato per fare selfie e instagram stories, i giovanissimi cantano le sue canzoni su Tik Tok, e Paolo ormai non riesce più a dormire, sentendosi un impostore.
Decide così di rivelare tutto, in diretta su RTL 102.5 radiotelevisione, nella serata finale del tour all'Arena di Verona.
Terminata la versione orchestrale di "Gaetano", con alla tastiera Giovanni Allevi, Paolo si avvicina al microfono, tremante.
"Ragazzi, è tanto che ho pensato a questo momento. Io, ora, devo dirvi la verità. Queste canzoni... non le ho scritte io. Le ha scritte..."
E si blocca. E ripensa alle rate della macchina, alle birre Splugen, ai soldi chiesti in prestito ai genitori, ai sacchi a pelo in aeroporto, ai Flixbus, alla lavastoviglie rotta, e a tutta la sua vita che fu prima del blackout e dell'incidente.
"...queste canzoni le ha scritte DIO!"

Paolo decide quindi di continuare la carriera sfruttando i pezzi di Coez, Tommaso Paradiso, e tanti altri artisti it pop che l'Italia non ha avuto modo di conoscere.

E così arrivano il terzo posto a Sanremo (con vittoria nelle classifiche di streaming), l'udienza dal Papa, il concertone a San Siro, la candidatura agli Oscar come miglior colonna Sonora per "La vita davanti a ", e la festa all'Arena Parco Nord per festeggiare la vittoria della Coppa Italia del Bologna del 2022.

E Sara?
Ma sì, alla fine, finché dura, trova il modo anche di portare avanti una scopamicizia, che alla fine due botte gliele avrebbe sempre voluto dare.
Titoli di coda.



EDIT: Mi ha scritto BOMBAY, quello vero (sì ne esiste uno vero, del quale avevo un vago ricordo, anche se poi evidentemente ne avevo rimosso la percezione), che ha quasi creduto che fosse uscito un film su di lui senza il suo consenso. Poi si è rinsavito, si è fatto una risata e mi ha scritto.
Diamo a Bombay quel che è di Bombay: qui trovate il suo Bandcamp https://bombaymusicstore.bandcamp.com/

....forse siamo davvero in una realtà parallela in cui avete tutti rimosso Bombay, o solo io?

sabato 20 febbraio 2021

Più o meno, un anno fa: da un anno

Io e la mia mascherina stiamo bene insieme.
(la mia prima mascherina chirurgica "usa e getta": usata per due mesi, e poi gettata)

Febbraio 2020

C'è un nuovo virus, pericolosissimo, che è uscito fuori in Cina, si diffonde con molta facilità, è come una banale influenza ma per chi soffre di altre patologie può risultare letale.
Come la SARS, come la suina, come tante altre. Sì, vabbè.
Questa cosa prende piede in Cina, capirai, in Cina c'è un miliardo di persone di cui 900 milioni in condizioni di povertà, in Cina non ci sono i diritti civili, in Cina hanno chiuso tutti in casa, c'è un maratoneta che si allena correndo in 27 metri quadri, c'è da impazzire.

Ma qui ci sono i controlli, qui hanno bloccato i voli dalla Cina, che il virus si diffonda qui è altamente improbabile.

Nel dubbio la gente smette di andare al ristorante cinese, e anche dai giapponesi che in Italia sono gestiti dai cinesi, io ci vado e noto è mezzo vuoto anche se è venerdì sera. Avrebbe dovuto trasferirsi un mese fa, ma è ancora lì, forse per il periodo. (Sarà l'ultima volta che entrerò a mangiare in quel locale: recentemente ha riaperto, nella nuova sede, ma devo ancora mangiarci dentro.)

C'è qualche caso, qualcuno a Roma, qualcuno rientrato da trasferta in Cina, uno che è entrato in con qualcun altro. Ma è tutto sotto controllo.

E poi.

Arriva.

Lui.

Il "paziente uno". Il primo paziente che preso il virus in Italia. E in poco tempo, due. Quattro. Sedici. Principalmente in Lombardia.

E' il 21 febbraio, venerdì pomeriggio, e la sensazione, a quel punto, è netta. E' arrivato il "coronavirus". In Italia. E poi a breve in Europa, e poi in tutto il mondo.

I pensieri sono due.
Il primo è cercare di assicurarmi per poter ricevere denaro e lavorare anche durante in un ipotetico contagio.
Il secondo è trovare il modo su come fare i soldi sulla isteria collettiva, al netto di chi purtroppo invece soffrirà o addirittura ci lascerà le penne.

Entrambe le intuizioni sono ciniche, ma razionali e corrette. Non basta l'intuizione, però. Non basta la visione del gioco: ci vuole il piede buono per saper fare il lancio lungo.

Alzai lo sguardo, ed ebbi la visione: mancò il piede.

Comunque, mi immagino come andrà a finire: mi attivo subito per predisporre un servizio di riprese in streaming delle partite per la Benedetto XIV (che al momento, in Serie B, non era previsto). Avevo già immaginato le porte chiuse. Porte chiuse che poi tutti scongiureranno, e rifiuteranno, salvo poi arrendersi all'evidenza del "o così o niente".

Alla sera esco, con alcuni amici: deve raggiungermi mia moglie, all'epoca morosa. Mi telefona: tarderà, è stata tamponata. Per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Stavolta niente di grave, solo un piccolo graffio sul paraurti.
La cosa che fa ridere, a un anno di distanza, è diventata abitudine per me farmi tamponare al venerdì, 48 ore prima dei match della Benedetto XIV, per motivi di protocollo FIP.

Andiamo a cena, a mangiare una pizza. Arriva. Arriva la pizza, arriva la Maja. Ceniamo. Sarà il penultimo pasto consumato fuori casa, ma non posso saperlo.

Apro il telefono: la partita di serie di B di basket della Bakery Piacenza è stata rinviata. Scrivono erroneamente "sospesa". Johnson Righeira (sì, lui, quello dei Righeira) commenta la notizia su Instagram con "Azzz...".

Tutto vero: il post è ancora qui https://www.instagram.com/p/B81z4WlIlmT/


Il giorno dopo, si gioca la partita della Benedetto XIV. Si tratta di un anticipo al sabato sera per non accavallarsi con il Carnevale di Cento del giorno dopo.
Pur giocandosi a 45 minuti da Cento, al PalaSavena di San Lazzaro, il pubblico è più o meno lo stesso. E quanto giochi da due stagioni a 80 km A/R da casa, cerco di evitare tutto quello che può andare a ridurre ulteriormente il pubblico di aficionados.

C'è un clima un po' surreale, e non è per il ritorno al sabato sera (che era tradizione fino a metà degli anni '10): c'è la netta percezione che stia avvenendo qualcosa, qualcosa al di fuori del basket, ma ancora non si capirà quanto influirà tutto questo. La partita è un turning point stagionale, la Benedetto XIV vince il match contro Fabriano con un canestro a pochi secondi dalla fine di Yan Moreno: Cento così aggancia la rivale, e in virtù del 2-0 negli scontri diretti la sorpassa e di fatto agguanta la testa del girone.

Sì: abbiamo chiuso con una bella vittoria.


Tra gli addetti ai lavori si parla già di porte chiuse, e ci si chiede se effettivamente ci si vedrà lì, di nuovo tra un paio di settimane. Non sarà così, con molti ci si rivedrà anche 7-8 mesi. Qualcuno non lo vedo da allora.

Finiamo tardi, e a me e ai colleghi non resta che tornare a Cento, dopo aver cercato un paninaro aperto che da mezzanotte in poi sembrava già introvabile. Coprifuoco era ancora un modo dire.
Una birra, una piadina. Questo sarà il mio ultimo pasto fuori casa, per parecchi mesi a venire.

E' appena iniziata domenica 23 febbraio.

Qualche ora di sonno, e ben vestito, sono di nuovo al lavoro: c'è il Carnevale di Cento. Si è discusso sull'annullare la giornata di sfilate o meno, ma alla fine nessuno se l'è sentita. Giusto? Sbagliato?
Se da un lato è giusto parlare di prudenza e buon senso, dall'altra dobbiamo parlare di responsabilità verso turisti e addetti ai lavori.
Onestamente, non so proprio cosa avrei scelto io: ma non devo prendermi la briga di decidere, io ci lavoro, mi vesto e vado.
Tuttavia ormai la faccenda è nazionale, si invoca da più parti la sospensione di tutto, la chiusura di ogni evento fonte di assembramento.

Sbucano le prime mascherine, chirurgiche, indossate da turisti molto timorosi che pensano di proteggere loro stessi, quando in realtà proteggono gli altri. D'altronde, a quella data, è facile immaginare che quelle mascherine fossero il meglio reperibile in commercio.

E' una bella giornata di sole ma non c'è un clima di festa, da casa sono diversi gli insulti che riceviamo sulle pagine Facebook. "Avrete dei morti sulla coscienza". No, non si sono poi registrati contagi avvenuti durante il Carnevale o a seguito di contatti avvenuti in quella giornata. Forse ci sono stati, forse no: di certo il tracciamento nelle prime giornate riusciva ancora spesso a delineare le possibili zone di contagio, e il Carnevale di Cento non fu una di queste.
Sfilano i carri, volano i coriandoli, sul palco del Carnevale sale "la velina russa" Vera Atyushkina (vi ho sbloccato un ricordo, lo so), ma non è una completa giornata di festa.

Comunque, era nell'aria un'ordinanza di Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, per "chiudere tutto".
Il carnevale, nonostante la splendida giornata di sole, si svolge velocissimo, quasi ad anticipare ogni ordinanza. Che potrebbe anche avere effetto immediato, per quel che ne sappiamo in quel momento.

E poi arriva, l'ordinanza. Tutto chiuso in Emilia-Romagna. Scuole, eventi, aggregamenti. Per almeno 7 giorni. Ma già sappiamo che i giorni dovranno essere almeno 14, se non 21, per avere effetto.
Saranno oltre 70, in realtà, e per le scuole persino di più: l'anno scolastico, per lo meno quello in presenza, si chiuderà qui.
Quindi, il Carnevale di Cento finirà lì, quel 23 febbraio 2020.

Ridendo e scherzando, pensiamo che bisognerebbe passare dai supermercati per fare scorta. E ci giunge voce che qualcuno si sta già attivando in questo senso: chi in maniera ponderata, chi in maniera folle.
Bevo una birra in un bicchiere di plastica, con i colleghi, e torno a casa.

I primi giorni proseguono quasi normali, nel clima del #iononmifermo e nel nome di un distanziamento molto teorico e poco pratico. Le mascherine ancora non esistono. I casi fioccano, uno dopo l'altro. Centinaia, poi migliaia.

Mi capita persino di ammalarmi. Prevalentemente una brutta infiammazione alla gola, ma la tosse e il mal di gola durano solo un giorno. Per il resto stanchezza, spossatezza, sensazioni febbrili. Insomma, ce n'è abbastanza per recarmi dal medico e mettermi in mutua.
Vado dal dottore, stiamo tutti distanti. E' fine febbraio ma le finestre restano aperte. A suo dire, non si tratta di corona virus. A distanza di parecchi mesi, un test sierologico confermerà la sua idea: non era covid19.

No: non era febbre. E forse non c'era nemmeno battito.

Le partite di basket iniziano ad essere rinviate un po' ovunque, così come anche gli eventi sportivi. Non più solo in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I casi fioccano come funghi in tutta Italia. E in tutta Europa. E' solo l'inizio, nel giro di poche settimane verranno sospesi prima gli interi campionati, e poi annullati.

C'è tempo poi per fare una ultima cena, con alcuni miei amici, il 5 marzo 2020. Con un po' di timore, crescente, con un po' di distanziamento appena accennato. Nel mentre, arrivano le prime bozze di DPCM, dove si parla di province "zone rosse". Alcuni amici si chiedono se riusciranno a tornare a casa.
Questa rimarrà l'ultima cena con loro, per diversi mesi.

E poi pochi giorni dopo , una sera, appare Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio, in TV. Sto ancora lavorando, mentre torno a casa mi fermo a fare il pieno alla macchina.
Da un lato, era necessario: ero in riserva. Dall'altro, fossi riuscito ad aspettare qualche giorno in più, avrei goduto di un costo veramente basso per il diesel. Ma tant'è. Passeranno mesi prima che torni ad avvicinarmi ad una stazione di servizio.

Torno a casa. Conte ha parlato. E' uscito un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, poi amichevolmente noto come DPCM.
E' lockdown. Nazionale. Anche se poi sarò costretto ad andare fisicamente in ufficio ancora per una settimana, prima che venga attivato il cosiddetto "lavoro agile".

La chiameremo tutti "quarantena", erroneamente, perché quel termine sarebbe più indicato per l'isolamento domiciliare. Ma c'è ancora parecchio caos, soprattutto nei nomi. Si parla ancora di "coronavirus", dopo un po' di settimane prenderà piede la parola "covid", diminutivo di covid-19.

E poi il resto lo sapete, è storia recente, anzi, ancora purtroppo presente.

lunedì 15 giugno 2020

Andrà abbastanza bene.


Abbiamo il tramonto sulle distese di grano, le birre da Cucco, le risate alle battute in dialetto di Castoro.
I treni economici con le loro avventure cariche di coincidenze mancate e ritardi annunciati, e i treni veloci con le loro prese elettriche. Riceviamo le notifiche del livescore con scritto "GOOOOOOOL!" per sapere dei risultati anche nelle baite più sperdute, e abbiamo gli streaming piratati di Atdhe e Rojadirecta per vedere il calcio inglese che più ci interessa.
Ci sono le uscite in bicicletta compatibili con l'etilometro, e i lunghi viaggi a GPL con le rustichelle delle nostre autostrade.
Si va ai concerti gratuiti con dei gazebopenguins o chi per loro che ti stagedivingano sulla testa, e gli eventoni in cui paghi volentieri il biglietto per sentire qualcuno che sa davvero suonare come si deve.
Abbiamo chat, messaggi, social, selfie, e tutto quello che serve per condividere emozioni e sensazioni, e il tasto nascondi per cancellare le stronzate di tutti gli altri. C'è il profumo della pioggia in giugno, gli odori della montagna la mattina presto, il vento fresco che odora di alghe che sale dai lidi. E gli aerei low-cost per salutare tutte le europe(e) che conosciamo o che vogliamo (dis)conoscere. Un buon piatto di tortellini, e rotoli e piade per le fami chimiche.
Abbiamo la droga leggere e la droga scrivere, abbiamo ore di filmati su youtube, abbiamo i nasi per sanguinare, per starnutire, per annusare i profumi, per tirare su la menta da fiuto o altro a discrezione dell'utente. Abbiamo le belle persone che fanno delle belle cose, abbiamo delle belle cose che ci fanno conoscere altre persone. Ci sono i portici che raccontano secoli di storia e mesi di idiozie, e palazzi che non hanno paura dei terremoti.
Le nuvole coprono, scoprono e ricoprono orizzonti sempre uguali e sempre diversi, che pare ogni angolo del mondo possa essere complementare con questo spicchio di sotto-Po, visto da dietro i nostri occhiali da sole. E/o da soli.
Finisce un'altra piccola giornata, e se poi si scopasse un po' di più, ci sarebbe anche più poesia.
Ma così, in generale. Dietro la collina.

(Enrico Atti, post su Facebook, 15 giugno 2014)


mercoledì 22 aprile 2020

I tempi del coronavirus ai tempi del "ai tempi del Coronavirus"




Ah, da quando Baggio non gioca più, non è più domenica.
Da quando Senna non corre più, o ancora meglio, da quando la Tramec non gioca più, non è più domenica.
La domenica va ricercata in cose diverse, come il programma della Rebe su Radio Nebbia. Che poi mi perdo perché lavoravo. Che cerco in differita. Non trovo. Poi trovo. E comunque devo ancora ascoltare.

Una volta la domenica era il caffè, la grappa, Netflix, il silenzio assoluto.
O la felpona nera di BBox, lo zaino, la macchina, l'A14, la Benedetto.

Adesso la domenica te la devi costruire tu sennò non c'è, sennò non c'è niente.

Bevo il caffè, vado sul balcone, guardo lontano per tenere allenato l'occhio sennò la miopia peggiora. Me ne sono già accorto in uno dei miei pochi tragitti in auto.
Guardo lontano, la visuale è coperta dalle fronde degli alberi in primavera, riesco ad intravedere quello che penso sia un appartamento di polacchi.
Oltre al mio.
Cioè so che è in quel condominio c'è una famiglia polacca, l'altro giorno buttando il vetro mi è parso di sentire qualcosa di simile ad una disco-polo sparata a busso alle 18.00 (alla faccia dei vostri flash mob con Cutugno).
Se c'è, cerco di prendere il sole.
Mi correggo: di espormi al sole, così, giusto per, metti che mi faccia bene alla salute. Tanto non mi abbronzo, mai. Certe cose non cambiano.

Poi preparo una puntata radio. Una delle ultime. Troppo casino sulla scrivania, troppo poco tempo, troppa poca preparazione, troppo pochi gli ascolti, e troppa poca la voglia.
La verità è che sto ancora lavorando normalmente, quindi anche nel weekend, a volte anche alla sera, come prima del coronavirus.

Metto insieme tante canzoni, le spiego, parlo di Londra, di quello che ha significato per me, con aneddoti, racconti. Un punto di vista diverso.
Riascolto quelle canzoni e sono passati quasi 10 anni, e mi riguardo un po' con quello sguardo da "Il crollo del santo" di Dino Buzzati.
E mi chiedo io quale santo sia.
Il tempo ci consegna i ricordi in una maniera filtrata, quasi distillata, diventa sempre tutto un po' più bello, come se ci fosse sopra un filtro seppia di Instagram a fare un effetto vintage del tipo "si stava meglio quando si stava peggio".
L'altro aspetto che emerge è che sicuramente ho fatto quello che volevo, con risultati certamente opinabili, ma comunque "facendo le cose".

Sta passando "Use Somebody" dei Kings of Leon, quel pezzo dove le tipe londinesi, quelle che prendevano quasi 2mila pound a differenza dei mille miei (ottenuti con oltre 40 ore settimanali), quelle tipe di età 25-35, con una buona percentuale inglesi, che quasi sempre poi si accompagnavano a quelli vestiti con la camicia bianca e la cravatta slacciata nello zainetto del lavoro (o comunque "professionals") cantavano a squarciagola la canzone, dopo almeno un paio di birre e un paio di shottini.

Quando la serata saliva, per loro come per me, in un binario parallelo che ci vedono semplicemente condividere lo scenario situato nella Central London.
Quando avevo ancora tutti i capelli del mio colore (a parte quattro capelli bianchi, e sapevo esattamente dove erano). Quando pesavo meno di 60 chili. Quando portavo la S. Ed ero nei vent'anni, per quel che vuol dire. Cosa vuoi che siano.

Ecco, finisce quel pezzo e cade la diretta radio. E allora tutto finisce lì. Non c'è tempo per passare Closing Time dei Semisonic, che invece è il brano del "ragazzi la campanella è già suonata, l'ultima birra l'avete già ordinata, adesso è tempo di uscire e levarvi dal cazzo che siamo stanchi e abbiamo voglia di smettere di lavorare anche noi".

Cade la diretta radio per una storia di diritti di copyright, annoso problema del web sul quale non voglio stare a disquisire.
Da un lato è vero che le cose non devono essere tutte gratis, dall'altro va detto che ci vuole il giusto prezzo e la giusta modalità di fruizione.
Non giustifico criminalità e pirateria: ma dico che la criminalità e la pirateria nascono sempre dove ci sono piccole e grandi ingiustizie.
E prevenire è sempre meglio che curare.

Allora finisce tutto, e allora stacco il mixer, stacco il microfono, stacco i cavi, stacco questo scenario di caos che calendario alla mano mi ha tenuto compagnia proprio per quaranta giorni, come quelli di Gesù nel deserto, come quelli che una volta si facevano fare agli appestati, e che adesso sono stati ridotti a 15 giorni. Per chi li fa veramente.
Noi la chiamiamo quarantena ma in realtà quarantena vera non è.
E durerà comunque più di quaranta giorni.
Io praticamente sono già a due mesi, ad esempio.

Mettere via queste cose mi ricorda un po' la fine delle vacanze, quando si rifà la valigia per tornare a casa il giorno. E' sempre un po' triste e un po' malinconico. Anche questo periodo ha delle cose belle che finiranno.
Ma anche dalle vacanze più belle c'è sempre un minimo di voglia di tornare, di tornare alla normalità. Quando capisci che è finita, allora vuoi tornare.

Ecco, ora la sensazione diventa questa, in questa personalissima fase due.
Tornare a cosa? Tornare a casa?

Non sarà la stessa cosa, no. Non sarà la stessa casa.

Ma comunque in qualche modo ce la faremo, ci sarà un nuovo equilibrio, difficile, che creeremo. La vita è fatta di rischi, e comunque prima o poi si muore.
Dobbiamo, come abbiamo sempre fatto, trovare i migliori compromessi per tenere un rischio basso, e accettabile.

E allora, sì, in un modo o nell'altro, ce la faremo.


giovedì 2 aprile 2020

Cosa resterà di questo coronavirus



Nuovi panorami.

Cosa succederà, dopo il coronavirus? 
Ce lo stiamo chiedendo tutti, e dopo settimane di letture ed aver chiesto pareri autorevoli e non, ora ho una risposta.
Della quale non sono sicuro, chiaramente: nessuno può avere certezze, ora. Ma posso raccontarvi uno scenario verosimile.


I PROSSIMI 30 GIORNI
Rinvio dopo rinvio, la scadenza che attualmente è fissata al 13 aprile, arriverà al 4 maggio. Ma ve lo immaginate un 25 aprile al Pratello, ora come ora? Un Primo Maggio a Roma? Arriveremo a lunedì 4 maggio, almeno.
Nel mentre, calerà il numero di contagi giornalieri, si svuoteranno le terapie intensive e gli ospedali, e il coronavirus si circoscriverà a pochi casi giornalieri legati a singole aree, che probabilmente resteranno zona rossa più a lungo.
Attenzione, però: il coronavirus non sparirà. Né in Italia, né tantomeno all’estero, dove anzi in alcuni paesi sarà in fase di espansione.
Quindi lockdown fino al 4 maggio?
Più o meno sì, ma qualche timida riapertura ci sarà: utile al tessuto della PMI, e utile al nostro morale. Le ultime cose che ci hanno tolto, saranno le prime a tornare. Il jogging, le passeggiate, forse qualche piccolo parco (ma stavolta magari sarà vietata la sosta). E poi piccoli artigiani, parrucchieri e barbieri, anche piccoli negozi nei quali entrare uno alla volta, e sempre rispettando il metro di distanza.
Forse anche qualche attività di ristorazione, da asporto.
Difficile, ma magari anche qualche bar, sempre con l'obbligo di chiusura per le ore 18:00, e con i tavoli distanziati e igienizzati.


DAL 4 MAGGIO (o altra data successiva)
E poi, tutto come prima?
NO.
Ecco, mettiamoci subito in testa che non sarà tutto prima. Almeno per qualche anno.
Sì, è brutto da dire ma sarà così.

Cosa cambierà?
Potremmo dividere in due fasi, in linea di massima: l'estate-autunno 2020, e i prossimi anni. Ma si assomiglieranno molto, quindi le narrerò nella stessa suggestione che mi appresto a pennellare, come se fossi un pittore scadente che adesso dipinge un casino nella speranza che qualcuno prima o poi torni a comprare le sue croste, pur a prezzo ribassato e inflazionato.

Ecco, vi ricordate gli eventi dal vivo?
Scordateveli, almeno fino alla fine di settembre. E forse anche dopo.
Scordatevi le estati folli in riviera romagnola in mezzo a migliaia di sconosciuti, sudati e sputazzanti, a limonare cassonetti di dubbia provenienza.
(Chiaro: potrete ancora limonare bidoni a caso, ma l’approccio ricorderà più un dialogo preso da una vignetta di ZeroCalcare e sceneggiato da Charlie Brooker, quello di Black Mirror).
Ci toccherà abituarci allo sport a porte chiuse, da guardare in TV o in streaming via internet. O con i cinema con i seggiolini a un metro l’uno dall’altro. Per i concerti aspetteremo ancora parecchio. Torneranno di moda i concerti nei teatri, limitati a poche centinaia di persone. Cesare Cremonini farà un tour accompagnato da una piccola orchestra con biglietti a 68 euro a persona. E così via tanti altri.
I grandi eventi (concerti e festival in primis) saranno sempre eventi a rischio: a rischio contagio, a rischio cancellazione. In tanti non se la sentiranno più di investire in situazioni del genere.
In generale... avete presente quanto ci hanno rotto il cazzo le limitazioni nei luoghi pubblici legate al terrorismo? Dovete immaginarvele al cubo.
Il Coronavirus riuscirà dove l'Isis ha fallito.

E ci vorrà ancora parecchio prima di viaggiare serenamente all’estero. Ci saranno tanti controlli. Gli aerei saranno più costosi. O forse semplicemente costeranno uguale, ma voi avrete meno soldi.
E vi fiderete dei paesi all'estero?

La fiducia: molte persone sceglieranno sempre di più di restare in casa. Svilupperanno una sorta di ipocondria, di rifiuto verso tutte le situazioni di possibile contagio. Cioè tutte le situazioni di socialità.
Qualcuno diventerà una sorta di hikikomori, in un certo senso.

E preparatevi. Ai lockdown. Torneranno, ciclici, come fossero scosse di assestamento. In Italia, o all’estero, o in tutta Europa nello stesso momento. Potranno riguardare una città, una regione, intere nazioni o l'intera Europa geografica, appunto.
Potrebbero durare 14, 21, 28 giorni, o di nuovo mesi.

Fino a quando? Fino a quando forse non ci sarà un vaccino (ancora un anno? Due anni?) o fino a quando non avremo cure efficaci, per trasformare il coronavirus in una malattia meno letale e curabile in tempi più brevi, senza rendere necessario il ricovero. O forse quando avremo test per rilevare la positività prima di poter andare in giro ad infettare tutti gli altri… questo non lo so, ma quel che è all’orizzonte, è che per almeno un paio d’anni non avremo molti mezzi per fronteggiare tutto questo.

A livello lavorativo, avremo tutti (o quasi tutti) meno soldi in tasca. Salteranno un sacco di aziende, un sacco di posti chiuderanno. Cambierà il nostro modo di vivere e bisognerà reinventarsi in maniera diversa.
Dovremo cambiare lavoro, o inventarcelo.
Come? E’ ancora difficile. Di certo sarà sempre più importante la presenza online, con tutto quel che ne consegue. E non lo dico solo perché lavoro per JustoMezzo, per quanto, chiaramente, all’epoca decisi di aprire una realtà che voleva stare al passo con i tempi e riuscire sempre a dare una risposta adeguata. Ce la faremo? Io credo di sì. Ma sarà durissima anche per noi. E lo è già.

Comunque, si viaggerà meno anche per lavoro. Meno incontri, meeting, fiere. Molte più videoconferenze e videochiamate. Si starà a distanza, e si stringerà la mano con diffidenza.
In generale, ci toccherà stare molto più tempo sul computer con corsi online, lezioni online. E se non abbiamo dimestichezza è ora di imparare, sennò sarà facile restare a casa disoccupati. E non ci saranno più soldi per redditi di cittadinanza a cazzo di cane, temo.

Avremo alcuni aspetti fortemente negativi.
La disoccupazione salirà a dismisura. E se non ci diamo una mossa a migliorare il nostro CV e competenze non troveremo mai più alcun tipo di lavoro.
Ci sarà tanta depressione. Suicidi. Tensioni sociali.
Vedremo spesso in giro guanti e mascherine. Saremo un po’ come i giapponesi.
Il razzismo nord-sud probabilmente crescerà.
Non saremo più uniti, anzi.
Questi aspetti negativi li vedo un po' come fasi a termine, probabilmente nel giro di 4-5 anni si assesterà tutto e anche queste cose si attenueranno.



COSA FARE, QUINDI, NEL FUTURO?

E quindi?
E quindi bisogna prepararsi.
A stare in casa. Sistemate la vostra casa, comprate un divano comodo, una scrivania più grande, e rendetela un posto accogliente e funzionale. Trasformatela in un bunker, o pensate a soluzioni che possano renderla all'occorrenza un luogo adatto al telelavoro e ad una vita di quarantena per voi e per i vostri figli, nonni, animali, ecc.
Se avete la casa piccola, convertite la cantina e la tavernetta, magari comprando una stufetta. Oppure chiudete il balcone.
Acquistate subito un condizionatore, un pinguino De Longhi, quel che potete, se non ce l’avete: il lockdown potrebbe avvenire anche d’estate con 40 gradi. E ovviamente, la fibra ottica, se nella vostra città c'è. Schede SIM piene di gigabyte in 4G. E tutti i mezzi tecnologici che potrebbero rendersi necessari. Cuffiette, microfoni, webcam, scanner,s stampanti…
Allestite una zona con uno bello sfondo per videochiamate. Ne avrete bisogno.
Chiedete e pretendete il telelavoro, attivabile all'occorrenza, ma già pronto a portata di click.
E a prescindere... dematerializzare tutto e metterlo in cloud. Documenti di ogni tipo, foto, ecc... tutto su piattaforme sicuro. Ci sarà da pagare qualcosa, qualche euro al mese. Ma ne vale la pena.
E chi ha un cortile... beato lui! Lo allestisca al meglio, varrà oro nei tempi buoi. Chi è appassionato di giardinaggio/orto, tenga sempre pronto tutto il necessario.
Gli appassionati di running e ciclismo, valutino l'investimento di un tapis roulant / cyclette / rulli per bicicletta. 

Ricordate: l'Italia (in particolare l'Emilia) è territorio soggetti ad alluvioni, frane, terremoti. Molti degli accorgimenti qui sopra vi saranno utili anche nel caso, purtroppo non impossibile, si verifichino queste disgrazie.

E in linea di massima... non puntate troppo sul futuro prossimo: life is now, direbbe Totti. La vostra vacanza programmata da 18 mesi potrebbe essere cancellata un minuto prima.
Meglio poche cose, un po’ per volta.
Grandi eventi non saranno possibili a lungo tempo.
Dovremo stare sempre attenti a lavarci le mani, a metterci le mascherine, e dovremo evitare di stringere mani di sconosciuti a costo di fare brutta figura. Pulire bene dopo che ospitiamo persone in casa.
Fare molta attenzione con genitori e parenti anziani. E con bambini. E tenere conto che i virus sono mutevoli.
E quindi tutto potrà cambiare in 10-15 giorni.

E’ uno scenario negativo, distopico, apocalittico? Forse sì, forse è solo uno scenario verosimile.
Non è così terribile, cercate di vedere le cose positive.
Potremo comunque andare in giro a rimorchiare*, uscire con amici e parenti, goderci ristoranti, fare viaggi e vacanze e tornare a fare la maggior parte delle cose che facevamo prima.
Può anche essere l'occasione per cambiare lavoro, casa, città, vita e resettare alcune cose che non ci piacciono, e ricrearne di nuove. 

La razza umana è in grado di adattarsi: e lo faremo.

Non siate affamati e non siate folli: siate coscienziosi. E previdenti.



* a meno di essere sposati o fidanzati o accompagnati, chiaro.