lunedì 11 giugno 2018

Dieci, cento, mille... random facts about Cento.


1 giugno 2000, Cento
Sono in Piazza Guercino, sotto al portico del bar Uno Più, insieme a mezza Cento, a guardare Ovito Scafati - Baltur Cento, finale playoff di B, valevole per la Serie A2 di basket.
Io ho 16 anni, indosso una polo rossa, non griffata Benedetto XIV... intorno a me qualche maglia dei tifosi (la vecchia Fossa dei Leoni biancorossa), ma più che altro gente in borghese... in serie B non va ancora molto il merchandising e la vendita di abbigliamento griffato, ed è troppo caldo per le sciarpe.

Il Comune di Cento ha allestito un maxischermo in cui viene proiettata la partita, trasmessa da Rai Sport... siamo a pochi secondi dalla fine e stiamo vincendo di tre.
I secondi passano... il cronometro sta per segnare zero no? Abbiamo vinto, no? Adesso uno tira ma va fuori, no?
No.
Rossi, numero 8 di Scafati, mette una tripla. Parità. Supplementari.
Ma come ti riprendi da una botta così? Sei a pochi decimi di secondo dalla A2. E bum, ti si allontana, così.
E ovviamente ai supplementari abbiamo perso.

E dire che i ragazzi si erano ossigenati i capelli come andava di moda all'epoca, come avevano fatto anche i calciatori della Romania, per esultare per essere nei playoff invece che nei playout.
E invece, da numero 8 avevamo buttato fuori gli storici rivali di Ferrara, che arrivò prima nella regular season, vincendo a casa loro, con una bomba di Carchia a due secondi dalla fine. Che notte quella notte.
Dopo un cammino così, da outsider, devi andare su.
Addirittura un pullman di 51 impavidi era andato fino a Scafati. Scafati è in là, eh... poi con i pullman che si sceglieva la Fossa...

...insomma, era una favola, a cui all'ultimo secondo è mancato il lieto fine.
"Se non è successo quest'anno, non succede più..." mormoravano i vecchi in piazza, tra una bestemmia e l'altra.

Da 00'22" , l'azione che ci ha tolto l'A2.


Quando ripenso a quel giorno, di solito mi viene da pensare a tutto quello che c'è stato dopo... ma oggi mi viene da pensare anche a tutte quelle cose che ci sono stati prima.
Si, si parte ovviamente da Mons. Baviera e dall'oratorio di San Biagio... da sempre acerrima "nemica di campanile", per me che sono penzalino, ma a cui va dato questo merito. E anche dall'altrettanto indimenticato Don Bruno.
E poi ci hanno già fatto un libro sui 54 anni che ci dividono dal 1964 e dalla fondazione della Benedetto XIV, quindi non ha senso andare ad aprirlo per leggere tutti i nomi.
(Ma lo farò lo stesso per evitare di fare errori ed essere poi corretto e cazziato da Maretti, come se fosse Antani, per due).

La mia storia con la Benedetto comincia prima che io nascessi,  praticamente fin dall'inizio, perché mio padre l'ha seguita da sempre... come tifoso, collaboratore, bigliettaio, e... manovale, quando nell'81 c'era da ristrutturare in fretta e furia la Palestra della Giovannina perché la palestra delle medie non era pronta per la serie C.
(Mi ricorda qualcosa... la storia si ripete.)
(La Palestra della Giovannina è più o meno la stessa dal 1981).
E insomma, non ricordo la prima volta che andai al Palazzetto, ma i primi ricordi sono di me da bimbo che scorrazzavo per il bordo campo insieme ai figli degli altri tifosi genitori... esattamente come accade ancora oggi.

I primi ricordi che ho sono quelli di Pol Bodetto, che per me era una cosa mitologica, al pari di un Roby Baggio... e della prima promozione in B, che poi era B2, ma B2 è B, no? (Anche questo mi ricorda qualcosa... qualcosA.)
La società regalò come gadget il portachiavi rettangolare smussato biancorosso tagliato a metà, che se lo giravi... diventava un cuore. Un cuore biancorosso.
Poi ce ne sono stati tanti, di giocatori. Da Bobicchio fino a Di Monte, passando da Carchia e Masieri (entrambi miei vicini di casa... potrei raccontare tanti aneddoti sul cane di Carchia e su come parcheggiava Masieri, ma sono cose che serbo morbosamente nel mio cuore), Moffa e Binelli... ma anche Rorato, Binetti, Beghelli... o gente come Raggi, Bossi, o i fratelli Bretta, Frenchu Malaguti... ognuno di quelli che è entrato in campo, anche se per pochi secondi, fa parte di una squadra, e di una storia.

Quindi penso anche al 2011, quando ero ancora a Londra, e qualcuno si mise in testa di rimettere in piedi tutta questa baracca. Allora c'era un certo Michele Manni, e c'è anche oggi. Perché non ci sono solo quelli in campo... a metttere il loro mattoncino, ci sono anche quelli fuori dal parquet.
(Anche se Manni tecnicamente è spesso sopra il parquet, seppur seduto.)
Tutti i volontari a vario titolo, tutti i collaboratori, tutti quelli che molte volte gratuitamente, hanno dato qualcosa, per questa squadra.
Io e mio fratello abbiamo giocato nelle giovanili (in realtà io mi sono fermato con risultati scarsissimi al mini-basket), per poi diventare collaboratori... mio nipote si è dedicato al baby-basket, per un po'. E sono già tre generazioni... come la mia famiglia ce ne sono tante altre, a Cento, che hanno un sangue biancorosso.

Ci sono poi i tifosi, quelli come mio fratello e tanti altri... come diceva Maretti, quelli che si sono sempre fatti un sacco di trasferte lontanissimo, in palasport che più che altro erano palestre con tribune, in posti dove i piccioni cagavano dentro (tutto vero), trasferte "inutili" che non contavano nulla per la classifica, ma se le sono fatte... in pullman, in auto, in aereo, anche migliaia di chilometri in giornata... mentre morose, mogli, amici, colleghi erano dietro a chiedere "ma chi te lo fa fare?".
(Uh, anche morosi, mariti, amiche, colleghe... c'è anche una bella quota rosa, in curva).
Ma loro, c'erano.
Io non ci sono sempre stato, ho avuto le mie fasi, diciamo, legate ad età, impegni, lavori... e anche spostamenti. Ma l'ho sempre seguita. Anche quando ero a Londra, e dopo il terremoto, siamo saliti dalla C alla B.
C'ero a mio modo, se vogliamo dirla così.

Sabato, a Montecatini non erano i 10 (che poi ormai sono diventati 12) del referto.
Non era 100, intesa come città.
Non erano i 1000 e più tifosi.
Era un'onda lunga, di decine di migliaia di persone... e tante non ci sono nemmeno più. Se credi nel paradiso, o nell'inferno, puoi immaginartele lì, a sporgersi dalla balaustra di nuvole dal terzo anello del PalaTerme, a cantare, battere le mani, lanciare fulmini agli arbitri e applaudire i giocatori... non so, a me piace pensare a Zimmer che guarda il presidente Gianni Fava, mentre circondato dai giocatori festanti, batte le mani al ritmo di "E ieri sera" (!!!) ... chi l'avrebbe mai detto?

9 giugno 2018, Cento
Ci sono voluti 18 anni, ora ne ho 34... e sono seduto nello stesso portico di diciotto anni fa, sempre con una maglia rossa indosso, stanco, spossato e sudato... ma stavolta felice. L'abbiamo vendicata, abbiamo stroncato una maledizione.

Se potessimo tornare indietro, chi vorrebbe fare entrare quella tripla di Rossi? Nessuno, credo.
Ma se non fosse entrata... questa promozione, sarebbe stata vissuta con la stessa sofferenza? Avremmo avuto la stessa gioia all'ultima sirena? Non credo.
Le sconfitte possono insegnarti a vincere. A noi ne sono servite molte. Si ironizza sempre sulle finali perse dalla Juve in Champions, ma... conoscete tutte quelle perse dalla Benedetto? Nel 2009, ai tempi della fase "Pallacanestro Cento", ci si fece addirittura una maglietta.
Siamo quello che siamo per tutto quello che ci ha costruiti, per il tutto il passato che ci ha temprati, forgiati, appassionati. Per tutte le delusioni che "no basta, non ci vengo più al palazzo" e invece a settembre si era lì a rifare l'abbonamento.
Perché c'è una passione prima di tutto, perché una canotta non è una roba sintetica che puzza di sudore, è qualcosa di più.
Anche per me, che non ne capisco un cazzo di basket, e che so a malapena palleggiare.

E allora perché? Chi ce l'ha fatto fare?
Perché si vive anche per cercare di realizzare i sogni.
Perché era un sogno, e ogni tanto, qualche sogno, si avverA.


martedì 8 maggio 2018

Gilles, la bottiglia non si tiene così

Sono nato nel 1984, Gilles Villeneuve è morto nel 1982: va da sé che il mito di Gilles per me è arrivato dopo, dai servizi Rai, dai racconti di Andrea De Adamich, da quello che mi diceva mio padre... che "era un mezzo matto, ma andava molto veloce".

E questo post potrebbe chiudersi qui, non ho molto altro da raccontare che non sia già stato detto su Gilles... da chi l'ha conosciuto veramente, o da chi semplicemente l'ha vissuto davvero, accompagnato dalle telecronache flemmatiche di Mario Poltronieri.

Ma siccome ho visto che i morti tirano un sacco nel mio blog... no vabbè, non è questo il motivo. Cioè intendiamoci: parlare di morti tira sempre (sarà perché siamo sempre un po' incuriositi da quello che non possiamo comprendere, cioè la non-vita), ma Gilles è morto da un bel po', quindi, soprattutto nel giorno del 36° anniversario della sua scomparsa, in cui l'argomento è trito e ritrito.... perché?

Qualche settimana stato sono stato a visitare il Museo Enzo Ferrari di Modena e il Museo Ferrari di Maranello, e mi ha colpito questa foto.



E' una foto famosissima, e l'avevo già vista centinaia di volte... ma per la prima volta l'ho osservata bene.
C'è Enzo Ferrari, con la sua indiscutibile "eleganza da umarell"... braga a vita alta, cravatta che toccia sui maroni, occhiale da sole per non dare confidenza... che poi in realtà cosa non volevi, dargli confidenza? A Enzo Ferrari, Gilles, piaceva davvero un sacco.

Perché era uno di quelli che nascono ogni cinquant'anni o giù di lì, un matto vero, uno a cui piaceva vincere... al costo di perdere.
Per Gilles, era meglio finire a muro lottando per la vittoria, che accettare un secondo posto.

In Formula 1, oggi come allora, ogni piazzamento alla fine significa soldi... e anche alla Ferrari, dove magari i soldi contano fino a un certo punto, un secondo posto è un tassello importante per arrivare a vincere il titolo, piloti o costruttori che sia.
Enzo Ferrari questo lo sa bene, tuttavia... non riesce a negare il debole per uno che incarna lo spirito della corsa... alla fine cos'è un titolo mondiale, se non un mero calcolo matematico? Le corse, i Gran Premi, sono le gare vere, di piloti e di macchine... sono quelle che si vincono o si perdono.

E allora di uno così, sportivamente parlando, ti innamori. Se sei Enzo Ferrari, se sei ferrarista, o se semplicemente segui la Formula 1. Lo odi perché ti disfa le macchine, ti sputtana il mondiale... ma lo ami perché ti emoziona.

E gli perdoni anche il fatto che no, cazzo, no, la bottiglia non si tiene in mano così, che sennò si scalda. Ma cosa vuoi che ne capisca di vino, è un canadese.
Può capirne di motoslitte. O al limite, di corse.

Arnoux vs. Gilles, commentato da Poltronieri. "Un coraggio leonino."

venerdì 16 febbraio 2018

Calcutta e il Frosinone: il Dorian Grey dell'indie

Calcutta, all'anagrafe Edoardo D'Erme
16 maggio 2015, 41° giornata del campionato di Serie B. Allo stadio Matusa di Frosinone sono le ore 16:47 e l'arbitro Maresca da Napoli fischia tre volte: il Frosinone sconfigge il Crotone 3 a 1 con il gol di Ciofani e la doppietta di Dionisi, ed è matematicamente promosso in Serie A, per la prima volta nella sua storia centenaria.
Può esserci un momento più bello di questo? Quando tutto è in potenza, quando tutto è in divenire? Il Frosinone è in serie A, ed è ancora imbattuto, intonso, non ancora macchiato da nessuna (prevedibile) goleada.



90 chilometri più in là, a Latina (sarebbe meno in linea d'aria, ma con tutte quelle curve...) Calcutta, al secolo Edoardo D'Erme, comincia a fare aperitivo. Ha appena compiuto 26 anni, e dopo un primo album uscito nel 2012 per la Geograph Records ("Forse...", che all'epoca si riesce ad ascoltare solo dal sito di Rockit), godendo di un buon riscontro da parte della critica di nicchia, sta scrivendo i pezzi per un nuovo album.
Ci sono già parecchie idee, ci sono già alcuni pezzi, ma manca ancora qualcosa. Cosa? Una bionda media, grazie. Anzi, due. Tre? Facciamo tre.
Insomma, una birra tira l'altra, figurati gli amari, alla fine si finisce a sbafarsi una pizza in casa, da soli, bevendo un bicchiere per pensare meglio. E capita tra le mani un giornale: c'è Papa Francesco, Dj Francesco, e il Frosinone in Serie A.

Qui comincia la storia parallela di Calcutta e del Frosinone. I tifosi gialloazzurri si svegliano in hangover ma galvanizzati per un traguardo storico: Edoardo si sveglia in hangover e basta. Eppure, nell'anticamera del suo cervello, risuona quel motivetto di pianoforte... quella pizza divorata... quel bicchiere di vino che non ci stava per un cazzo... quel film guardato sul divano, con la televisione ancora accesa su Rai Movie... Edo mette insieme i pezzi e nasce "Frosinone".


Il Frosinone Calcio, invece, deve affrontare il calciomercato: è necessario rinforzare la squadra senza snaturarla, perché se da un lato c'è da fare subito la serie A, bisogna tenersi pronti anche alla possibilità di rifare la serie B in appena 12 mesi. Le società serie lo sanno: e il Frosinone è serio.
Confermati molti dei giocatori della stagione precedente, arrivano Samuele Longo in prestito dall'Inter, Tonev dall'Aston Villa, Leali dalla Juve, Gomis dal Torino, Diakité in uscita dal Cagliari, e... no, onestamente nessun nome che possa valere la pena di appuntarsi per l'asta del Fantacalcio. A meno che non lo paghiate 1.

Edoardo, invece, ripresosi dai fasti, contatta Niccolò Contessa, alias I Cani, uno dei progetti più interessanti del panorama italiano, che dopo aver consolidato il proprio successo con l'ultimo album Glamour, è anch'egli in cerca di ispirazione per un nuovo lavoro.
E così, visto che da Latina a Roma ci sta appena un'oretta, per un mesetto tutti i giorni Edo e Niccolò si vedono, si fanno qualche birretta, magari qualche cannetta, e lavorano sugli arrangiamenti. Edo vuole passare dal suono scarno del primo lavoro a un suono più contemporaneo, in un certo senso più radiofonico, ma sì diciamolo: più MAINSTREAM.
E Niccolò è la persona giusta per il giusto equilibrio, per quel right balance che possa portarti alle orecchie del più vasto pubblico possibile, preservando però le tue peculiarità artistiche.
E' un'estate molto calda, tra Latina e Frosinone.

Estate molto calda a Latina con Calcutta
23 agosto 2015: al 7' minuto di Frosinone-Torino, Daniele Soddimo segna il primo gol in Serie A per i gialloazzurri. Tutto il Matusa è in festa, ma la gioia dura poco: il Torino rimonterà e vincerà per 2 reti a 1.
Questo resterà l'unico gol del Frosinone nella massima serie per un mese esatto: dopo 3 sconfitte maturate contro Atalanta, Roma e Bologna, il Frosinone arriva a Torino, allo Juventus Stadium (non ancora Allianz Stadium).

Nonostante la Juventus stia attraversando una crisi nera, con una media punti da retrocessione, pare comunque impensabile che il Frosinone possa uscirne indenne.
E invece.
E invece al 92' Leonardo Blanchard, che a discapito del cognome è italianissimo, trafigge Norberto Neto (Buffon è in panchina) e regala al Frosinone il primo punto in Serie A, ottenuto nella tana dei campioni d'Italia.


Intanto, a Latina, è tutto pronto per il nuovo singolo di Calcutta: "Cosa mi manchi a fare" esce il 27 settembre, per Bomba Dischi. Nel video, sotto la regia di Francesco Lettieri, un bambino bangla si aggira per Torpignattara, quartiere un po' ingiustamente screditato di Roma.
Da subito il brano non convince i fan storici di Calcutta... che poi non è che siano chissà quanti, al momento dell'uscita del brano, Calcutta pagina di (il simpatico nome della pagina facebook di Edo) conta appena 2mila like, per intenderci.

Ma Edo se ne frega, giustamente: prosegue nel suo intento... l'album viene reso acquistabile in pre-order con tanto di sciarpa rossoblù da stadio in regalo, con sopra scritto MAINSTREAM: che è appunto il titolo dell'album.
Nel mentre, il singolo entra in rotazione su Radio Deejay.



Il Frosinone ottiene subito una vittoria sull'Empoli e poco dopo un altro insperato 2-0 casalingo sulla Sampdoria, uscendo dalla zona retrocessione. Siamo al 18 ottobre, e tutto è ancora possibile. Dionisi si è sbloccato, e promette grandi cose anche nella massima serie.

Su youtube escono 3 video, versioni piano e voce di "Cosa mi manchi a fare" e degli inediti "Gaetano" e "Del verde". Al piano si narra che ci sia proprio Niccolò Contessa, ma verosimilmente è impegnato nell'ultimazione del suo "Aurora".
Il singolo ha raggiunto qualcosa come 30mila views in pochissimo tempo, e in un'epoca in cui l'indie è ancora di nicchia, sono cifre veramente importanti. (Sembra di parlare di una vita fa, e lo é, in un certo senso.)


Il sorpasso, il momento in cui Calcutta inizia a stare meglio del Frosinone Calcio, avviene a fine novembre: il 29 il Frosinone vince 3-2 sul Verona, e per l'ultima volta uscirà dalla zona retrocessione.
Il 30, finalmente esce Mainstream.
Da qui in poi, comincia la parabola ascendente di Calcutta si inerpica verso l'alto: e allo stesso tempo, comincia quella discendente per gli uomini di mister Stellone.

La promozione di Mainstream è a dir poco geniale: Calcutta annuncia alcuni in-store nelle principali città d'Italia, comunicando gli indirizzi dei luoghi su internet. Peccato che a quegli indirizzi corrispondano altrettanti "bangla", ignari di tutti, davanti ai quali mini market Edo suonerà chitarra e voce tutti i pezzi dell'album (di soli 27 minuti).
Nel mentre, esce anche il video di Frosinone, in cui probabilmente si fa il verso a Grande Raccordo Anulare di Venditti-Guzzanti. E anche qui, condivisioni a go-go.


Con l'anno nuovo, Roberto Stellone resta saldo sulla panchina del Frosinone, anche se fino ad una vittoria sul Bologna, il Frosinone otterà solamente 1 vittoria e 2 pareggi in 9 giornate... la salvezza è sempre più difficile, servirebbe un mercato invernale rivoluzionario... che non arriverà. Il Frosinone si prepara alla Serie B, anche se in campo non si arrende, assolutamente.

Calcutta comincia un tour con parecchi sold out in piccoli club, ormai è esploso a tutti gli effetti, e il problema è diventato come rimpolpare un live che più che suonare tutto il suonabile tra primo e secondo album, non sa più cosa inventarsi. Edo a volte sale sul palco ubriaco, a volte lucido, a volte modifica i testi, a volte scende ad abbracciare il pubblico: è un vero e proprio fenomeno VIRALE, qualunque cosa voglia dire.
A un certo punto regala ai suoi fan l'inedito "Fari", inviandolo in formato MP3 via Whatsapp a chiunque gliene faccia richiesta.

Il Frosinone racimola qualche altra vittoria, con Udinese, e di nuovo con Empoli e Verona... l'ultimo modo d'orgoglio arriva il 1 maggio, con un 3-3 ottenuto a San Siro, contro il Milan di Brocchi (e di brocchi, potete anche togliere la maiuscola) dopo essere stati addirittura in vantaggio per 3 a 1. Purtroppo non basta, perché l'1 a 0 subito contro il Sassuolo appena 7 giorni dopo condanna i gialloazzurri alla Serie B.


Il Frosinone non è più in Serie A: ma Calcutta continuerà a cantare il suo pezzo.
Nota di merito: mister Stellone è sempre rimasto al suo posto, nessun esonero, a dimostrare la serietà della società che crede nei suoi uomini e nel progetto (il Frosinone sfiorerà la Serie A nel 2017, e al momento in cui scrivo è 2°, in piena lotta promozione).

Calcutta, invece, è in rampa di lancio: dal cassetto degli inediti dimenticati esce fuori Oroscopo, un brano già suonato dal vivo qualche anno prima... per l'occasione, ci mettono le mani Takagi & Ketra, duo di produttori che negli ultimi anni hanno azzeccato parecchi singoli con diversi frontman: il brano esce il 12 maggio 2016.


Ed è qui che Calcutta si distacca definitivamente dal mondo dell'indie: mentre il Frosinone abbandona la Serie A due giorni dopo, con appena 31 punti (troppo pochi per aver seriamente mai messo in dubbio la retrocessione), Calcutta abbandona l'indie... anzi: comincia la trasformazione dell'indie in mainstream, lasciando a Tommaso Paradiso e i suoi Thegiornalisti il compito di completare l'operazione, in appena 12 mesi.

Gli stessi 12 mesi in cui è durato questo sogno, da maggio 2015 a maggio 2016, e in cui per un attimo due piccole realtà di provincia sono andato a braccetto, nei televisori e negli smartphone di tutta Italia, prima che una delle due prendesse il sopravvento... forse questo Frosinone è invecchiato al posto di Calcutta, come una sorta di ritratto di Dorian Grey calcistico: forse no, ed è stato tutto un mio viaggio un pochino romanzato, pur usando come basi interviste e informazioni acquisite in rete.
Sta di fatto che un po' mi manca il Calcutta di una volta, e un po' se vogliamo anche il Frosinone, perché il Benevento, nonostante il gol di Brignoli, non è mica la stessa cosa.

"E allora dimmi, cosa mi manchi a fare?"


martedì 23 gennaio 2018

2 km di Ex-Otago


Gli Ex-Otago, oggi.
Come nasce il cambiamento di Blogorroico?
(cambiamento del quale dovete ancora rendervi conto)
(e che, chissà, forse non percepirete mai, o forse no - o forse non lo avreste mai percepito se non l'avessi palesemente annunciato)

Era il novembre scorso, e avevo appena dato un passaggio alla mia ragazza.
Una volta, quando scrivevo più spesso su questo blog, non parlavo spesso delle mie ragazze. Questa cosa generava spesso due reazioni... la prima era quella del "non parli mai di me, sembra che mi vuoi nascondere".
Reazione molto comprensibile, e umana: a nessuno piace sentirsi nascosto. Ovviamente l'intento non era quello, anche se di fatto, poteva sembrarlo.
La seconda reazione era quella dell'immedesimazione: ogni volta che in un racconto di Giulio, o in generale, capitava di delineare un personaggio femminile, capitava che qualcuna cercasse di immedesimarsi in questa.
E insomma, alla fine prendevo sempre dei nomi, perché tanto non ci si azzecca mai. Ma d'altronde non deve essere semplice stare insieme a una testa di cazzo come me, e nemmeno stare insieme a uno scrittore o presunto tale: figurati quando i due fenomeni si presentano contemporaneamente.

Comunque, non volevo parlare della mia ragazza (perlomeno, non ora): volevo dire che appena è scesa dalla macchina ho alzato l'autoradio e stavo ascoltando Marassi, l'ultimo album degli Ex-Otago. E mentre passava "I giovani d'oggi" ho ripensato a tutta la carriera degli Ex-Otago, a quando avevano cominciato cazzonissimi, quando c'era ancora Pernazza (successivamente inglorosiamente noto come "il coniglio di Chiambretti"), i tempi di The Chestnuts Time e di Tanti Saluti, quando erano dominati dal lo-fi e uscivano per la Riotmaker, in quegli splendidi anni 2000 che già comincio a rimpiangere... e non tanto per quegli anni in sé e per sé, ma per tutti quei piccoli rimpianti che ho di quegli anni. Ora sono felice: anzi, no, ma le mie infelicità non sono legate al mio ieri, o forse si.

(vedi questa è una di quelle frasi che le morose potrebbero leggere malissimo, e invece è semplicemente che la mia vita lavorativa è abbastanza insoddisfacente)

(e una morosa non sarebbe sicuramente contenta di aver fatto questa specifica, perché sembra che lei sia una rompicoglioni che cerca di influire anche sulla mia vita privata pseudo-artistica e pseudo-giornalistica e io sia moralmente obbligato a smentire tutto ciò)

(ma vi assicuro che non è così.)

(perlomeno, non con la mia ragazza con cui sto ora.)
(che non vuol dire per forza ce ne saranno altre.)

Maurizio e Simone degli Ex-Otago, anno 2009, in partenza per Oslo.

E insomma, mentre era già arrivata "Cinghiali Incazzati", che è la seconda traccia, ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare due chiacchiere con loro. In particolare con Maurizio e Simone, Mauri e Simmi per gli amicissimi, rispettivamente cantante e chitarrista, gli unici invariati nella formazione dal 2002. E parlare di quel video di Pronti Al Peggio dove Simone mostra che in realtà di lavoro fa l'autista, e chiedergli se lo fa ancora... o farmi da raccontare da Maurizio come sono nate le gag della ghost track di Tanti Saluti, o quelle dello skit "Radio Scapolo D'Oro"... e vedere come sono arrivati ad oggi, passando per gli anni della produzione tramite "crowdfunding" dei fan. Di come questo Marassi mostri degli Ex-Otago diversi, forse maturati, forse invecchiati, che possono piacere o non piacere (a me Marassi piace, lo avete già capito) ma che comunque hanno fatto un percorso rispettabile e portano un pop di qualità, con contenuti e arrangiamenti di livello.


E poi ho pensato che... posso farlo.

Ai tempi di Radio Nebbia (nel lontano 2007) ho realizzato come internet avesse effettivamente avvicinato gli artisti agli ascoltatori, e che con la scusa di una piccola web radio potevi veramente avere udienza da chiunque. Ora è ancora meglio, se mandi un messaggio nella pagina facebook di un gruppo ti risponde dopo qualche ora il cantante in prima persona, per dire.
E quindi ho pensato che posso farlo, che se leggermente modifico questo blog, orientandolo alla musica, che comunque in fondo è sempre stato uno dei temi ricorrenti, allora posso diventare una sorta di blogger musicale, a modo mio, e avere questa scusa per attaccare bottone e avere udienza da tutti quelli che sono stati i miei miti della giovinezza. Magari con una intervista, tipo, o qualcosa del genere. Sempre come pare a me. Quando pare a me.

Avevo pensato diverse volte a come modificare questo blog. Non ho mai pensato di chiudere Blogorroico, quello no, ma a volte ho pensato a trasformarlo in una sorta di blog di opinioni, o in un blog di racconti, e magari coinvolgere altri autori/redattori.
Ma è inutile: Blogorroico, è il blog di Atti. E Atti sono io, e soltanto io. E questo blog è cazzone come me. Non può diventare una sorta di "testata" ( [...] ai sensi della legge di sta ceppa del 09/07/2006 questo blog non è una testata di informazione, in quanto esce con cadenza a cazzo di cane").
E l'unico cambiamento possibile, può essere questo. Se mai ci riuscirò.

E tutto questo l'ho pensato in appena 2 km di strada, mentre tornavo al lavoro da me. Saranno su per giù 5 minuti di macchina, e 12 anni di vita.


martedì 16 gennaio 2018

Dolores, t'è caduto il vassoio



E' morta Dolores O'Riordan, cantante dei The Cranberries.
E' morta Dolores O'Riordan e i morti su internet tirano sempre un casino. Ma... perché poi dovrei parlarne? La reach organica delle mie pagine facebook non è un motivo sufficiente.


I Cranberries entrano nella mia vita nel 1994, tramite mio fratello, e mi fanno cagare. Dai, avevo 10 anni, non è possibile che a 10 anni ti piaccia quella roba. Poi già il nome... CRAN-BER-RIS. Suona già male. Suona come un vassoio di argento che ti cade per terra. Magari con sopra dei biscotti buoni. CRANBERRIS! Ti è caduto il vassoio? Si. C'erano sopra i biscotti? Si. Ma cazzo.


Poi, nel 1999 è uscito Bury The Hatchet. Ed ecco, che a 15 anni, inizio ad avere le orecchie per apprezzarlo. E così piano piano recupero tutti gli album... e nel 2002 arrivano a Bologna, all'Arena Parco Nord, per l'MTV Day: e io sono lì.
Sono le ore 15, l'evento deve ancora iniziare, e l'area del concerto si sta riempiendo. A fine giornata MTV annuncerà 60mila persone, ma in quel momento probabilmente non sono nemmeno 10mila. I maxischermi mandano a ciclo continuo la pubblicità degli sponsor, e ogni tanto passano i pezzi dei gruppi che suoneranno in quella giornata... Meganoidi, Daniele Silvestri, Subsonica, Articolo 31... a un certo punto arriva "Zombie".
Ci sono oltre 30 gradi, sono le 3 di pomeriggio, il palco è vuoto: e comunque, ci sono 10mila persone che tutte, da sole, all'improvviso cantano in coro "In your head..."
Era un festival, molti erano lì per vedere gli Articolo 31 o per vedere Piero Pelù... ma Zombie la cantavano tutti. TUTTI. Senza che ci fosse bisogno di un veejay a dare il via.


E poi direi che la nostra relazione si chiude qui, anche perché i Cranberries fanno uscire un best of e poi si prendono un periodo di pausa. Quando tornano, nel 2009, io ascolto altre cose. E gli album successivi (due, uno del 2012 e uno uscito l'anno scorso) non me li filo proprio. Non li ho proprio mai ascoltati, non saprei neanche dire se mi sto perdendo qualcosa.
Ma va bene così. Bastano quei 5 album della prima fase 1993-2002... tutte quelle canzoni, tutte quelle parole... tutti quegli urli. Perché certo, a 10 anni non puoi apprezzare No Need To Argue, con 'sta qui che grida... anche questa stava male. Ma c'è da capirla, all'epoca non c'era tanta tranquillità tra l'ex Jugoslavia e l'Irlanda del Nord... Europa Europa, Europa un cazzo. Lei usava parole diverse, ma il senso era quello, dai.
C'è poi un motivo se lei scriveva canzoni e io scrivo solo stronzate, a ognuno il suo lavoro: e il mio non è nemmeno quello di scrivere stronzate, tra l'altro.


E fine, non ho molto altro da dire in realtà: no, non è la stessa cosa di Chester Bennington, non ha segnato così tanto la mia adolescenza. Anche se per inserire "Free to decide" nella mia colonna sonora dell'Interrail 2008 ho dovuto discutere con Saccolo, che ovviamente non apprezzava.


E' solo che anche stavolta ci si sente un po' più soli, anche se non ci cagavamo dal 2003, per dire. La morte fa parte della vita, no?
Non so, forse le morti degli altri fanno sentire più vecchio me, e forse alla fine è solo un po' di egoismo, quello che c'è dietro tutto questo. Che alla fine a sua volta non è nient'altro che istinto di sopravvivenza, di volersi attaccare a tutta la vita che resta, che in questo caso è la mia, perché la sua già non c'è più.
Perché Johnny Cash è morto da vecchio, perché David Bowie è morto prima del previsto ma almeno era arrivato ai 69, perché 46 sono pochi, dai.
Quarantasei sono pochi.
Dolores, t'è caduto il vassoio d'argento. CRANBERRIS!

And I miss you, when you're gone
That is what I do, baby, baby
And it's going to carry on
That is what I do, hey, baby