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sabato 20 febbraio 2021

Più o meno, un anno fa: da un anno

Io e la mia mascherina stiamo bene insieme.
(la mia prima mascherina chirurgica "usa e getta": usata per due mesi, e poi gettata)

Febbraio 2020

C'è un nuovo virus, pericolosissimo, che è uscito fuori in Cina, si diffonde con molta facilità, è come una banale influenza ma per chi soffre di altre patologie può risultare letale.
Come la SARS, come la suina, come tante altre. Sì, vabbè.
Questa cosa prende piede in Cina, capirai, in Cina c'è un miliardo di persone di cui 900 milioni in condizioni di povertà, in Cina non ci sono i diritti civili, in Cina hanno chiuso tutti in casa, c'è un maratoneta che si allena correndo in 27 metri quadri, c'è da impazzire.

Ma qui ci sono i controlli, qui hanno bloccato i voli dalla Cina, che il virus si diffonda qui è altamente improbabile.

Nel dubbio la gente smette di andare al ristorante cinese, e anche dai giapponesi che in Italia sono gestiti dai cinesi, io ci vado e noto è mezzo vuoto anche se è venerdì sera. Avrebbe dovuto trasferirsi un mese fa, ma è ancora lì, forse per il periodo. (Sarà l'ultima volta che entrerò a mangiare in quel locale: recentemente ha riaperto, nella nuova sede, ma devo ancora mangiarci dentro.)

C'è qualche caso, qualcuno a Roma, qualcuno rientrato da trasferta in Cina, uno che è entrato in con qualcun altro. Ma è tutto sotto controllo.

E poi.

Arriva.

Lui.

Il "paziente uno". Il primo paziente che preso il virus in Italia. E in poco tempo, due. Quattro. Sedici. Principalmente in Lombardia.

E' il 21 febbraio, venerdì pomeriggio, e la sensazione, a quel punto, è netta. E' arrivato il "coronavirus". In Italia. E poi a breve in Europa, e poi in tutto il mondo.

I pensieri sono due.
Il primo è cercare di assicurarmi per poter ricevere denaro e lavorare anche durante in un ipotetico contagio.
Il secondo è trovare il modo su come fare i soldi sulla isteria collettiva, al netto di chi purtroppo invece soffrirà o addirittura ci lascerà le penne.

Entrambe le intuizioni sono ciniche, ma razionali e corrette. Non basta l'intuizione, però. Non basta la visione del gioco: ci vuole il piede buono per saper fare il lancio lungo.

Alzai lo sguardo, ed ebbi la visione: mancò il piede.

Comunque, mi immagino come andrà a finire: mi attivo subito per predisporre un servizio di riprese in streaming delle partite per la Benedetto XIV (che al momento, in Serie B, non era previsto). Avevo già immaginato le porte chiuse. Porte chiuse che poi tutti scongiureranno, e rifiuteranno, salvo poi arrendersi all'evidenza del "o così o niente".

Alla sera esco, con alcuni amici: deve raggiungermi mia moglie, all'epoca morosa. Mi telefona: tarderà, è stata tamponata. Per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Stavolta niente di grave, solo un piccolo graffio sul paraurti.
La cosa che fa ridere, a un anno di distanza, è diventata abitudine per me farmi tamponare al venerdì, 48 ore prima dei match della Benedetto XIV, per motivi di protocollo FIP.

Andiamo a cena, a mangiare una pizza. Arriva. Arriva la pizza, arriva la Maja. Ceniamo. Sarà il penultimo pasto consumato fuori casa, ma non posso saperlo.

Apro il telefono: la partita di serie di B di basket della Bakery Piacenza è stata rinviata. Scrivono erroneamente "sospesa". Johnson Righeira (sì, lui, quello dei Righeira) commenta la notizia su Instagram con "Azzz...".

Tutto vero: il post è ancora qui https://www.instagram.com/p/B81z4WlIlmT/


Il giorno dopo, si gioca la partita della Benedetto XIV. Si tratta di un anticipo al sabato sera per non accavallarsi con il Carnevale di Cento del giorno dopo.
Pur giocandosi a 45 minuti da Cento, al PalaSavena di San Lazzaro, il pubblico è più o meno lo stesso. E quanto giochi da due stagioni a 80 km A/R da casa, cerco di evitare tutto quello che può andare a ridurre ulteriormente il pubblico di aficionados.

C'è un clima un po' surreale, e non è per il ritorno al sabato sera (che era tradizione fino a metà degli anni '10): c'è la netta percezione che stia avvenendo qualcosa, qualcosa al di fuori del basket, ma ancora non si capirà quanto influirà tutto questo. La partita è un turning point stagionale, la Benedetto XIV vince il match contro Fabriano con un canestro a pochi secondi dalla fine di Yan Moreno: Cento così aggancia la rivale, e in virtù del 2-0 negli scontri diretti la sorpassa e di fatto agguanta la testa del girone.

Sì: abbiamo chiuso con una bella vittoria.


Tra gli addetti ai lavori si parla già di porte chiuse, e ci si chiede se effettivamente ci si vedrà lì, di nuovo tra un paio di settimane. Non sarà così, con molti ci si rivedrà anche 7-8 mesi. Qualcuno non lo vedo da allora.

Finiamo tardi, e a me e ai colleghi non resta che tornare a Cento, dopo aver cercato un paninaro aperto che da mezzanotte in poi sembrava già introvabile. Coprifuoco era ancora un modo dire.
Una birra, una piadina. Questo sarà il mio ultimo pasto fuori casa, per parecchi mesi a venire.

E' appena iniziata domenica 23 febbraio.

Qualche ora di sonno, e ben vestito, sono di nuovo al lavoro: c'è il Carnevale di Cento. Si è discusso sull'annullare la giornata di sfilate o meno, ma alla fine nessuno se l'è sentita. Giusto? Sbagliato?
Se da un lato è giusto parlare di prudenza e buon senso, dall'altra dobbiamo parlare di responsabilità verso turisti e addetti ai lavori.
Onestamente, non so proprio cosa avrei scelto io: ma non devo prendermi la briga di decidere, io ci lavoro, mi vesto e vado.
Tuttavia ormai la faccenda è nazionale, si invoca da più parti la sospensione di tutto, la chiusura di ogni evento fonte di assembramento.

Sbucano le prime mascherine, chirurgiche, indossate da turisti molto timorosi che pensano di proteggere loro stessi, quando in realtà proteggono gli altri. D'altronde, a quella data, è facile immaginare che quelle mascherine fossero il meglio reperibile in commercio.

E' una bella giornata di sole ma non c'è un clima di festa, da casa sono diversi gli insulti che riceviamo sulle pagine Facebook. "Avrete dei morti sulla coscienza". No, non si sono poi registrati contagi avvenuti durante il Carnevale o a seguito di contatti avvenuti in quella giornata. Forse ci sono stati, forse no: di certo il tracciamento nelle prime giornate riusciva ancora spesso a delineare le possibili zone di contagio, e il Carnevale di Cento non fu una di queste.
Sfilano i carri, volano i coriandoli, sul palco del Carnevale sale "la velina russa" Vera Atyushkina (vi ho sbloccato un ricordo, lo so), ma non è una completa giornata di festa.

Comunque, era nell'aria un'ordinanza di Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, per "chiudere tutto".
Il carnevale, nonostante la splendida giornata di sole, si svolge velocissimo, quasi ad anticipare ogni ordinanza. Che potrebbe anche avere effetto immediato, per quel che ne sappiamo in quel momento.

E poi arriva, l'ordinanza. Tutto chiuso in Emilia-Romagna. Scuole, eventi, aggregamenti. Per almeno 7 giorni. Ma già sappiamo che i giorni dovranno essere almeno 14, se non 21, per avere effetto.
Saranno oltre 70, in realtà, e per le scuole persino di più: l'anno scolastico, per lo meno quello in presenza, si chiuderà qui.
Quindi, il Carnevale di Cento finirà lì, quel 23 febbraio 2020.

Ridendo e scherzando, pensiamo che bisognerebbe passare dai supermercati per fare scorta. E ci giunge voce che qualcuno si sta già attivando in questo senso: chi in maniera ponderata, chi in maniera folle.
Bevo una birra in un bicchiere di plastica, con i colleghi, e torno a casa.

I primi giorni proseguono quasi normali, nel clima del #iononmifermo e nel nome di un distanziamento molto teorico e poco pratico. Le mascherine ancora non esistono. I casi fioccano, uno dopo l'altro. Centinaia, poi migliaia.

Mi capita persino di ammalarmi. Prevalentemente una brutta infiammazione alla gola, ma la tosse e il mal di gola durano solo un giorno. Per il resto stanchezza, spossatezza, sensazioni febbrili. Insomma, ce n'è abbastanza per recarmi dal medico e mettermi in mutua.
Vado dal dottore, stiamo tutti distanti. E' fine febbraio ma le finestre restano aperte. A suo dire, non si tratta di corona virus. A distanza di parecchi mesi, un test sierologico confermerà la sua idea: non era covid19.

No: non era febbre. E forse non c'era nemmeno battito.

Le partite di basket iniziano ad essere rinviate un po' ovunque, così come anche gli eventi sportivi. Non più solo in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I casi fioccano come funghi in tutta Italia. E in tutta Europa. E' solo l'inizio, nel giro di poche settimane verranno sospesi prima gli interi campionati, e poi annullati.

C'è tempo poi per fare una ultima cena, con alcuni miei amici, il 5 marzo 2020. Con un po' di timore, crescente, con un po' di distanziamento appena accennato. Nel mentre, arrivano le prime bozze di DPCM, dove si parla di province "zone rosse". Alcuni amici si chiedono se riusciranno a tornare a casa.
Questa rimarrà l'ultima cena con loro, per diversi mesi.

E poi pochi giorni dopo , una sera, appare Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio, in TV. Sto ancora lavorando, mentre torno a casa mi fermo a fare il pieno alla macchina.
Da un lato, era necessario: ero in riserva. Dall'altro, fossi riuscito ad aspettare qualche giorno in più, avrei goduto di un costo veramente basso per il diesel. Ma tant'è. Passeranno mesi prima che torni ad avvicinarmi ad una stazione di servizio.

Torno a casa. Conte ha parlato. E' uscito un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, poi amichevolmente noto come DPCM.
E' lockdown. Nazionale. Anche se poi sarò costretto ad andare fisicamente in ufficio ancora per una settimana, prima che venga attivato il cosiddetto "lavoro agile".

La chiameremo tutti "quarantena", erroneamente, perché quel termine sarebbe più indicato per l'isolamento domiciliare. Ma c'è ancora parecchio caos, soprattutto nei nomi. Si parla ancora di "coronavirus", dopo un po' di settimane prenderà piede la parola "covid", diminutivo di covid-19.

E poi il resto lo sapete, è storia recente, anzi, ancora purtroppo presente.

martedì 12 marzo 2019

Un ammorbidente, alla fine.


Dovevo comprare l'ammorbidente.
Va detto che i supermercati mi sono sempre piaciuti. Inteso come non-luoghi. Non nel loro essere vissuti, con il caos, i bambini urlanti, i rincoglioniti con il carrello in mezzo alle balle... più che altro, la dimensione post-moderna dell'uomo alle prese con l'acquisizione di beni di necessità, prima necessità, superflui.
Un giorno forse spariranno i supermercati, resteranno solo mini market bangla e amazon flying store che ti portano la roba bussandoti alla finestra con i droni.
"Toc toc"

"Chi è?"
"Amazon"
"Non vogliamo niente!"
"Ma hai già pagato, coglione"
"Ah. Allora aspetta che apro. Aspetta, com'è possibile che un drone di Amazon mi dia del coglione?"
"Perché sto parlando io, sono un calabrese trapiantato a Piacenza e sto facendo un turno di 20 ore rinchiuso in un box nel magazzino Amazon di Piacenza."

"Ah. Ti piace, Piacenza?"
"Tanto quanto il mio lavoro come voce dei droni."

Ed è chiaro: doppiare i droni di Amazon dev'essere un lavoro bellissimo. D'altronde Amazon Prime riguarda le spedizioni come i film in seconda visione, normale ci sia un nesso tra magazzinieri e doppiatori. E Piacenza.

Ma ero al supermercato e dovevo comprare l'ammorbidente.
Facciamo un passo indietro: perché compro l'ammorbidente?
Potrei tornare a quando, nelle cucine lezze di Londra, tra una pasta al sugo e una birra in lattina, disquisivo con Fabri Marciante dell'importanza dell'ammorbidente nelle lavatrici del cameriere, perché ammorbidire il calzino prima di farti il double shift da 12 ore in piedi era fondamentale nell'economia del mantenimento del piede.
Ma in realtà dopo un paio di volte avevo smesso di comprarlo per risparmiare qualche pound, che poi spendevo in birre, mentre discutevo di lavatrici.
E allora mi fermo a quando, da borghese, iniziai a comprare l'ammorbidente. Così, per sfizio. Perché si dice che faccia bene. A chi? Ai miei vestiti? Di sicuro all'economia.

Poi arrivò la Maja, che ci teneva molto all'ammorbidente. Proprio scegliendolo in base al profumo.

In realtà, ricordo di una conversazione con qualcuno (un amico? una ex? onestamente non ricordo più, è entrata a far parte di tutte le cose che ho perso) su quanto mi piacesse l'odore del camino nei vestiti che mi lavava mia nonna.
Tutte le domeniche di carnevale, sotto al costume di carnevale, portavo gli stessi vestiti (maglia a maniche lunghe, felpa, jeans... tutta roba vecchia e logora) e li portavo a mia nonna per farglieli lavare.
Lei gli asciugava in lavanderia, vicino alla stufa, e prendevano su quell'odore di legna e camino. Non puzza: era un odore, e per era un profumo.

No, non è una di quelle cose che in realtà mi ricordano mia nonna... mi ricorda come era bello la domenica pomeriggio dopo pranzo mettersi questi vestiti puliti e profumati e andare al carnevale, e bere sambuca alle 13.50 della domenica.
Mia nonna c'entra poco in tutto in tutto questo, quel tanto che basta per ricordare con piacere quel gesto d'amore verso il nipote cazzone, ma soprattutto amore per la pulizia, presente e costante, al profumo di legna e stufa.

Ma ero al supermercato e dovevo comprare l'ammorbidente. Ho aperto un ammorbidente e non ho sentito nulla. Nessun profumo particolare. Né in positivo né in negativo.
Forse mi sono bruciato le cellule nasali? Forse il mio olfatto, che insieme al mio gusto, non sono sensi molto sviluppati, mi stanno abbandonando?
Non lo so.

Ma ero al supermercato e dovevo comprare l'ammorbidente, ho preso un ammorbidente che avrebbe dovuto piacere alla Maja, sono andato alla cassa, ho pagato, e sono uscito.

Avrei voluto parlarvi dei Kings of Leon, ma dovevo comprare l'ammorbidente.


mercoledì 12 settembre 2012

L'importanza dei "no"

Ho cominciato a lavorare come "media social strategist" per Tempo al Libro.
In realtà nessuno mi ha detto "ehi ciao da oggi sei un media social strategist"... ma ho scoperto che quello che faccio, in inglese, si chiama così. In italiano non c'è un nome. In realtà mi occuperò anche di altre cose, ma devo dire che principalmente la mia attività sarà questa. Non mi sfamerà, intendiamoci.
Anzi, tecnicamente non verrò nemmeno pagato... o perlomeno, non in euro. Ma questa è un'altra storia. E anche un altro lavoro. E ve ne parlerò a tempo debito.

E insomma, la conoscevo già, ma sono ricapitato su questa pagina. L'importanza dei "si" e dei "no".
Che un "si" sia importante, quando proponiamo un inedito, lo capiamo facilmente tutti. Che un "no" sia altrettanto importante, forse è difficile da capire.
Ma vi assicuro, che anche nella mia piccola esperienza, è stato importante.

E mi è tornato alla mente un discorso sempre attuale. Quello su tutti i no che ci hanno formato. Ne parlavo con Waco Guzman, mio amico londinese che in realtà ha un altro nome... ne parlavo pochi mesi fa, ma in realtà ricordo ne parlammo anche anni prima.
Parlavamo di quando questa ragazza dal nome petrarchiano del quale lui si era perdutamente invaghito si rifiutava di rifiutarlo.
Il gioco di parole può deviare dalla questione, ma la questione stessa è davvero chiara, in sè.
Se una non ci sta, deve dirtelo.

Stavo anche scrivendo troppo aulico per i miei standard, nemmeno un cazzo o un vaffanculo. Ma non voglio disperdermi.
Se una non ci sta, deve dirtelo. Una ragazza deve prendersi la responsabilità di rifiutarti, di sbatterti un NO in faccia, di farti male. Una ragazza deve prendere in mano quel coltello e piantartelo nel cuore. E deve farlo. Ti ucciderà, ma poi ti farà bene. E servirà anche a lei: si sentirà in colpa a morte, ma poi ci si abituerà (a volte anche troppo).
Bisogna sapersi prendere le responsabilità delle proprie azioni. Bisogna saper fare le cose che bisogna fare, anche quando questo vuol dire ferire a morte.
Le ragazze, e anche i ragazzi.

E poi va beh, all'epoca Waco aveva 18 anni o giù di li, era poco più che cazzetto.
Ma il discorso resta valido.
Ho 28 anni... dagli ultimi esami paio sano come un pesce. A parte un leggero accenno di stempiatura camuffato benissimo, e qualche capello bianco camuffato altrettanto bene, sono perfettamente in saluto e ho tutti i miei capelli ovunque e del colore giusto. L'erezione c'è ancora tutta con tutto quello che ne consegue, la pancetta è solamente dovuta a troppa birra e riesco a farla sparire rapidamente dopo ogni viaggio londinese, e le mie prestazioni di corsa e bicicletta rimangono inalterate. Se mi ci applicassi come all'epoca potrei persino migliorarle ampiamente.
Non ho VENTANNI, ma sono nei "ventanni".
Nonostante tutto sono andato venuto e tornato più volte (?) (va beh il doppiosenso non troppo voluto è a uso e consumo dell'immaginazione e serve a riproiettarci nel passato, come una banconota da 10 dollari finita nei jeans di Martin McFly dentro la lavatrice e risvegliatasi nel 1955) e riesco a percepire un certo distacco dalla mia epoca dei no.
Perché i SI, all'epoca, erano davvero pochi. E anche guardandomi a ritroso, nonostante non mi lamenti certo, non posso che notare una "carriera" basata più sulla quantità, inteso come "long relationships" e "big illusions".
Dove tutto è ricordato e narrato a dovere per ricostruire una sorta di percorso continuato... quando invece so che i momenti di nulla furono parecchi.
E fondamentali.

Ebbene si, a distanza di anni posso dirlo, ma potevo già dirlo anche 5-6 anni fa... credo che una volta si passi la boa dei 20, che per me resti la campanella dell'ultimo giro della ragione (l'ultimo momento per arrivare nella Q2 della vita, come in formula1, o restare nella mediocrità della Q3 in compagnia di D'Ambrosio, Grosjean, Takumoto, Kovalainen, Karthikeyan... e mettiamoci anche Liuzzi dai) alla fine si capisca rapidamente cosa ci ha formato.
Uno che ho conosciuto diceva "a ventanni devi soltanto sdraiarne il più possibile". E per "sdraiare" intende non solo l'atto di stenderle, ma anche quello di copularci.
Si, forse è un po' così.
Però come sostenevo anche in un'altro post (che appena trovo linko) quelle serate da single post-adolescente sfigato, insieme agli amici, mi hanno formato, e non vorrei scambiarle per niente al mondo.
...beh oddio forse una o due le baratterei...
Ma la sostanza resta quella.
(e poi dai, magari ti becchi anche quella con cui va bene... poi comincia a cagarti il cazzo... quante sere ti saresti perso per lei? se sono quello che sono è anche per aver rifiutato o respinto ragazze rompicoglioni che pretendevano di estraniarmi di fatto dai miei amici... senza peraltro volerlo ammettere)
L'importanza dei NO.
Quante volte? No meglio non cerchi di rispondere perché son stati davvero tanti. Anche recentemente.
"Certo, io stasera ho preso la mia merda" mi confidò Waco, dopo una serata in discoteca "ma tu ne hai presa veramente un sacco".
Probabilmente presi più NO in quella sera che qualcun altro che conosco in tutta una vita.
Ma questi sono NO recenti... vorrei tornare ai no del passato, quelli che forse non c'era l'euro.
Era ancora il tempo in cui ero in grado di fare pazzie in bicicletta, anche ero ancora minorenne, e vivevo in un limbo gestionale in cui mio padre mi lasciava fare quello che mi pareva come se ne avessi 27.
Quindi era normale prendersi su a mezzanotte (all'epoca era tardissimo!) e andarsene fino a Pieve di Cento.
Ad esempio, ci fu Mariangela*... si palesò nella mia vita senza un motivo ben preciso. Non che mi piacesse particolarmente, ma pareva che ci stesse. Mi ricordo comprammo insieme un regalo per un qualcuno. Quando ancora c'erano quelle pizzate nelle pizzerie per festeggiare i compleanni... lei sul momento non mi diede i soldi. Io contavo mi desse la lingua, in compenso.
In realtà scoprii che andava dietro ad un altro. E che probabilmente avrebbe dato la lingua a lui.
Ormai c'avevo dato a mucchio sia con lei sia con le settemilalire che mi doveva... se non che me la ritrovai a carnevale con tutti i soldi in una mano.
In moneta, però. Tutte monete da 1000 e 500 lire. "E io che cazzo ci faccio con tutte ste monete in tasca per tutto il carnevale? Son già ubriaco" dissi a Diego.
Erano solo le 14.30, tra l'altro.

Cosa imparai da quel no?
1.  non darti troppo da fare se una non ti piace tanto, soprattutto se è cessa
2. non mettere mai fuori dei soldi per una figa. oppure, se li devi mettere fuori, valutalo come investimento in funzione del risultato.
(7milalire all'epoca potevo permettermele, comunque) 
3. non farti mai ridare qualcosa durante il carnevale (tranquilli, le mie 7milalire in monete non le persi in giro per il porfido di Cento)

Adesso l'ho rivista su facebook, è un po' diventata una puttanazza, ed è inoltre stupida come una campana. Come allora. Però è proprio che ha lo stesso cervello di quando era minorenne, ecco.
Oppure Emmanuela*. Non ricordo molto di lei, se non che ogni tanto la vedevo, e un mio amico si mise insieme alla sua amica. Io le "uscite a 4" le ho sempre toppate. Quelle che avrei voluto non son mai riuscito a farle. Quelle che ho fatto son state sempre tristissime.
Anche quella fu un fallimento: semplicemente lei non ne voleva. Lo fece sapere attraverso la sua amica. Continuammo a salutarci. Poi smisi di vederla in giro. La rividi qualche anno dopo quando discuteva con il suo moroso riguardo un televisore 32 pollici, in un negozio di hi-fi.
"Ma ti dico che non ci sta!" - "Oh, ci sta, vuoi scommettere?" - "Ah, voglio proprio vedere quando lo porti a casa!" - "Bene, arriviamo a casa poi vedrai che ci sta!"
Mi ha messo una tristezza incredibile questa scena.
Lei avrà avuto si e no venti anni in numero, a me questa scena di convivenza mi ha messo tristezza. Mi sembrava che questa si fosse infilata direttamente nella casa di questo tizio qui senza neanche passare dal via. Dai SI e dai NO. E anche se non conviveva, forse era ancora più triste pensare che a soli ventanni avesse acquisito il diritto di cagarti il cazzo su un televisore che dovevi mettere a casa tua.
Con che diritto? E con quali conoscenza tecnologiche? E con quali misure del mobile? Comunque non la rividi più da allora. La rivedessi ora forse non la riconoscerei. (l'ho vista cercata ora su facebook, si è un po' imbruttita, anche se forse è leggermente dimagrita. peccato aveva delle belle tette.)

Cosa imparai?
1. le ragazze che non si prendono la briga di dirti le cose in faccia non sono da considerare tali... anche se fino ai 18 anni puoi fare una deroga
2. il tuo televisore sceglitelo sempre da solo
3. non far entrare mai una donna nelle decisioni importanti che riguardano casa tua... e se convivete, fai credere a lei di aver scelto la decisione che in realtà hai compiuto tu

E poi ci fu anche Gessica*. Giusto per citarne tre. Anche con lei non parlai mai direttamente. Ma andai avanti a salutarla per anni. Ora abbiamo smesso ma in giro ci vediamo ancora.
(è stranissima quella cosa dello smettere di salutarti. a volte non ti ricordi mai chi è che comincia per primo. molto spesso non c'è nemmeno un motivo. sai solo che ad un certo punto è passato troppo tempo per salutare l'altro... e in realtà ti dispiace pure. e sai che anche l'altro pensa la stessa cosa. vi guardate, da lontano, non incrociate apposta lo sguardo, e non vi salutate, ma è come vi steste salutando. le convenzioni sociali son parecchio strane a volte...)
Anche qui fu la sua amica a dirmi di no. Mi disse "sai, tu non sei al suo livello"... al che, come era mio solito fare (e forse per certe cose non son cambiato troppo) risposi solo con un "ah, ok".
In realtà mi sfogai alcuni giorni dopo con frasi tipo "io non sono al tuo livello perché ti sto cento metri sopra" seguito da "quella che tu vedi è soltanto la mia ombra!".
Mi sa che avevamo guardato troppo Matrix.
Comunque anche queste cose le riferii solo ai miei amici, lei non venne mai a sapere nulla, anche perchè dubito che altrimenti mi avrebbe salutato successivamente.

Cosa imparai?
1. forse è il caso di cancellare la deroga di prima per le minorenni, e davvero il caso di farmi dare il numero di cellulare delle ragazze invece di mandare avanti l'amica (ho smesso con le minorenni, il fatto in questione si riferito a quando ero minorenne anche io, si sa mai che la polizia postale si imbatta in tutto ciò)
2. le frasi da figo sono da figo solo le dici a chi devi dirle, sennò sono solo seghe mentali da nerd

3. le cose bisogna dirle in faccia

Poi ci furono tanti altri no e furono belli importanti, alcuni fondamentali dai quali imparai davvero un sacco. Alcuni erano giustificati, alcuni con motivazioni valide, altre con motivazioni del cazzo, altre volte proprio potevano essere dei si e forse anche per colpa mia son diventati no.
Ma chissenefrega, ho già scritto troppo, volevo fare un post di un tipo, e ne ho fatto un altro, molto simile, comunque.
Ma poi vi siete fatti i cazzi miei e mi siete divertiti lo stesso, mi sa.

* nomi di fantasia che non corrispondono alla realtà. cosa credevate? :)

venerdì 2 settembre 2011

La mia generazione sta perdendo

La mia generazione sta perdendo.

Abbiamo lauree inutilizzate o mal utilizzate. Siamo disoccupati, o sottoccupati.

Ci fidanziamo eternamente perché abbiamo paura di sposarci. Decidiamo di sposarci, e ci lasciamo prima del matrimonio. E se ci sposiamo, ci lasciamo nel viaggio di nozze. O dopo due anni. O dopo che ci siamo fatti le corna.
Oppure non troviamo nemmeno da fidanzarci, tristi e scoraggiati dall'altro sesso, e dopo aver miseramente e mestamente analizzato la situazione, finiamo per preferire la masturbazione solitaria alla prostituzione intellettuale.

Viviamo per pagare l'affitto, le rate della macchina, le rate del mutuo. I nostri nonni erano proletari, perché avevano solamente la prole a carico. Che dopo una dozzina d'anni però comincia a rendere, lavorando nei campi.
Noi siamo solamente dei mutuari, abbiamo solamente un mutuo a carico. Che grazie, agli interessi, cresce esattamente come i figli. E ti va pure a zappare. Direttamente sui tuoi piedi.

La mia generazione sta perdendo perché è infelice. La mia generazione vive su facebook. Comincia la settimana postando "Lunedi" di Vasco.
Prosegue il martedì scrivendo "che caldo! rivoglio l'inverno!"
Poi il mercoledì "proprio oggi doveva piovere? fanculo!" (le donne aggiungono "per fortuna che ho fatto shopping, comprato il vestito per andare a ballare venerdì!")
Giovedì "dai che domani comincia il weekend"
Venerdì si posta "Friday I'm in love" dei Cure
Sabato si postano le 200 foto tutte uguali e sorridendo con i drink in mano della serata precedente.
Domenica pomeriggio si scrive "mi son svegliato adesso!" weekend devasto!"
E domenica sera non si scrive un cazzo, si piange e basta, da soli, nella propria stanzetta.
Ebbene si: la mia generazione quando chiude facebook comincia a piangere.

La mia generazione si droga. Alcol, cocaina, cannabis, caffeina, taurina, nicotina, sesso, videopoker, gratta e vinci. Ma la mia generazione si droga.

Noi ci lamentiamo del prezzo della benzina ma continuano a preferire il pieno pagato 60 euro piuttosto che mettere su l'impianto a metano.

La mia generazione ha paura. E' incapace di rischiare. Si rifugia in rapporti sentimentali che garantiscono un dose minima di bumbate mensili, una dose minima di conforto psicologico, una compagnia per matrimoni, film, pizze e cene. Il tutto alla modica cifra di qualche litigata e qualche centinaio di euro. E un sacco di tempo libero e di lacrime.
La mia generazione è provinciale a manetta. Ma talmente tanto che non capirà mai di esserlo. Un pesce rosso nella boccia di vetro è meno provinciale della mia generazione.

Ci lamentiamo di tutto e di tutti. Ma non cambieremo mai nulla. Appena qualcosa è migliore, o peggiore, o semplicemente diverso da noi, lo etichettiamo e lo invidiamo, o dispregiamo, o semplicemente allontaniamo.
Tutto ciò che è diverso ci fa paura perché potrebbe essere come noi: e in realtà, il nostro noi, non lo vogliamo modificare.
Il nostro noi non ci piace per un cazzo, ci fa cagare, ci fa piangere, ma abbiamo una fottuta paura che cambiare questo voglia dire passare per qualcosa di peggio. E non lo potremmo affrontare. Perché siamo deboli come Julian Ross durante un attacco di cuore.

La mia generazione si veste figa, prende degli aperitivi fighi, e va in giro a fare la figa, e se ci pensiamo bene, è esattamente come se fossimo a carnevale. In quei bei carnevali veneziani, dove davvero tutto è concesso, solo che li erano più coscienziosi e lo tenevano solo per un giorno all'anno. Noi invece lo teniamo tutti gli altri 364, e va a finire che quando sei vestito da pirla a carnevale alle grotte è l'unico momento in cui ti mostri per quel che sei veramente, senza più status symbol, classi sociali o clichè.

La mia generazione sta perdendo. E dentro la mia generazione c'è anche chi non sa quale sia la sua generazione, o che si sente di farne parte solamente in maniera marginale, quasi un prodotto di scarto, un'anomalia sistemica, che sputasentenze dall'alto di un blog e della sua cameretta al secondo piano, non prima di essere uscita fuori e aver visto ed analizzato una percentuale considerevole di stronzi della sua generazione.

E che ormai non c'ha più un cazzo da piangere.

venerdì 29 dicembre 2006

2006: è tempo di bilanci

Eccoci arrivati alla fine di questo anno… che dire?
Beh senza dubbio un anno davvero ricco di avvenimenti e situazioni, e momenti, e tanto altro ancora… è stato l’anno del Risveglio, dell’Italia campione del mondo, ma anche degli Strokes e degli Arctic Monkeys… anche un po’ dei Muse… e poi l’anno di 9 esami (potevo darne di più), l’anno di una campagna elettorale persa (ma comunque una bella esperienza arricchente), l’anno di grandi amicizie perse e poi recuperate, l’anno di donne perse, ritrovate, scomparse, apparse, comparse, perse del tutto, l’anno di due spettacoli con Penzale, l’anno di amicizie nuove e vecchie, l’anno della Fenice, l’anno del presunto ritorno degli Alpha Alpha (almeno al lavoro), l’anno dell’addio al catechismo delle medie… e poi che altro dire? Ah si, anche l’anno del tumore (benigno), dell’intervento di asportazione, della relativa tricotomia, del ritorno alla corsa… di qualche nadra ben dosata… del ritorno ai pomodori di XII morelli… e di tante altre cose…

Quando si è adolescenti non ha troppo senso paragonare un anno all’altro, si è in continua crescita… dai 19 in poi ci si sente stabilizzati, e allora fare i confronti inizia ad avere davvero senso: e credo che questo 2006 sia stato migliore del 2005. Non so dire se la definizione giusta sia "migliore" o "più bello"… questo 2006 ha avuto momenti davvero brutti, infelici, tristi e orridi… tuttavia, nella somma di esperienze, è stato sicuramente più ricco. Ecco, forse è questa la definizione giusta: "più ricco". Più ricco di esperienze, e sicuramente più utile per la mia crescita. Un po’ come il 2002… anche il 2003… anche il 2004… si, forse il 2005, paradossalmente, non è stato tutto questo gran anno. Felice comunque di averlo vissuto in quel modo.
E’ inutile: credo ci sia ancora qualcosa in qualche posto che mi sta aspettando. Non so se la raggiungerò, forse un giorno smetteremo di aspettarci e non avremo più la necessità l’uno dell’altro. Ma io credo che quella birra, in quel tavolo di Edinburgo, per adesso sia ancora li ad aspettarmi.
Senza sgasarsi, tra l’altro.