mercoledì 21 marzo 2012

tre post che non ne fanno uno (e sono per giunta vecchi)

CITAZIONI

"Yeah you bleed just to know you're alive" (Goo Goo Dolls - Iris)

"A heart that hurts, is a heart that works" (Placebo - Bright Lights)

"E' meglio una delusione vera di una gioia finta" (Neffa - Il mondo nuovo)


MI SONO ROTTO IL CAZZO
Mi sono rotto il cazzo delle indie-girl da pianerottolo, provinciali come la porchettata parrocchiale di Santostefanodistocazzo.
Mi sono rotto il cazzo delle ragazze che siamo amici il giorno che l'han stabilito loro, ma chi cazzo l'ha detto?
Mi sono rotto il cazzo di chi ha dimenticato che prima di essere me stesso sono un uomo e ho un cazzo tra le gambe, e prima di avere un cazzo tra le gambe, sono una persona.
Mi sono rotto il cazzo dei poteri antidemocratici di facebook.
Mi sono rotto il cazzo delle persone che hanno paura, paura di loro stesse prima di tutto, e sono le persone che sorridono sempre da tutte le parti e poi chiudono facebook e iniziano a piangere. Mi sono rotto il cazzo delle falsità, dei teatrini, del "è così che deve andare", del buonismo, del politically correct.
Mi sono rotto il cazzo di questo Paese. E anche di questo paese.
Mi sono rotto il cazzo degli artisti, o presunti tali, per i quali tutto è arte.
Mi sono rotto il cazzo delle polemiche sugli arbitri, delle polemiche sulla rubentus, della juventus e del milan. E soprattutto mi sono rotto il cazzo di quelli che le fanno.
Mi sono rotto il cazzo di Ed Sheeran ancora prima che inondi questo Paese.
Mi sono rotto il cazzo anche di essere ignorato da un paese e da un Paese.



BERLIN CALLING
- Berlin Calling è un film cult. Nel senso che non è un bel film, intendiamoci, ma è un film cult.
- Il protagonista è DJ Ickarus (Paul Kalkbrenner, famoso DJ tedesco, ancor più famoso dopo questo film), un silenzioso DJ a cui piace indossare le magliette vintage delle nazionali di calcio, accompagnato da una morosa-assistente che balla di fianco a lui dietro la consolle. Già si intuisce dove saranno i problemi. Non nelle magliette, nella morosa.
- Il film è farcito da diverse paia di tette ignude (ne ho contate 5) (5 paia) e diversi rapporti sessuali (anche lesbo e a 3).
- Gira anche parecchia droga, ma va beh, quello era scontato.
- L'ambientazione berlinese è minima e minimal, tanto che il maggior punto che vi permette di identificarvi con la città è la stazione della metro di Alexanderplatz (la parte sotterranea, ovviamente).
- Tra le magliette di DJ Ickarus possano annoverare quelle di Germania, Argentina, Francia, Olanda, Inghilterra, Portogallo, Uruguay, Brasile, Hertha Berlino, Milan (sponsor Mediolanum), Juventus (sponsor Upim) e Inter (sponsor Misura). Inoltre possiede anche una felpa del Milan (bianca, sempre epoca Mediolanum).
- Mentre è nella metro (la U-Bahn), DJ Ickarus registra con il suo iPhone il cicalino di avvertimento di chiusura porte e poi decide di riprodurlo sulla tastiera per crearne una melodia in un suo pezzo. Il "jingle" è talmente semplice e famoso che non c'era alcun bisogno di registrarlo per ricordarselo, soprattutto per un berlinese (e lo dico io che dopo 3 giorni di vacanza l'ho imparato a memoria e ancora me lo ricordo).
- L'album che DJ Ickarus tenta di far pubblicare dovrebbe essere intitolato "Titten, techno e trumpeten" (Tette, techno e trombe), ma viene cambiato dalla casa discografica in "Berlin Calling".
- Era decisamente meglio Tette, techno e trombe. O al limite trombette.


domenica 26 febbraio 2012

quando apri lo scatolone dei ricordi

Succede, anche a non volerlo. Succede che cerchi un biglietto. Un vecchio biglietto. Ma il motivo è un altro discorso.
Però lo cerchi e sai che è li. Nello scatolone.

(Intendo, il biglietto di un concerto.) (Lo so che è strano cercare il biglietto usato di un concerto, ma davvero, questa è un'altra storia)

Non gli ho mai dato un nome. Lo scatolone. E' li da una vita. Una vita sono due anni e mezzo: da quanto ho cambiato stanza.
Lo scatolone è un cubo di 40cm di lato, una roba che neanche Easyjet imbarcherebbe come bagaglio a mano.
Dentro c'è il contenuto della mia scrivania, prima che la trasferissi nell'altra stanza. Esattamente, nemmeno io ricordo cosa ci sia all'interno, in tutti quei cm cubi di polvere. Non l'ho quasi mai aperto, negli ultimi due anni e mezzo.
Ma posso dire con certezza che non l'ho mai svuotato. Non so più, esattamente, cosa contenga.
Infatti, la mia scrivania (prima del trasloco) era un aggregato stratificato per data di fogli, oggetti, biglietti, scontrini, e quant'altro. A loro volta, raggruppati in cestini e cestelli.

Ma mi serve quel biglietto. E per quanto quello scatolone colorato (conteneva un mobilino portaoggetti in plastica) sia ormai diventato un vero e proprio mobiletto, che più di una volta ho utilizzato per appoggiare i miei vestiti, è ora che esca dalla mia stanza.

Di solito faccio queste cose con un bel cd vecchio, tipo gli Oasis, e sono quei momenti in cui fai un po' il bilancio della tua vita, o ti prepari a chiudere un periodo per riaprirne un altro, e mi faccio un sacco di pare e pensieri su me che cresco, che invecchio, e i ricordi, e il passato, ecc ecc blablabla...
Stavolta, un cazzo. Prima lo faccio in silenzio, poi metto su l'iTunes DJ e vado di Subsonica, John Mayer, Gorillaz, e tutto quel che capita. Nuova era? Chiudere col passato? Ricordi? Nostalgia?

Io e lo scatolone. Appena ribattezzato "lo scatolone dei ricordi". Uno di fronte all'altro.
Tre, due, uno. SVRAAAN. Aperto e svuotato sul tappeto.

La prima cosa è polvere, polvere, polvere, ma tanta di quella cazzo di polvere che per fortuna che devo ancora fare la doccia e ho già indosso dei vestiti sporchi.
Poi spuntano subito gli oggetti più grandi: una pistola (a pallini), un salvagente (ancora da gonfiare), un foglio di pluriboll, un cartoncino, e una cartina di Ferrara. O di Faenza? Ah no son due: una di Ferrara e una di Faenza.

Ho occupato un intero tappeto (140 cm x 130 cm) di polvere, e principalmente, fogli e foglietti. C'è di tutto, e quando dico di tutto, intendo... di tutto. Dal 2002 al 2009. Non è tanto un best of della mia vita, quanto una sorta di highlights.
L'elenco iscritti del campo parrocchiale superiori di Segonzano 2004.
Lo scontrino della prima volta che sono stato al bar Edda con Sorio, nel 2008.
Biglietti di treni: Trento, Cesenatico, Venezia... compreso quello per andare a La Spezia con Diago e quelli per tornare da Torre Pedrera (famosi per un episodio passato ai posteri come "La controllora").
Biglietti di concerti. Subsonica, Oasis, Ligabue, Coldplay, U2... ma anche Dave Matthews, Tre Allegri Ragazzi Morti, Ben Harper, Francesco Renga, Apres la Classe. E altro: Oblivion, Alessandro Bergonzoni, Bologna-Juventus.
Abbonamenti alla Benedetto, rigorosamente in Fossa (che si chiama "Parterre"). Tessere Akkademika e tessere ARCI.
La trascrizione originale della Scala Sessuale Sacchi in 13 punti, che gli fu dettata dal cielo sotto l'effetto alcolico della birra durante l'intervallo di Real Madrid-Juventus nell'aprile 2003.
La cartina di Lloret de Mar, di quando sempre nel 2003 mi persi sotto la pioggia (anche io sotto l'effetto di birre. e non solo.)
Biglietti di autobus, metro, aerei, di viaggi, da solo, con amici, con ex. La lettera di una ex. (che poi cosa ci faceva li? di solito sono tutti da un'altra parte)
Il mio finto compleanno alla GMG di Colonia nel 2005 con tutti gli auguri sotto un sottobicchiere. La lettera che fece piangere l'Ilaria Rondini al campo di Fontanelice 2004 (dopo di me ci riuscì solo Giovanni Paolo II, ma per farla piangere gli toccò morire. Sono l'unico vivente riuscito nell'impresa). La lettera di Suor Francesca dopo il campo di Fontanelice 2004.
Qualche foto.
Guide turistiche Etiopi. Una bottiglia d'acqua etiope. Vuota, ovviamente.
Documenti dell'assicurazione della macchina. E delle mie due banche. (quella vecchia, e quella nuova).
Fogli di giornali. Miei vecchi articoli. Playlist degli Alpha Alpha. Poesie. (POESIE? giusto un paio, ma ci sono anche quelle, oh yes.)
Santini. I messaggi dei miei ragazzi dei campi del 2009. Un paio di spille, compresa quella di Tempo al Libro e degli Ex-Otago.
Gli elastici usa e getta di un apparecchio. (quelli non usati e non gettati). Il mio preservativo portafortuna. (scaduto e ancora chiuso).
Un credito di 2,60 euro presso una cartolibreria di Cento. Un paio di biglietti dell'autobus non utilizzati ma ormai scaduti.
Gli abbonamenti dell'autobus dell'epoca universitaria. Il biglietto da visita del Bagno Marte 21.
Quattro buste paga del 2008 (che avevo date per disperse).

Una buona parte di questi oggetti sta venendo cestinata, direi circa un 50%... il resto lo sto archiviando, tra portadocumenti, scatole di ricordi, album di biglietti e foglietti. E poi comprerò un mobiletto più serio, forse. O forse no.

Nuova era? Chiudere col passato? Ricordi? Nostalgia?

Sinceramente niente di tutto questo. Non saprei spiegare questa sensazione, e visto che nessuno me l'ha chiesto, non vedo neanche perché dovrei spiegarla.

Abbiamo tutti 26-27 anni, internet, e i voli ryanair, e se davvero vuoi vedermi, chiedimi di uscire.

(ma che cazzo di finale è?)


P.S. poi mi fan notare che qualcuno me l'ha chiesto... ed è vero. beh, a chi me lo chiede però rispondo sempre. a domanda rispondo. chiedere è lecito, rispondere è cortesia, e non ci son più le mezze stagoni. :)

mercoledì 8 febbraio 2012

Non si può morire a Ferrara

16 marzo 2009, Ferrara

Non è un bel posto l'obitorio. Già il nome fa un po' cagare. Obitorio.
La madre di Giulio percorreva il corridoio con quella disperazione che solo una madre può avere in quel climax di tensione che precede il formale riconoscimento del cadavere. Ma c'è poco da riconoscere quando il defunto è morto con la carta d'identità in tasca.
"Salve signora. Perfavore, mi segua"
La stanza è molto più brutta di tutte quelle viste su Canale 5. C'è molto più giallo di quello che si possa pensare. Pare già un'impresa di pompe funebri. Anche se quella generalmente arriva dopo, poco dopo.
Uno scatto secco e dalla cella frigorifera esce il cassettone. Con dentro tuo figlio.
Glom.
Silenzio.
"Ommioddio..."
"Mi dispiace, signora... abbiamo fatto tutto il possibile per suo figlio ma era già in coma... e arrivati all'ospedale..."
"Questo non può essere mio figlio... non è così..."
"Lo so, il collasso a volte rende irriconoscibile il corpo..."
"No no, lei non sta capendo: questo non è mio figlio. Perfavore, vi siete sbagliati, fatemi vedere mio figlio."
"Signora... mi piacerebbe dirle che si tratta di un errore... ma questo è suo figlio, non abbiamo confuso il corpo."
"Senta, le dico che questo non è mio figlio."
"Signora... l'abbiamo trovato con i suoi documenti indosso... se non è suo figlio, chi è?"
"Non lo so! E con tutto il rispetto... non m'interessa! Piuttosto, voi mi dovete dire: dov'è mio figlio?"

Suo figlio, che si chiama Giulio, non è certo il gatto di Schrodinger: va da sè, che se non è morto, è vivo.
Giulio è vivo.

"Nella vita si può anche morire, e va beh, mi stava anche bene, ma cazzo, morire a Ferrara... neanche Vasco Brondi ci morirebbe a Ferrara." (Giulio, 16 marzo 2009)

domenica 29 gennaio 2012

Annulla - Riprova - Ignora - Tralascia - Perdi - Lascia - Ritrova

Non si pianifica un viaggio se non si è abbastanza sani per farlo.

Non si cerca lavoro se non si è abbastanza sani per farlo. Non si fa un cazzo se non si è abbastanza sani per farlo, se è per questo, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare, finché non c'è qualcun altro a pensarci. E finché va così, non ci sarà mai un altro a pensarci. Mai.

Kate Nash. La polvere sulle cuffie che non funzionano più bene, e forse anche 5 anni fa non funzionavano più di tanto bene ma non ci facevo caso perché le attaccavo allo stereo invece che direttamente al macbook. E poco altro.

Discorsi di italiani che più che altro mi annoiano, persone in un supermercato che mi rendono comunista ancor prima di arrivare alla cassa. Incontri spiacevoli e/o sconvenienti in pochissimi scaffali. Non sono più fatto per tante cose, e il fatto di essere in un posto non implica più il fatto che tu l'abbia scelto.

Magari l'hai scelto prima, ma non ora.

Ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso. E chi non è causa del suo male pianga e basta. Al limite, si ascolti Kate Nash.

Era ora che raccontassi qualcosa di più divertente... si, sarebbe ora che lo facessi. Davvero, però.



16 novembre 2010 - Prima di scrivere

"Quello che lasci, perdi." (I Serpenti - Se lascio perdo)

Il Millennium Bridge l'hanno inaugurato in ritardo rispetto al 1 gennaio 2000, ma nonostante questo resta una splendida passerella tra il TATE Modern e la cattedrale di St. Paul. O giù di li. 

A sinistra mezza Londra, e a destra l'altra mezza, con lo skyline della city. Sotto di te il Tamigi. Sopra di te un cielo già buio alle 5 di pomeriggio, ma stranamente roseo. Rosa. Chissà che cazzo avrà da stare rosa. 
Le luci, sono sempre le luci, le luci, quelle che prendono e rapiscono. Che comunque le Luci della Centrale Elettrica una canzone sui camerieri l'aveva già fatta... si chiamava "Fare i camerieri". Parlava di fare i camerieri in giro per il mondo, si, ma non a Londra.

Ma non è che sia diverso.

I turisti a Londra sono una razza strana. Di giorno attaccano senza pietà ogni forma di elemento turistico. E alla sera sono stanchi. Si rinchiudono nei loro alberghi. Cenano, si lavano, e poi scopano. Poi forse si lavano di nuovo. 

Se sono giovani, invece, si rifugiano negli ostelli. A volte cenano, a volte si lavano, a volte vanno fuori a ballare, e a volte scopano. E se non trombi tu, scopa quello sopra di te nel letto a castello. In ogni modo, che sia tu a scopare o meno, non dormi tanto bene. 
Ma in ogni modo, gli elementi turistici di massa alla sera non se li caga nessuno. Specialmente se è freddo. Il Big Ben, e tutti i suoi parenti, restano li. Chiusi. Soli. Solitari, anche. 
Come se fossero un qualunque campanile di Renazzo, una qualunque chiesa di Penzale, o un qualunque Palazzo del Governatore di Cento, o statua del Guercino. Certo, passata la notte torneranno ad avere la loro gloria quotidiana. 
Ma li - in quel momento notturno - chi se li caga? 
Sono inerti ed inermi, come ognuno di noi nel sonno, come anche il premier Silvio Berlusconi, che quando dorme, è solamente uno che dorme. 
Dormirà quelle 3-4 ore per notte, no? Ecco. Il quelle 3-4 ore è un vecchio che dorme. Che se la russa. Che se La Russa fosse li, forse in fondo sarebbe concorde con me. 
Magari fa anche dei sogni, dei sogni banali, e infantili, perchè sono sogni, e quelli non li puoi controllare.

Qui sembra che Londra faccia cagare a tutti. Qui non c'è nessuno di normale. 

"Perchè sei nuovo" mi dicono "vedrai che cambi idea. Adesso ti piace perché è nuova." 
...se devo iniziare a cambiare idea, mi chiedo quando inizierò a cambiarla. Son qui da quasi tre mesi è da quasi tre mesi che me lo dicono. Ed è quasi tre mesi che non cambio idea. 
Certo non nego il fatto che io stesso condivida buona parte dei motivi per cui non dovrebbe piacermi ma... mi piace. L'amore è irrazionale, forse. Boh. Non è certo un problema da aggiungere alla lista di cose da risolvere che già ho.

Più vado avanti più le cose si complicano. E più vado avanti, meno ho idea di come andranno avanti le cose a breve termine. Facciamo progressi, eh? Alla faccia dell'età, la maturità, il futuro. 

La verità è anche che più vado avanti più faccio fatica a spiegare le cose. Alla fine credo e spero saranno talmente evidenti e ovvie che non dovrò più spiegare niente a nessuno.

E spero anche che le persone che rimarranno sapranno capire senza bisogno di chiedere. Riceveranno e basta.

Ripasso davanti a tutti questi posti - già visti in momenti diversi tra il 2000, il 2001 e il 2009 - e mi soffermo su quando li vidi l'anno scorso. Quasi 18 mesi fa. Un anno e mezzo. 

Ho ripensato intensamente a questi 18 mesi e mi sono reso conto che se potessi prendere la De Lorean, e dispondendo di plutonio potessi raggiungere le 88 miglia orari e tornare indietro nel tempo e raccontarmeli tutti, sarei davvero sorpreso.

Ma mi verrebbe una gran voglia di viverli tutti.

Quindi, per estrapolazione, mi aspetto lo stesso dai prossimi 18 mesi. Per non parlare dei prossimi 36... nei prossimi 3 anni non ho la minima idea di cosa possa accadermi. 

Ma non che di fatto abbia molte certezze in più anche solo nei prossimi 3 mesi. This is London. This is me. Cosa vuoi farci, mi dovrò adeguare. 
Più viene freddo, più viene buio, più viene il cielo grigio, più la pioggia, più la nebbia e più l'umidità, più tutto questo mi piace. Non so perché, ma per fortuna è meglio così.

Ci sono giusto due o tre cose da sistemare. E in fondo non sono poche.

Si questo è uno di quegli interventi un po' banalotti e in fondo provincialissimi (nonostante sia scritto in una metropoli, ma forse il fatto è che sono provinciale io) che dice "oh quant'è figo stare a londra" il cui sottotitolo sottinteso è "si si ci rivediamo alla cassa del bennet tra qualche anno".

Ed è proprio così amici. Ci rivedremo alla cassa del Bennet.

Ma ancora non sapete come. (Nemmeno io ok, però un'idea, o se non altro una speranza, da qualche parte la conservo. Anche se non mi ricordo dove).

 

In fondo, non c'è nulla di nuovo. E' come se avessi già previsto tutto. Tutta la prima metà. Aspettiamo la seconda.



mercoledì 25 gennaio 2012

andavo in Croazia

Lo sapevo già: più complicato del prenotare un traghetto via internet, poteva essere solo il prenderlo.
Insomma: dopo 75 minuti spesi per la prenotazione, sapevo che quel viaggio non sarebbe stato così semplice.
Ma ancora, non immaginavo come.

A dir la verità il viaggio comincia da casa mia, ma posso tralasciare il passaggio di mio padre fino alla stazione di Bologna Centrale. E in fondo anche il viaggio nel regionale veloce fino ad Ancona, è trascurabile.
(In realtà davanti avevo una sorta di studentessa fuorisede, con tanto di libri in mano, e avevo tanto voglia di farmela in un bagno, ma va beh era solo una fantasia. I bagni son sempre fuoriservizio, non sarebbe stato possibile)
Uscito dalla stazione di Ancona, cominciano i primi problemi. Innanzitutto: che merda la zona vicino alle stazioni. In generale. In Italia. A parte qualche eccezioni, le zone di città vicino alle stazioni fanno veramente cagare. E pullulano di malavita, facce losche, persone invornite (o imbornite? per me è tipo supercazzola/supercazzora, sono accettate entrambe le definizioni) e scene pacchiane delle "coppiette turistiche".
Per non parlare dell'architettura che spesso circonda queste zone.
Ma non mi interessa: io me ne vorrei andare al più presto, al porto. E qui sbucano un paio di cartelli, malposti e mal indicati, che parlano genericamente e senza distinzioni di "bus biglietteria zona porto" invertendo anche l'ordine della parole.
Dove portano? Al bus? Alla biglietteria? Alla biglietteria del bus? Alla zona porto? Nel mentre faccio un bancomat, giusto perché avere in tasca del contante mi pare sempre una buona idea. Guardandomi le spalle.
Insomma, individuo l'autobus che mi pare giusto e salgo. "Va al porto?" La risposta è una roba in marchigiano che non si capisce ma pare un si.
C'è anche da fare un biglietto, con una macchinetta. Il biglietto costa 1.40, io ho due euro, e la macchinetta non da resto. Amen.
A un certo punto l'autobus parte. Da un lato sono contento perché non avrei mai saputo fare quella strada a piedi, e perché passa per rotonde e zone poco confacenti ad un pedone, dove sarei rimasto tutto solo e al buio, in balia della malavita marchigiana. Dall'altro... si mi sta ancora sui coglioni i 60 centesimi buttati.
E in appena un minuto arriviamo al porto. O perlomeno, vicino al porto.
Il porto di Ancona è come il circuito cittadino del porto di Valencia disegnato da un architetto ubriaco di Genova. E l'autista al volante della navetta mi ricorda molto Vitantonio Liuzzi sotto l'effetto dell'Amaretto di Saronno.
Arrivo alla biglietteria, dove devo scambiare la mia email e ritirare il mio biglietto. La biglietteria è vuota e loschissima.
Davanti a me ci sono tre persone. Due sono slavi. Sti slavi sembrano sempre tutti criminali sul punto di sgozzarti... magari poi son persone onestissime. Ma l'impressione resta questa.
Il terzo invece è un italiano, sui 55 anni, che al limite ha la faccia da schiaffi da furbetto del quartierino. Decido di seguire questo. Mal che vada cosa mi può succedere? Che mi inculi 20mila euro dal conto corrente. Tanto non ce li ho neanche, 20 mila euro.
Insomma trovo un bagno, piscio, e all'uscita saliamo tutti in un free-bus che ci porta alla zona imbarco. Perché il porto di Ancona, è grande. Fa cagare ed è grande. Ancona è un po' una città di merda.
Nel bus c'è anche una comitiva di operai olandesi, o almeno paiono tali. Insomma, dopo aver rischiato di sbagliare le fermate (ma che fermate dovrà fare una navetta gratuita all'interno del porto di Ancona alle 8 di sera di dicembre?) si scende.
E c'è l'ufficetto della polizia per il controllo documenti.
Il controllo documenti è una cosa che tipo controlla che la mia carta d'identità sia rosa. A questo punto mi chiedo perché negli aeroporti ci mettano il triplo di tempo.
In ogni modo, potrei portarmi dietro anche una bomba nella valigia che andrebbe bene: non c'è alcun scan/metal detector.
Entro nella sala d'attesa e faccio fuori il primo panino. Non ho cenato. Ne ho altri 3. Devono durarmi fino al giorno dopo.
E' l'ora di imbarcarsi. Esco sul molo insieme ad un'altra decina di persone. Pienone, eh.
Mi rendo subito conto che l'educazione non è il forte degli slavi. E nemmeno il multilingua.
Insomma si entra dentro.
Il traghetto è una pensione a 2 stelle degli anni '60 (garage incluso). C'è anche l'ascensore nel quale riescono a infilarmi. Il tutto parlandomi in croato.
Scendo al piano, sbagliato, risalgo, e inizio a girare. Non ci sono le indicazioni, quando ci sono sono poco chiare, a volte in italiano, a volte in croato, a volte in inglese.
Arrivo nella sala delle poltrone. Una TV da 20" dove trasmettono "Bravo Bravissimo" su Canale 5, con tanto di Jerry Scotti. E una sfilza di sedili reclinabili vuoti. I sedili sembrano quelli di un aereo, sono vecchi come quelli di una corriera, e sono sporchi come quelli di un treno.
Ci sono resti di cartacce, e insetti. Uno vivo, e uno morto.
Arriva qualche persona, qualcuno anche con dei cani. Siamo in 4 gatti e 2 cani.
Un mega annuncio in tre lingue, e il traghetto parte.
Sembra di stare su un treno diesel in folle. E sarà così per altre 9 ore.
Dopo due minuti, dai finestrini non si vede più un cazzo. Mare nero mare nero mare nè... ora capisco dove ha preso l'ispirazione Mogol.
Nel mentre una bambina a Bravo Bravissimo canta "Caruso" davvero molto bene, e anche se in linea di massima io odio questi programmi di sfruttamenti dei minori, devo riconoscere che la bimba meriti.
Finisco di leggere "Nessuno lo saprà" di Enrico Brizzi, che ho preso in prestito da mio fratello tre anni fa mentre gli sgombravo la camera.
C'è anche un po' troppo fresco per i miei gusti. Mangio un altro panino. Mi appoggio la giacca sopra e dormo qualche ora. Sono ancora stanco dal viaggio di Londra.
Mi sveglio con una voce che parla insistemente. C'è luce. C'è terra. Sono arrivato nel porto di Zara. Cazzo, che palle, una volta che uno dorme.
Mi vesto, prendo zaino e valigia, scendo, passo l'ennesimo controllo dogana, e sono a Zara. In Croazia. E non so che cazzo fare. Vorrei fare colazione.
Cerco un bar, il primo che trovo c'è scritto che apre alle 7. Sono le 7:08, la porta è chiusa e c'è una donna delle pulizie che pulisce. Sembra l'ACLI Corporeno ai tempi di Atti.
Una stangona cavallona mi dice qualcosa in croato e mi fa il gesto di un caffè. Poi mi fa il gesto di seguirla. Poi capisce che forse non sono del tutto rincoglionito, sono semplicemente straniero, nonostante la mia faccia da rissaiolo slavo, e l'inglese lo parlo.
"Speak english?" Certo che si. "Eh, quel bar è chiuso, se mi segui ti faccio vedere un altro bar che è già aperto."
Premesso che quel bar avrebbe già dovuto essere aperto, non voglio fare il polentone del nord che va a polemizzare, anche perché io stesso sono sempre stato molto elastico sui miei orari... la seguo. La seguo a fatica perché lei è più alta che me e corre a passo spedito di una che è in ritardo per andare al lavoro. Io invece non sono in ritardo per nessuna parte, solamente mi devo portare dietro una valigia che tra macbook e vestiti per 10 giorni pesa almeno una dozzina di chili.
Mi porta questo barrettino, con tanto di veranda esterna. Sono le 7 di mattina, c'è un certo fresco, e c'è qualcuno che è seduto fuori, incurante di tutto.
Entro e sento una canzone croata. E mi immagino Taddo e Sorio mentre piegati in avanti come se stessero sgabberando ballano questi balli slavi, tutti contenti e convinti, ballando in cerchio. Un po' come se fossero personaggi dei Looney Toones. Tutti dentro la mia testa. Alle 7 di mattina. Loro lo farebbero anche alle 7 di mattina.
Il mio corpo invece è statico in maniera incredibile. Infatti è la mia testa è formulare il primo pensiero.
"Accettate gli euro?"
Sono in Croazia, e non ho ancora Kune, la moneta locale.
"Si, solo se hai dei piccoli tagli."
"...venti euro?"
Non ci sarebbe bisogno di risposta, mi faccio indicare un bancomat, che si trova ad appena 50 metri, e mi rifornisco di Kune.
Torno dentro: bombolone alla marmellata e caffè espresso. Adesso si comincia a ragionare.
La prima canzone italiana che sento è "Ciao Mamma" di Jovanotti. A Londra, la prima canzone italiana che ho sentito è stata "Tiger" degli Amari, in un sushi bar di Queensway. Qui siamo in un bar del cazzo di Zara, non è che possa pretendere più di tanto.
Mentre con la moleskine aperto subisco l'effetto della caffeina e prendo appunti, mi rendo conto di aver fatto la pirlata e non essermi segnato i dati dei taxi economici. che mi dovranno portare all'hotel. E mi rendo conto che in effetti è la prima imprecisione notevole del viaggio.
Devo dire che comunque, aver prepararato il viaggio in 28 ore, con tanto di tempo extra per visite, mangiare, dormire, lavare, ed altro, essere arrivato qui con il collo intatto mi rende un figo.
E poi alla radio passa "All I have to do is dream" degli Everly Brothers, e il mio pensiero va a Waco Guzman, che ubriaco di refosco e sambuca mi invita a ballare con lui nella sua stanza parigino-londinese, sulle note del vinile degli Everly Brothers.
Vado in bagno: ovviamente non c'è una serratura, ma ho visto bagno molto peggiori a Londra. Il bagno funge anche da magazzino delle birre. Ovviamente, delle birre vuote. Ci sono tre-quattro pile altezza uomo di cassette in plastica con sparse bottiglie in vetro vuote, tra cui la Karlovacko che diverrà il simbolo dei 10 giorni successivi.
Ma io, ancora, non potevo saperlo. E dopo aver pagato con una banconota di grosso taglio (è inutile mi guardiate male, il bancomat mi ha dato queste) uscivo, pronto per Zara, che li si chiama Zadar, e per tutta la Croazia.
Una cosa che non racconterò qui. Perlomeno non ora.

Comunque poi sono anche tornato. E anche il tornare meriterebbe una storia, magari. Magari no, basterebbe twittassi "TRENITALIA MERDA".