martedì 30 giugno 2015

Lacetti

Qualche tempo fa, nel vecchio continente...

Il sapore di caffè caldo mi correva ancora lungo le gengive, in una corsa infinita, come i fari della notte sulla A14.
Che poi non era vero caffè, lo sapevo, me lo aveva detto Lucia, una puttana italiana mi ero fatto in un viaggio a Milano, qualche anno fa.
Senza nemmeno pagarla.
Bah, laggiù, le studente universitarie fanno una sorta di tirocinio gratuito presso i cazzi a stelle e strisce, anche se a quanto pare prediligono quelli del sudamerica.
Ma non mi interessava più di tanto, non volevo farmi distogliere dal pensiero di quelle gambe, ancora fresco nella mia mente, di un colore perfettamente a metà tra l'ebano e l'avorio, che si contorcevano calde e sudate in un vestito nero apparentemente un po' troppo corto.
Avrei avuto voglia di interrompere ogni scialba conversazione e mostrare un po' del materiale che mi porto sempre appresso, ma a quanto pare c'era una procedura da rispettare, e le mie maniere sarebbero risultate una eccezione non consentita dal sistema.
Ho qualche dubbio sulla sanzione che mi sarebbe stata commissionata, ma decisi di non forzare la situazione, e lasciare che le mie attenzioni si dirigessero temporaneamente sulla destra, dove in un lungo tessuto si contorcevano un'anima bisognosa di punizioni.
Non mi sarei sottratto al mio dovere, ma prima, avrei bagnato le labbra in un paio di bicchieri, come si conviene ad un uomo che ha sete per davvero.

Prima di tutto questo, avrei dovuto affrontare "the white runner", così lo chiamavano. Non mi interessava l'origine di quel nomignolo, conoscevo bene il mio avversario. E sapevo che con lui era come una partita a scacchi: ti avrebbe portato dove voleva, per poi sconfiggerti. Riuscii a uscirne vivo, ma non certo vincitore, e mi allontanai con le luci della sera, sulla mia Chevy rossa.

Le valvole urlavano come dannate sotto quel cofano bollente, a rammentarmi che non poggiavo il culo sul sedile di una muscle car, ma sul deprecabile telaio di una Lacetti, rimediata chissà dove dopo un lavoro a Piacenza.
Ricordo bene quella notte e quello che mi portò a recuperare questo volante, giurai sotto una bottiglia di JD che non ne avrei mai parlato, e per la buonanima di Josh Beneguzzi, non lo farò certo ora.

Le luci della cispadana mi correvano sulla fronte, a ricordarmi gli anni che passavano e le radure che si aprivano tra i miei capelli, mentre l'umido della grande pianura bussava dai finestrini per entrarmi fin dentro le mutande.
Scesi lungo la strada a mangiare un boccone, e trovai riparo alla tavola calda di Aziz, Basano e Mapez, tre giovani del posto.
Li conoscevo bene, li avevo salvati in più di una occasione dalle calde notti di Cuba, ma forse erano stati più loro a salvare me. Mi fermavo volentieri a scucirgli qualche euro per il burrito più buono di tutta la statale, anche se con Aziz non ci dicevano molto altro che non fosse "scipola" o "picanto" o che so io.
E non ho mai capito se tutte le volte che mi diceva "bella macchina" mi stesse prendendo in giro o davvero apprezzasse quel vecchio ferro rosso prossimo alla ruggine. Sono stato indeciso più di una volta se sfoderare il mio fodero nascosto, ma nel dubbio, ho sempre preferito tenermi buono un acquirente nel caso necessitassi di liberarmi di un usato scomodo.

Basano e Mapez, invece, mi accolsero come sempre, con una pinta fredda e un cestino di pretzel che non centravano proprio un cazzo, ma sapevo che faceva parte del loro modo di avvicinarsi ad un americano di origine europea.
D'altronde, le loro origini italoamericane avrebbero fatto presagire un'accoglienza più localizzata, ma anni passati a rischiare l'osso del collo nelle atenei più rinominati del pianeta, avevano reso loro un miscela priva di senso di usanze e tradizioni.

Usciii sulla soglia, a respirare un filo di vento, a cercare di cogliere la brezza dell'estate che arriva, che fa mille promesse e che poi alla fine ti sodomizza a tradimento, proprio come feci io con Paulina, nonostante avessi tentato di utilizzare un po' di vaselina prima che mi scivolasse la confezione sul suo tappeto del discount.
Stavolta sarei stato io a prostrarmi al vento della vita, e sarei stato pronto a farlo... ma quei 1400 bigliettoni che mi aspettavano su a Manchester mi ringalluzzivano parecchio, e non avrei certo potuto fermarmi davanti a quella prospettiva.
Misi tutto sul conto di Basano (un vecchio gioco di scambi, quando alla cassa trovavo Basano ovviamente facevo mettere tutto sul conto di Mapez) e uscii, ebbro di Bavaria gassata all'inverosimile, respirando l'odore di GPL appena riempito, e pronto a perdermi nuovamente sui ponti ultimati di recente.

Sapevo che avevo un paio di gambe da conquistare di un colore perfettamente a metà tra l'ebano e l'avorio, e nessuno avrebbe potuto staccare la mia destra dal pedale del gas.


giovedì 11 giugno 2015

John Mayer

Alla fine neanche mi mancava troppo, questo blog.

Sono sempre più gli interventi che abortisco. E poi da quando ho ridotto sensibilmente le serate alcoliche infrasettimanali, ormai lo scrivere era solo delineato al fine di produrre, prima o poi un qualcosa di pubblicabile.

Poi oggi stavo sistemando delle cose al lavoro, in questa sala buia, con le luci accese, e ho ripensato a John Mayer.
O perlomeno, a quel senso di intimità di relazione di coppia, quello scoprirsi ancora acerbo, tutte quelle potenzialità... ascoltando John Mayer. Quanto John Mayer nella mia vita.
(Quanto, appunto? E quanto vero John Mayer, e quanto solo il senso di tutto ciò?)

Poi ho ripreso a fare quello che dovevo fare, ho richiuso nella borsa il mio portatile, ho spento la luce, ho lasciato la stanza nella sua penombra, ho chiuso a chiave, e me ne sono andato.

Mi è rimasto solamente, e mi rimarrà sempre, il ricordo di tutto questo. Il senso di John Mayer, anche senza forse capirne il senso veramente.

Un po' mi manca John Mayer, un po' mi manca lo stare insieme a una persona, dopo - e intendo, non prima, non durante, ma dopo.

Ma poi non mi manca una persona, che sembra così, una a caso. In realtà ho tutto quello che basta, e non mi basta lo stesso, allora forse sono io che non mi basto mai, e forse per fortuna è proprio così, che ad accontentarsi siamo sempre pronti dopo morti.

Apprezzare sempre, accontentarsi mai.

Apprezzerò John Mayer sempre, ma non mi accontenterò di John Mayer mai.