Qualche tempo fa, nel vecchio continente...
Il sapore di caffè caldo mi correva ancora lungo le gengive, in una corsa infinita, come i fari della notte sulla A14.
Che poi non era vero caffè, lo sapevo, me lo aveva detto Lucia, una puttana italiana mi ero fatto in un viaggio a Milano, qualche anno fa.
Senza nemmeno pagarla.
Bah, laggiù, le studente universitarie fanno una sorta di tirocinio gratuito presso i cazzi a stelle e strisce, anche se a quanto pare prediligono quelli del sudamerica.
Ma non mi interessava più di tanto, non volevo farmi distogliere dal pensiero di quelle gambe, ancora fresco nella mia mente, di un colore perfettamente a metà tra l'ebano e l'avorio, che si contorcevano calde e sudate in un vestito nero apparentemente un po' troppo corto.
Avrei avuto voglia di interrompere ogni scialba conversazione e mostrare un po' del materiale che mi porto sempre appresso, ma a quanto pare c'era una procedura da rispettare, e le mie maniere sarebbero risultate una eccezione non consentita dal sistema.
Ho qualche dubbio sulla sanzione che mi sarebbe stata commissionata, ma decisi di non forzare la situazione, e lasciare che le mie attenzioni si dirigessero temporaneamente sulla destra, dove in un lungo tessuto si contorcevano un'anima bisognosa di punizioni.
Non mi sarei sottratto al mio dovere, ma prima, avrei bagnato le labbra in un paio di bicchieri, come si conviene ad un uomo che ha sete per davvero.
Prima di tutto questo, avrei dovuto affrontare "the white runner", così lo chiamavano. Non mi interessava l'origine di quel nomignolo, conoscevo bene il mio avversario. E sapevo che con lui era come una partita a scacchi: ti avrebbe portato dove voleva, per poi sconfiggerti. Riuscii a uscirne vivo, ma non certo vincitore, e mi allontanai con le luci della sera, sulla mia Chevy rossa.
Le valvole urlavano come dannate sotto quel cofano bollente, a rammentarmi che non poggiavo il culo sul sedile di una muscle car, ma sul deprecabile telaio di una Lacetti, rimediata chissà dove dopo un lavoro a Piacenza.
Ricordo bene quella notte e quello che mi portò a recuperare questo volante, giurai sotto una bottiglia di JD che non ne avrei mai parlato, e per la buonanima di Josh Beneguzzi, non lo farò certo ora.
Le luci della cispadana mi correvano sulla fronte, a ricordarmi gli anni che passavano e le radure che si aprivano tra i miei capelli, mentre l'umido della grande pianura bussava dai finestrini per entrarmi fin dentro le mutande.
Scesi lungo la strada a mangiare un boccone, e trovai riparo alla tavola calda di Aziz, Basano e Mapez, tre giovani del posto.
Li conoscevo bene, li avevo salvati in più di una occasione dalle calde notti di Cuba, ma forse erano stati più loro a salvare me. Mi fermavo volentieri a scucirgli qualche euro per il burrito più buono di tutta la statale, anche se con Aziz non ci dicevano molto altro che non fosse "scipola" o "picanto" o che so io.
E non ho mai capito se tutte le volte che mi diceva "bella macchina" mi stesse prendendo in giro o davvero apprezzasse quel vecchio ferro rosso prossimo alla ruggine. Sono stato indeciso più di una volta se sfoderare il mio fodero nascosto, ma nel dubbio, ho sempre preferito tenermi buono un acquirente nel caso necessitassi di liberarmi di un usato scomodo.
Basano e Mapez, invece, mi accolsero come sempre, con una pinta fredda e un cestino di pretzel che non centravano proprio un cazzo, ma sapevo che faceva parte del loro modo di avvicinarsi ad un americano di origine europea.
D'altronde, le loro origini italoamericane avrebbero fatto presagire un'accoglienza più localizzata, ma anni passati a rischiare l'osso del collo nelle atenei più rinominati del pianeta, avevano reso loro un miscela priva di senso di usanze e tradizioni.
Usciii sulla soglia, a respirare un filo di vento, a cercare di cogliere la brezza dell'estate che arriva, che fa mille promesse e che poi alla fine ti sodomizza a tradimento, proprio come feci io con Paulina, nonostante avessi tentato di utilizzare un po' di vaselina prima che mi scivolasse la confezione sul suo tappeto del discount.
Stavolta sarei stato io a prostrarmi al vento della vita, e sarei stato pronto a farlo... ma quei 1400 bigliettoni che mi aspettavano su a Manchester mi ringalluzzivano parecchio, e non avrei certo potuto fermarmi davanti a quella prospettiva.
Misi tutto sul conto di Basano (un vecchio gioco di scambi, quando alla cassa trovavo Basano ovviamente facevo mettere tutto sul conto di Mapez) e uscii, ebbro di Bavaria gassata all'inverosimile, respirando l'odore di GPL appena riempito, e pronto a perdermi nuovamente sui ponti ultimati di recente.
Sapevo che avevo un paio di gambe da conquistare di un colore perfettamente a metà tra l'ebano e l'avorio, e nessuno avrebbe potuto staccare la mia destra dal pedale del gas.
martedì 30 giugno 2015
giovedì 11 giugno 2015
John Mayer
Alla fine neanche mi mancava troppo, questo blog.
Sono sempre più gli interventi che abortisco. E poi da quando ho ridotto sensibilmente le serate alcoliche infrasettimanali, ormai lo scrivere era solo delineato al fine di produrre, prima o poi un qualcosa di pubblicabile.
Poi oggi stavo sistemando delle cose al lavoro, in questa sala buia, con le luci accese, e ho ripensato a John Mayer.
O perlomeno, a quel senso di intimità di relazione di coppia, quello scoprirsi ancora acerbo, tutte quelle potenzialità... ascoltando John Mayer. Quanto John Mayer nella mia vita.
(Quanto, appunto? E quanto vero John Mayer, e quanto solo il senso di tutto ciò?)
Poi ho ripreso a fare quello che dovevo fare, ho richiuso nella borsa il mio portatile, ho spento la luce, ho lasciato la stanza nella sua penombra, ho chiuso a chiave, e me ne sono andato.
Mi è rimasto solamente, e mi rimarrà sempre, il ricordo di tutto questo. Il senso di John Mayer, anche senza forse capirne il senso veramente.
Un po' mi manca John Mayer, un po' mi manca lo stare insieme a una persona, dopo - e intendo, non prima, non durante, ma dopo.
Ma poi non mi manca una persona, che sembra così, una a caso. In realtà ho tutto quello che basta, e non mi basta lo stesso, allora forse sono io che non mi basto mai, e forse per fortuna è proprio così, che ad accontentarsi siamo sempre pronti dopo morti.
Apprezzare sempre, accontentarsi mai.
Apprezzerò John Mayer sempre, ma non mi accontenterò di John Mayer mai.
martedì 24 marzo 2015
Cosa penso di Bologna
Prendendo in prestito le parole di (this) e degli Uochi Toki cercherò di spiegarvi il mio rapporto conflittuale con Bologna: perché non la amo e non la odio e nemmeno la apprezzo, perché penso che sia bella ma in fondo non mi piace anche se vorrei farmela piacere, perché forse prima o poi ci andrò a vivere ma è lo stesso prima o poi con il quale mi dico che proverò a donare il sangue anche se ho la pressione molto bassa e probabilmente svenirò / sverrò (penso siano valide entrambe le forme) (invece sono già registrato come donatore di midollo osseo e di organi) (fatelo anche voi, dai).
Vado al dunque... cosa penso di Bologna?
Rispondo con la prima parte, tratta da un post pubblicato su blog dei bolognesi di (this):
...e proseguo con la seconda parte, tratta da "Le città", canzone degli Uochi Toki:
Vado al dunque... cosa penso di Bologna?
Rispondo con la prima parte, tratta da un post pubblicato su blog dei bolognesi di (this):
"L’unico vero amore della mia vita l’ho conosciuto quando arrivai in questa città per studiare. Lei era bellissima e misteriosa. La conobbi sceso dal treno quasi per caso, mentre aspettava chissà chi ma giureri fosse lì per me. Ebbi una epifania pari solo a quella di un teenager degli anni ’90 che vede per la prima volta Natalie Imbruglia nel video di Torn. Mi scontrai con lei con la delicatezza di un goffo ciccione che si fa largo tra la folla per arrivare alle pizzette fredde di un aperitivo. Con una scusa la convinsi a farmi conoscere le strade della zona universitaria, a passare sotto i monumenti che fino a quel momento avevo visto solo in fotografia, a mangiare il cibo da strada locale, vero termometro della civiltà di una popolazione.
L’estate era in dirittura d’arrivo e solo la consapevolezza di aver aperto un nuovo capitolo della mia vita sopiva l’amarezza di un nuovo autunno alle porte. Città nuova, indipendenza garantita comunque da un assegno mensile dei genitori, convivenza con gente di tutto il mondo e finalmente materie da studiare che io e solo io avevo scelto con la consapevolezza e la maturità di un 19enne con le idee chiare e le palle del proprio futuro ben strette in pugno.
Le prime settimane ci siamo annusati a vicenda. Lei veniva da alcuni anni di relazioni turbolente con persone che non ne avevano gradito lo spirito libero e la voglia di mostrarsi. Io francamente ero bloccato da questo suo passato così burrascoso e per adeguarmi adottai atteggiamenti e abitudini che oggi ricordo con tenerezza. Abbigliamento sdrucito e una rigida dieta fatta di droghe scadenti e vino in offerta, ritmi di vita da barbagianni e igiene personale discutibile. Il tutto ovviamente condito da una inammissibile condotta universitaria e alcuni problemucci con lo Stato.
Con il tempo ho imparato a battere il mio sentiero personale e ad equilibrare le pulsioni autolesioniste con il mio amore incondizionato per lei. Insieme siamo cresciuti fino ad ottenere la maturità di relazione che solo chi sa perdonare può godersi. Intanto le ondate di studenti che ogni anno arrivavano per conoscere la città mi davano sempre più una sensazione di invasione del territorio, cominciai a ricordare con nostalgia i primi tempi in quel luogo che ormai non c’era più, ferito a morte dalle sferzate di un giovanilismo forzato che mal si accostava alla bonarietà borghese della città.
Mi accorsi con stupore che la nostra relazione mutava col mutarsi della città. Più le spinte dal basso proponevano uno svago deviato e irrazionale, più noi ci chiudevamo a riccio per preservare la nostra intimità e complicità. Ma non sempre ciò che più ami può fiorire al buio di una stanza, protetto dalle fredde correnti del cambiamento. Quanto si può andare avanti facendo finta di nulla? Cosa ci tiene ancora insieme, il ricordo o il futuro?
Chi si avvicina ai 30 anni vive ogni giorno come un conflitto. Accelerare o frenare. Guardarsi indietro o progettare. Procrastinare o procrastinare assai. La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza, sosteneva Blake evidentemente ancora strafatto di oppio e sconvolto dai primi sintomi dell’itterizia. Io a quel palazzo non ci arrivai mai. Mi fermai prima. Ma lei proseguì.
La vedo ancora oggi, mutata e mutante, che fa della propria bellezza l’unica carta giocabile per attirare le attenzioni su di sé. Non c’è gioia nei suoi occhi, non c’è memoria di quel che è stata. Vedo solo rassegnazione e consapevolezza che i ricorsi storici hanno cicli di vita ben più brevi di quelli che il Vico ci voleva rifilare.
Non l’ho potuta più guardare con gli stessi occhi.
La magia, come per incanto, era svanita.
Lei era di un altro.
Lei era di altri.
Lei era di tutti.
Come è sempre stato e sempre sarà, nonostante lo sguardo innamorato di un ragazzino che da questa città si era fatto rubare il cuore."
L’estate era in dirittura d’arrivo e solo la consapevolezza di aver aperto un nuovo capitolo della mia vita sopiva l’amarezza di un nuovo autunno alle porte. Città nuova, indipendenza garantita comunque da un assegno mensile dei genitori, convivenza con gente di tutto il mondo e finalmente materie da studiare che io e solo io avevo scelto con la consapevolezza e la maturità di un 19enne con le idee chiare e le palle del proprio futuro ben strette in pugno.
Le prime settimane ci siamo annusati a vicenda. Lei veniva da alcuni anni di relazioni turbolente con persone che non ne avevano gradito lo spirito libero e la voglia di mostrarsi. Io francamente ero bloccato da questo suo passato così burrascoso e per adeguarmi adottai atteggiamenti e abitudini che oggi ricordo con tenerezza. Abbigliamento sdrucito e una rigida dieta fatta di droghe scadenti e vino in offerta, ritmi di vita da barbagianni e igiene personale discutibile. Il tutto ovviamente condito da una inammissibile condotta universitaria e alcuni problemucci con lo Stato.
Con il tempo ho imparato a battere il mio sentiero personale e ad equilibrare le pulsioni autolesioniste con il mio amore incondizionato per lei. Insieme siamo cresciuti fino ad ottenere la maturità di relazione che solo chi sa perdonare può godersi. Intanto le ondate di studenti che ogni anno arrivavano per conoscere la città mi davano sempre più una sensazione di invasione del territorio, cominciai a ricordare con nostalgia i primi tempi in quel luogo che ormai non c’era più, ferito a morte dalle sferzate di un giovanilismo forzato che mal si accostava alla bonarietà borghese della città.
Mi accorsi con stupore che la nostra relazione mutava col mutarsi della città. Più le spinte dal basso proponevano uno svago deviato e irrazionale, più noi ci chiudevamo a riccio per preservare la nostra intimità e complicità. Ma non sempre ciò che più ami può fiorire al buio di una stanza, protetto dalle fredde correnti del cambiamento. Quanto si può andare avanti facendo finta di nulla? Cosa ci tiene ancora insieme, il ricordo o il futuro?
Chi si avvicina ai 30 anni vive ogni giorno come un conflitto. Accelerare o frenare. Guardarsi indietro o progettare. Procrastinare o procrastinare assai. La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza, sosteneva Blake evidentemente ancora strafatto di oppio e sconvolto dai primi sintomi dell’itterizia. Io a quel palazzo non ci arrivai mai. Mi fermai prima. Ma lei proseguì.
La vedo ancora oggi, mutata e mutante, che fa della propria bellezza l’unica carta giocabile per attirare le attenzioni su di sé. Non c’è gioia nei suoi occhi, non c’è memoria di quel che è stata. Vedo solo rassegnazione e consapevolezza che i ricorsi storici hanno cicli di vita ben più brevi di quelli che il Vico ci voleva rifilare.
Non l’ho potuta più guardare con gli stessi occhi.
La magia, come per incanto, era svanita.
Lei era di un altro.
Lei era di altri.
Lei era di tutti.
Come è sempre stato e sempre sarà, nonostante lo sguardo innamorato di un ragazzino che da questa città si era fatto rubare il cuore."
...e proseguo con la seconda parte, tratta da "Le città", canzone degli Uochi Toki:
"Bologna mi piace solo perché c’è un sacco di gente con cui litigare e tante costruzioni da osservare. Odio la multi-identità che questa città si porta dietro, odio la sua tradizione di libertà conservante, odio la gente non autoctona — cioè la maggior parte. Vedo flussi di gente come fiotti di sangue da ogni parte: risalgo la corrente per capire da dove parte questo flusso umano che mi coinvolge come un davanzale in marmo. Mi adatto nella misura in cui mi permetto di andare in giro e osservare come animali questi esemplari di umani, studentesse fuori sede ed universitari inconsciamente ipocriti in cerca di prede e di un passato da raccontare. E poi la ritualità di questo luogo influenza solo colui che ci crede, colui che non vede la data di scadenza sul ricambio generazionale, rischiando di trovarsi in una città, in un locale pieno di gente di passaggio, facendo finta di non stare invecchiando. Solo i veri duri possono abitare a Bologna, sfruttando la corrente del divertimento alternativo con il giusto peso negli occhi. Una città non può essere solo università, slogan, ebbrezza e ragazze. Guardate meglio!"
E mi sa che non ho altro da aggiungere. Per ora.
Fonti:
prima parte: "Scusa amore, si è fatta una certa" di Danji, pubblicato su (this) il 28/06/2013
https://thisnothat.wordpress.com/2013/06/28/scusa-amore-ma-si-e-fatta-una-certa/
seconda parte: "Le città" di Uochi Toki, pubblicato sull'album Laze Biose (2006) https://www.youtube.com/watch?v=ghkf84hMjTo
https://thisnothat.wordpress.com/2013/06/28/scusa-amore-ma-si-e-fatta-una-certa/
seconda parte: "Le città" di Uochi Toki, pubblicato sull'album Laze Biose (2006) https://www.youtube.com/watch?v=ghkf84hMjTo
mercoledì 18 marzo 2015
Slip out the back (nove anni fa e dopodomani ancora)
Nove anni fa.
Un amico era preoccupato per la sua ex che affrontava il primo viaggio senza di lui. A distanza di anni, non posso dargli torto. Cioé, ce l'aveva, aveva torto... ma non posso darglielo lo stesso.
A me, ripensandoci, per quel che mi posso ricordare con il mio cervello che perde pesantemente MB e MB di cluster di memoria... mancavano solo i suoi messaggi.
"Solo".
Prima dell'epoca di whatsapp, prima degli smartphone, nell'epoca delle offerte dei 100 sms al mese, andare all'estero era una sorta di condanna a 160 caratteri al giorno, o poco più.
Più o meno, una sorta di comunicato stampa al giorno, più o meno dettagliato ed efficace a seconda della persona che avevi di fronte.
E con di fronte, intendo una fronte che spaziava anche di 800 km.
E a me, mancavano i suoi sms. Cioè lei.
A distanza di nove anni ricordo quei viaggi da Cento a Ferrara, ancora ignaro di quanto sarebbero stati pesanti anche dolorosi i due anni successivi, anche se ora non mi pesano così tanto. Sarà che pesa più il futuro, sempre.
Ma allora averti lontano senza poterti sentire pesava parecchio, e mi sorprendeva anche un po'.
So che non mi stai leggendo. Questi post del cacchio li leggono si e no 30 persone, le vedo le statistiche. E tu non sei tra quei 30.
Se stai leggendo, vuol dire che non sto parlando di te.
D'altronde... prendi Saviano: in quanti hanno LETTO "Zero zero zero", ad esempio?
La gente che scrive è così: magari ti conoscono di nome, di fama, magari hanno letto qualcosa di te... ma l'ultima stronzata che hai scritto non se la incula nessuno.
Grazie a Dio, mi è restata una vita sociale, potrei anche andare a puttane se volessi.
(no, non l'ho ancora fatto, nonostante quello che si può pensare in giro... sembra strano, ma ancora no. pensa te! si può apprezzare l'est europa anche per altri motivi)
E niente, di quei viaggi di 32 km che non si inculava nessuno, e nemmeno io in fondo, non è rimasto niente, nulla, neanche questo post. Solo quel sentimento di futuro che faceva paura ma stimolava.
Faceva paura ma stimolava. Sentivo che stavo crescendo, invecchiando, maturando, e potevo chiamarlo come volevo, ma era importante e necessario.
E ora è tutto diverso, e uguale, o uguale, o diverso, o vaffanculo.
Bastava un tuo sms, una volta.
Ora di cosa abbiamo bisogno?
E' solo questione di tempo, e il tempo non va misurato in 24 ore.
tag:
cellulare,
Cento,
ferrara,
linkin park,
telefono,
windows live spaces
venerdì 6 febbraio 2015
Io, te
Che cosa c'è che non va?
Che cosa c'è che ti davvero fastidio?
Ti osservi gli occhi e le occhiaie, la pupilla è dilatata di stanchezza, e la tua iride è la stessa di quando qualcuno ti ha detto ti amo, tanto tempo fa.
Ti trascini lenta e stanca fuori da un letto, dentro e fuori dal pigiama e da vestiti che non sono mai all'altezza di quello che dovresti essere, ma non fa niente, non verrà a dirti niente nessuno.
Anche i capelli, raccolti in una coda, sono trascurati. Ma non hai il tempo, e soprattutto, la voglia di tenerti dietro, di tenerti da conto, in questo lungo protrarsi.
Ti senti rassegnata, disillusa, ma ancora ti spazientisci in fretta, come se davvero tu avessi qualcosa da perdere. Quando invece, sai benissimo che non c'è: e il tuo spazientire serve soltanto a ribadire un tuo diritto, a rimarcare il territorio, a difendere un qualcosa che non c'è più.
Non solo ti senti gonfia, ti accorgi che lo sei davvero, e non sono le mestruazioni: è davvero il tuo metabolismo che è cambiato, e senza fare attività sportiva, senza prestare attenzione all'alimentazione, la tua pancia non farà altro che gonfiarsi, aumentando in maniera direttamente proporzionale lo scatolone Ikea dei vestiti che non vanno più bene, ma che potrebbero tornare ad andarti bene.
E ormai dentro c'è roba che non metti da 2-3 anni, e che forse non tornerà mai più ad andarti bene, ma non vuoi rassegnarti all'idea di essere stata sconfitta dal tempo, o peggio ancora, dalla tua stessa pigrizia.
Così come non sospetti l'idea che una volta al mese il tuo umore si guasti irrimediabilmente, e che ti senti costretta a tamponare quella tua emorragia. Ben consapevole che è normale anche quel desiderio di maternità che dovresti avere, ogni tanto.
E che invece non hai, e non sai perché. Forse vorresti avere un desiderio che non hai, e questo pensiero intricato basta a farti capire che si, le mestruazioni sono di nuovo in arrivo, con il loro maledetto maldipancia, tutone, divano, e quel sentirti brutta e inguardabile.
Che è un tuo diritto.
Le foto di quando eri giovane e splendente, ventenne ed abbronzata, si fanno beffe di te dalle pareti del tuo piccolo appartamento, insieme a quei capelli lunghi che ora non vanno più di moda.
Per fortuna.
Perché comunque nemmeno ora ci stai dietro, ai capelli.
E nemmeno alla tua abbronzatura. Sia d'inverno che d'estate. E vale lo stesso per la tua pelle. Ci sono già i segni indelebili del tempo che passa, piccoli segni ma inesorabili.
Una volta lui ti ha detto che ti davano una femminilità incredibile, che ti facevano donna, che eri ancora più bella.
Probabilmente te l'ha detto solo per scoparti.
Probabilmente però lo pensava davvero.
Probabilmente ti amava davvero.
E sicuramente è stato così.
Però adesso sorride felice in altre foto su facebook, e non ti è dato di sapere se sia felice veramente nella sua nuova vita, sai solo che è finita e basta così.
Mentre tua sorella sta per diventare madre, tuo fratello sta per laurearsi, e tu resti sempre quella di mezza, quella in mezzo, quella che non riesce mai a trovare la sua dimensione.
Eppure il lavoro è sicuro o quasi, e anche se a volte non lo sopporti, non riesci a immaginarti altrove. Non sopporti la provincia ma non riesci a immaginarti nelle metropoli.
Non riesci neanche più a uscire di casa, a volte, e preferisci un libro, un the caldo, una serie scaricata da internet, tutte cose che riempiono la tua solitudine si, ma di tristezza. Ma quale sarebbe, poi l'alternativa?
Perché di uscire non se ne parla. Uscire poi con chi? Uscire per dove? Sono sempre meno le amiche con cui poter condividere due parole vere.
Non hai più voglia di restaurarti tutta per una fintissima serata, di quelle che sembrano rievocazioni storiche, di tipe molto più vecchie di te che mollano marito e figli per sentirsi libere una sera al mese, in mezzo ad una giungla di uomini disparati e disperati.
Per trovarsi un quarantenne viscido pronto a toccare il culo. Ma che cazzo toccano poi, che lo vadano a toccare a quelle puttane la, che ce l'hanno meglio del tuo, e che con 200 euro se la cavano.
Tanto 200 euro loro ce li hanno, da spendere.
Tu no.
Sfogli con tristezza i voli low-cost, ben sapendo che non ne prenderai nessuno.
E' da tanto che non fai una vacanza.
E' da tanto che non ti ubriachi.
E' da tanto che non hai un orgasmo, che non ascolti Niccolò Fabi, che non ridi davvero, e soprattutto che non sorridi.
Non ti senti amata. Non ti ami neanche più da sola. Inizi a non provare niente riguardo tante cose, sensazioni, persone.
Dicono che stai cambiando, che stai diventando una persona grigia, ma no, no, non è così.
Forse dovresti scopare di più, dicono.
E con chi? Con il primo che passa? Per fare cosa? Per una triste serata inutile, spesso con una persona sudicia e sgodevole che non sa nemmeno scopare come si deve? Molto meglio la masturbazione, ne sei sicura.
Ma anche quella non la pratichi da parecchio. Non ti interessa. Non ne hai voglia.
Ti guardi allo specchio e non ti piaci, sai di non essere più una bella persona, ma cosa ci vuoi fare? Odi anche il tuo eccesso di pensiero, la tua incapacità di vivere la vita per quello che è, e la tua incapacità a reagire a tutto questo.
Eppure un tempo c'è stato anche qualcuno in grado di accorgersi di te, e guardarti. Guardarti davvero.
Ora il cuore è arido, il cielo è grigio, quasi bianco, e nemmeno la neve potrà cambiare il colore che ti senti addosso.
Ti senti vecchia eppure sono solo 28 anni, quasi 29, e non dovresti sentirti vecchia perché non sono trenta, o quaranta, o peggio. Eppure ti senti rimasta indietro, lasciata fuori, e non capisci neanche da cosa.
Il tuo facebook si riempie di fidanzamenti, matrimoni, bambini, e il tasto nascondi non basta mai a coprire tutto quello che non vorresti vedere.
E non sono gli anelli o i passeggini a darti fastidio: è l'idea di restare fermi al palo mentre tutti vanno avanti. Perché gli altri si e tu no? Cos'hai sbagliato?
Un'altra giornata è finita, e ora puoi tornare a sdraiarti nel tuo letto a fare scendere piano le tue lacrime.
Ti stanno per venire - ti sono venute.
Tanto non avevi dubbi, a non fare sesso non si resta incinte.
E' che a non vivere, si rischia di morire.
E se devono venirti a prendere - chiunque sia: Dio, l'angelo della morte, il principe azzurro, o semplicemente Alex Del Piero - possono venire domani, che è il giorno buono.
Eppure sei sicura di non essere da sola: deve esserci qualcuno come te con cui condividere tutto questo. E forse la tua vita avrà senso fino a che non troverai quelle persone.
Forse.
E per ora basta questo per alzarsi dal letto, asciugare le lacrime, cambiare l'assordente, e prepararti ad un'altra giornata, con la grinta che neanche Michela Cerruti quando gioca a Need For Speed Underground.
Dog days will soon be over.
Che cosa c'è che ti davvero fastidio?
Ti osservi gli occhi e le occhiaie, la pupilla è dilatata di stanchezza, e la tua iride è la stessa di quando qualcuno ti ha detto ti amo, tanto tempo fa.
Ti trascini lenta e stanca fuori da un letto, dentro e fuori dal pigiama e da vestiti che non sono mai all'altezza di quello che dovresti essere, ma non fa niente, non verrà a dirti niente nessuno.
Anche i capelli, raccolti in una coda, sono trascurati. Ma non hai il tempo, e soprattutto, la voglia di tenerti dietro, di tenerti da conto, in questo lungo protrarsi.
Ti senti rassegnata, disillusa, ma ancora ti spazientisci in fretta, come se davvero tu avessi qualcosa da perdere. Quando invece, sai benissimo che non c'è: e il tuo spazientire serve soltanto a ribadire un tuo diritto, a rimarcare il territorio, a difendere un qualcosa che non c'è più.
Non solo ti senti gonfia, ti accorgi che lo sei davvero, e non sono le mestruazioni: è davvero il tuo metabolismo che è cambiato, e senza fare attività sportiva, senza prestare attenzione all'alimentazione, la tua pancia non farà altro che gonfiarsi, aumentando in maniera direttamente proporzionale lo scatolone Ikea dei vestiti che non vanno più bene, ma che potrebbero tornare ad andarti bene.
E ormai dentro c'è roba che non metti da 2-3 anni, e che forse non tornerà mai più ad andarti bene, ma non vuoi rassegnarti all'idea di essere stata sconfitta dal tempo, o peggio ancora, dalla tua stessa pigrizia.
Così come non sospetti l'idea che una volta al mese il tuo umore si guasti irrimediabilmente, e che ti senti costretta a tamponare quella tua emorragia. Ben consapevole che è normale anche quel desiderio di maternità che dovresti avere, ogni tanto.
E che invece non hai, e non sai perché. Forse vorresti avere un desiderio che non hai, e questo pensiero intricato basta a farti capire che si, le mestruazioni sono di nuovo in arrivo, con il loro maledetto maldipancia, tutone, divano, e quel sentirti brutta e inguardabile.
Che è un tuo diritto.
Le foto di quando eri giovane e splendente, ventenne ed abbronzata, si fanno beffe di te dalle pareti del tuo piccolo appartamento, insieme a quei capelli lunghi che ora non vanno più di moda.
Per fortuna.
Perché comunque nemmeno ora ci stai dietro, ai capelli.
E nemmeno alla tua abbronzatura. Sia d'inverno che d'estate. E vale lo stesso per la tua pelle. Ci sono già i segni indelebili del tempo che passa, piccoli segni ma inesorabili.
Una volta lui ti ha detto che ti davano una femminilità incredibile, che ti facevano donna, che eri ancora più bella.
Probabilmente te l'ha detto solo per scoparti.
Probabilmente però lo pensava davvero.
Probabilmente ti amava davvero.
E sicuramente è stato così.
Però adesso sorride felice in altre foto su facebook, e non ti è dato di sapere se sia felice veramente nella sua nuova vita, sai solo che è finita e basta così.
Mentre tua sorella sta per diventare madre, tuo fratello sta per laurearsi, e tu resti sempre quella di mezza, quella in mezzo, quella che non riesce mai a trovare la sua dimensione.
Eppure il lavoro è sicuro o quasi, e anche se a volte non lo sopporti, non riesci a immaginarti altrove. Non sopporti la provincia ma non riesci a immaginarti nelle metropoli.
Non riesci neanche più a uscire di casa, a volte, e preferisci un libro, un the caldo, una serie scaricata da internet, tutte cose che riempiono la tua solitudine si, ma di tristezza. Ma quale sarebbe, poi l'alternativa?
Perché di uscire non se ne parla. Uscire poi con chi? Uscire per dove? Sono sempre meno le amiche con cui poter condividere due parole vere.
Non hai più voglia di restaurarti tutta per una fintissima serata, di quelle che sembrano rievocazioni storiche, di tipe molto più vecchie di te che mollano marito e figli per sentirsi libere una sera al mese, in mezzo ad una giungla di uomini disparati e disperati.
Per trovarsi un quarantenne viscido pronto a toccare il culo. Ma che cazzo toccano poi, che lo vadano a toccare a quelle puttane la, che ce l'hanno meglio del tuo, e che con 200 euro se la cavano.
Tanto 200 euro loro ce li hanno, da spendere.
Tu no.
Sfogli con tristezza i voli low-cost, ben sapendo che non ne prenderai nessuno.
E' da tanto che non fai una vacanza.
E' da tanto che non ti ubriachi.
E' da tanto che non hai un orgasmo, che non ascolti Niccolò Fabi, che non ridi davvero, e soprattutto che non sorridi.
Non ti senti amata. Non ti ami neanche più da sola. Inizi a non provare niente riguardo tante cose, sensazioni, persone.
Dicono che stai cambiando, che stai diventando una persona grigia, ma no, no, non è così.
Forse dovresti scopare di più, dicono.
E con chi? Con il primo che passa? Per fare cosa? Per una triste serata inutile, spesso con una persona sudicia e sgodevole che non sa nemmeno scopare come si deve? Molto meglio la masturbazione, ne sei sicura.
Ma anche quella non la pratichi da parecchio. Non ti interessa. Non ne hai voglia.
Ti guardi allo specchio e non ti piaci, sai di non essere più una bella persona, ma cosa ci vuoi fare? Odi anche il tuo eccesso di pensiero, la tua incapacità di vivere la vita per quello che è, e la tua incapacità a reagire a tutto questo.
Eppure un tempo c'è stato anche qualcuno in grado di accorgersi di te, e guardarti. Guardarti davvero.
Ora il cuore è arido, il cielo è grigio, quasi bianco, e nemmeno la neve potrà cambiare il colore che ti senti addosso.
Ti senti vecchia eppure sono solo 28 anni, quasi 29, e non dovresti sentirti vecchia perché non sono trenta, o quaranta, o peggio. Eppure ti senti rimasta indietro, lasciata fuori, e non capisci neanche da cosa.
Il tuo facebook si riempie di fidanzamenti, matrimoni, bambini, e il tasto nascondi non basta mai a coprire tutto quello che non vorresti vedere.
E non sono gli anelli o i passeggini a darti fastidio: è l'idea di restare fermi al palo mentre tutti vanno avanti. Perché gli altri si e tu no? Cos'hai sbagliato?
Un'altra giornata è finita, e ora puoi tornare a sdraiarti nel tuo letto a fare scendere piano le tue lacrime.
Ti stanno per venire - ti sono venute.
Tanto non avevi dubbi, a non fare sesso non si resta incinte.
E' che a non vivere, si rischia di morire.
E se devono venirti a prendere - chiunque sia: Dio, l'angelo della morte, il principe azzurro, o semplicemente Alex Del Piero - possono venire domani, che è il giorno buono.
Eppure sei sicura di non essere da sola: deve esserci qualcuno come te con cui condividere tutto questo. E forse la tua vita avrà senso fino a che non troverai quelle persone.
Forse.
E per ora basta questo per alzarsi dal letto, asciugare le lacrime, cambiare l'assordente, e prepararti ad un'altra giornata, con la grinta che neanche Michela Cerruti quando gioca a Need For Speed Underground.
Dog days will soon be over.
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